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Secondo la Commissione europea sono a rischio i processi per corruzione e l’indipendenza dei magistrati

Cara ministra della giustizia Marta Cartabia, la sua riforma è un buco nell’acqua oltre ad essere seriamente pericolosa. A dirglielo, oggi, non siamo più solo noi ma l’Europa. La stessa Europa che - a detta sua e del governo Draghi - ci chiedeva - o meglio ordinava - questa riforma della giustizia. Falso. L’Europa è vero che aveva chiesto all’Italia una giustizia civile efficiente e una riforma penale in grado di velocizzare i processi. Ma di certo non si aspettava la “schiforma” che il suo ministero ha prodotto e  il Parlamento ha approvato. A dimostrarglielo è la Commissione europea nel capitolo dedicato all’Italia della Relazione sullo Stato di diritto 2022. Il documento di pubblicazione annuale che analizza - tra le altre cose - gli sviluppi dei sistemi giudiziari degli Stati membri, formulando da quest’anno anche raccomandazioni specifiche, non risparmia critiche ai testi da Lei promossi e plauditi da una certa classe dirigente di ispirazione garantista. L’Ue, nella relazione, rivolge durissimi ammonimenti al suo governo e al legislatore. Presenti aspre contestazioni, in primis, alla riforma del processo penale che porta la sua firma, approvata lo scorso settembre che, si legge, può mettere a rischio “l’effettività del sistema giudiziario” e sarà necessario “uno stretto monitoraggio per assicurare che i processi per corruzione non si interrompano automaticamente in grado d’appello”. La legge, come ricorda Il Fatto Quotidiano, introduce il contestato meccanismo dell’improcedibilità che fa estinguere i processi penali dopo due anni in grado d’Appello e un anno in Cassazione (salvo reati particolarmente gravi come mafia e terrorismo e un periodo transitorio di quattro anni in cui i termini sono allungati). Secondo la Relazione, “le nuove norme richiedono uno stretto monitoraggio per assicurare che l’effettività del sistema giudiziario sia mantenuta. La riforma - ricorda la commissione - include previsioni, applicabili ai reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, che introducono limiti temporali massimi per concludere i processi in Corte d’Appello e Corte di Cassazione, altrimenti il caso verrà archiviato”. E “i processi per corruzione sono tra quelli che in appello si estingueranno automaticamente dopo due anni, a meno che il giudice non richieda un’estensione. L’entrata in vigore della riforma richiederà quindi una stretta sorveglianza in relazione alla lotta alla corruzione, in particolare nel grado d’appello”, si avverte nelle raccomandazioni finali. Le nuove misure, infatti, “rischiano di avere un impatto negativo sui processi penali, soprattutto quelli in corso, che potrebbero essere interrotti in modo automatico”. Per questo, “anche se sono state introdotte delle eccezioni e delle misure transitorie, l’effettività del sistema giudiziario richiede uno stretto monitoraggio a livello nazionale per assicurare un giusto bilanciamento tra le nuove norme e il diritto alla difesa, i diritti delle vittime e l’interesse del pubblico a un sistema penale efficiente”. Ma aspre osservazioni vengono fatte anche rispetto alla riforma dell’ordinamento - che si ritiene "rischia di comportare indebite influenze sull’indipendenza dei giudici" - e del Consiglio superiore della magistratura diventata legge a giugno dopo mesi di tira e molla. Entrambe contenenti testi che strizzano l’occhio al correntismo.
“Il Csm e gli altri soggetti interessati - ricorda il documento - hanno espresso preoccupazioni sul fatto che alcune norme possano comportare un’indebita influenza sui giudici. (…) In particolare, la legge introduce una valutazione professionale dei magistrati che, tra le altre cose, terrà in considerazione il raggiungimento dei risultati attesi dai dirigenti dei Tribunali, nonché la possibilità di iniziare l’azione disciplinare in caso di mancato adeguamento alle indicazioni dei dirigenti sul modo in cui raggiungerli. (…) Inoltre, la valutazione professionale terrà in conto la conferma delle sentenze nei gradi successivi. (…) Queste previsioni mirano ad aumentare l’efficienza, ma sono state criticate dal Csm e dall’Anm per la tendenza alla gerarchizzazione degli uffici giudiziari e un potenziale uso dei procedimenti disciplinari come strumento per tenere sotto controllo i magistrati”. Preoccupazioni che la Commissione condivide: “Il combinato disposto delle nuove norme potrebbe portare a dipendenze che rischiano di comportare indebite influenze sull’indipendenza dei giudici”, avverte. Ricordando che “in base agli standard europei, la ricerca di una maggiore efficienza non dovrebbe compromettere l’indipendenza del potere giudiziario".
Come Lei sa, per tutte queste riforme si sono espressi, negli ultimi mesi, i maggiori magistrati antimafia del Paese, per questo puntualmente denigrati o ignorati: dal procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri, ai consiglieri togati del Csm Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, fino a passare per l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato o l’ex procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho. Nessuno di loro si è risparmiato nel sollevare illogicità e pericolosità strutturali del testo di riforma che hanno demolito, pezzo per pezzo, in punta di diritto. Insieme a questi magistrati, anche alcuni giudici, avvocati, professori, giuristi, parenti di vittime di mafia, hanno espresso le loro più che ovvie critiche alle due riforme. “Ce lo chiede l’Europa”, rispondeva come un mantra il vostro esecutivo - sostenuto da una certa stampa asservente - con in prima fila la claque di garantisti di Palazzo, alcuni di questi dalla seconda vita da avvocato (in parlamento se ne contano 137, come documenta Saverio Lodato nel suo libro “I nemici della giustizia”. I cosiddetti colletti bianchi hanno per anni insudiciato di saliva il loro bavero tanto era il loro desiderio di vedere realizzata una riforma della giustizia di questo tipo. Ad ogni attacco, chi ha redatto o approvato o solo applaudito queste riforme, ha sollevato lo scudo europeo, ribattendo, infedelmente, che era Bruxelles a chiederle come una sorta di pegno dopo la concessione dei miliardi del PNRR. Quel “ce lo chiede l’Europa”, che i suoi colleghi hanno tanto sventolato, era in realtà una boutade, una frase messa in piedi per giustificare la mannaia garantista e favorire, di fatto, uno stuolo di colletti bianchi, faccendieri e membri delle correnti, dalle inchieste della magistratura. Infatti ecco che è la stessa Europa, bocciando la sua riforma, a chiarire quella sollecitazione e a tirare le orecchie al vostro governo. Ora Bruxelles invita, sostanzialmente, a una revisione delle riforme divenute legge. Un invito che desideriamo venga seguito. Annulliamo la legge Cartabia!

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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