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Luigi Di Maio al servizio del potere

Tronfio, vanesio, compiaciuto di ogni suo gesto. Eccolo Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri di questo Governo Draghi che con un colpo di mano è uscito dal Movimento Cinque Stelle per dar vita al nuovo gruppo "Insieme per il Futuro", trascinando con sé una sessantina di parlamentari.
Un'ascesa politica, quella del trasformista Di Maio, che lo ha portato dal lavorare allo stadio (ci sono foto in cui vende delle bibite, ma a suo dire sarebbe un fake, perché si sarebbe occupato di accoglienza) ad essere tra gli uomini di punta del Movimento politico più votato in Italia e divenire prima candidato Premier e poi Ministro (dell'Economia nel Conte I, e degli Esteri nel Conte 2 e nell'attuale governo) a dialogare con Ministri, Ambasciatori, Capi di Stato e grandi magnati.
Su di lui aveva puntato forte il comico buffone Beppe Grillo, anche lui complice del trasformismo che il Movimento ha avuto in questi anni,  se non il vero demiurgo dell'inganno e del tradimento.
Oggi il quadro è molto più chiaro, anche se i segnali erano presenti da tempo.
Luigi Di Maio è stato l'infiltrato di un certo potere atlantista chiamato a riportare "nei ranghi" il nostro Paese.
E lo è stato sin dal primo momento quando, da candidato premier, si recò negli Usa nel novembre 2017. Al rientro da quel viaggio, dove incontrò anche lobby americane, si era espresso così: "Non è un caso che abbia scelto proprio questa meta come primo viaggio da candidato premier del M5S". "Siamo occidentali e il nostro più grande alleato in Occidente sono gli Stati Uniti", se c’è un interesse della Russia "è da parte loro verso di noi".
Oggi la maschera è ulteriormente caduta quando, nei giorni scorsi al ricevimento organizzato dall’ambasciata Usa per l’Indipendence Day a Villa Taverna, l’unico esponente politico invitato a salire sul palco è stato proprio il ministro degli Esteri.
Non solo.
La speaker del Congresso Usa, Nancy Pelosi, in visita a Roma, lo ha ripetutamente gratificato nel suo discorso: “Qui accanto a me c’è un grande americano… scusate, un grande amico dell’America”.
Parole, seppur in un lapsus, che lasciano il segno e che dimostrano in maniera chiara il compromesso che Di Maio ha stretto con gli Stati Uniti. L'appoggio al governo di Mario Draghi, altro amico d’America, oltre che la tempistica della scissione con il Movimento Cinque Stelle (cioè alla vigilia del dibattito parlamentare sull’Ucraina e del vertice Nato di Madrid), fa capire che certe operazioni sono condivise, se non addirittura eterodirette.
Non che il Movimento Cinque Stelle in questi anni sia stato lontano dagli Stati Uniti.
Persino il Garante del Movimento Grillo, che con Gianroberto Casaleggio, dopo il primo successo di Cinque Stelle, nel 2013, si recò all’ambasciata americana a Roma.
Questi fatti che trovano oggi una spiegazione se si pensa che molte battaglie storiche del Movimento, tanto sul piano economico che in materia di politica estera, si sono perse per strada. Basti pensare alle posizioni assunte sulla Tav, il Tap, la Nato, l'acquisto degli F-35, la risoluzione del conflitto israelo-palestinese o le gravi posizioni assunte sul tema migranti con il Decreto legge Sicurezza bis.
In tutto questo Di Maio ha fallito ed ha ingannato il popolo italiano. Lo ha fatto con subdole manovre politiche come quella di accreditarsi la fiducia degli elettori proponendo candidature importanti per la squadra di governo, per poi rimangiarsi tutto quando era il momento di scegliere.
Un caso lampante è quello che ha riguardato il magistrato Nino Di Matteo. Una storia che è stata raccontata, per filo e per segno, dallo stesso consigliere togato, audito in Commissione antimafia nel giugno 2020 sulla nota vicenda Bonafede e mancata nomina al Dap, in cui riferì di alcuni incontri avuti con Di Maio. Il primo nel settembre 2017, a Palermo, e pochi mesi prima delle elezioni del 2018, a Roma.
"Io sono stato cercato da Luigi Di Maio che mi propose di fare il ministro dell'Interno. In realtà la prima volta Di Maio mi parlò o del ministero della Giustizia o di quello dell'Interno. La seconda fu più preciso, e mi propose, sempre nell'eventualità che fossero andati al Governo da soli o con alleati che non avessero avuto nulla da dire su questo, il ministero dell'Interno. Io all'epoca avevo completato la requisitoria del processo trattativa, ma ancora non c'era stata sentenza. Di Maio mi disse: 'Non lo annunciamo prima, la metteremmo come magistrato nel mare magnum delle polemiche'".
Dunque non erano semplici “voci” quelle che si erano diffuse sulla designazione del magistrato come ministro della Giustizia o ministro degli Interni.
E non è possibile dimenticare che il 7 aprile 2018, a Ivrea, nell’evento organizzato dall’associazione Gianroberto Casaleggio, l'allora sostituto procuratore nazionale antimafia intervenne dal palco raccogliendo applausi a scena aperta mentre lanciava le sue proposte di intervento sulla giustizia, come l'ampliamento dell'uso delle intercettazioni, l'uso degli agenti sotto copertura e l'impegno sulla lotta alla mafia e la ricerca dei mandanti esterni delle stragi del 1992 e del 1993.
Alla politica si rivolse per la garanzia dell'indipendenza della magistratura per poi chiedere verità sulle stragi, ricordando l'esistenza di un sistema criminale che ha interesse che la giustizia non funzioni. Tutte questioni che erano “care” anche ai Cinque Stelle e che si sono perse nel tempo.
In quell'incontro era presente anche quello che è poi stato il ministro della Giustizia "fallimentare" Alfonso Bonafede.
Quel ministro che non ha mai spiegato i motivi per cui scelse come capo del Dap Francesco Basentini al posto dello stesso Di Matteo. Una scelta che fece tirare un sospiro di sollievo ai boss mafiosi che dalle carceri, alla sola idea che il magistrato palermitano potesse divenire capo del Dap, avevano fatto sentire le proprie voci di protesta.
Noi non pensiamo che Di Maio o Bonafede abbiano avuto accordi con Cosa nostra, ma è evidente che quella scelta, oltre a mostrare una mediocre intelligenza politica, rispose in qualche maniera ai desiderata dei boss.
Lo stesso possiamo dire per la mancata nomina di Di Matteo come ministro degli Interni. Ed anche in questo caso cogliamo la "coincidenza" delle date tra la prima proposta che Di Maio fece al magistrato ed il cambio di prospettiva al ritorno dagli Stati Uniti.
Oggi, che siamo nel 2022. E' ancor più chiara la mission di "distruzione" del Movimento Cinque Stelle che gli fu affidata.
Una "mission" condivisa da Grillo che lo ha scelto a lungo come leader, preferendolo ad Alessandro Di Battista ed ad altri autorevoli candidati.
Oggi Di Maio mostra ulteriormente la propria natura.
Oltre Atlantico vogliono un'Italia diversa ed ancor più collaborativa, vicina alla Nato, pronta a vendere armi e magari ad ospitare sempre più missili. Un'affidabilità che probabilmente Giuseppe Conte, seppur distratto nella lotta alla mafia, non potrebbe mai garantire.
E con la creazione di un nuovo partito, che guarda verso il centro, in un colpo solo si vuole dare un'ultima botta ad un Movimento decaduto e contrastare sul nascere qualsiasi nuova forza che potrebbe proporsi con il ritorno di Di Battista e di quei ex Cinquestelle, fuoriusciti dal Movimento, che potrebbero portar nuova linfa.
Abbiamo già fatto appello agli elettori italiani affinché non diano più preferenze ai Cinque Stelle o a figure come Di Maio. Ma vogliamo essere ancora più specifici con un ulteriore invito: se si vuole votare alle prossime elezioni si scelga solo quel partito che metterà al primo posto dell’agenda politica di Governo la lotta alle mafie e la revisione della legge farsa della Cartabia, che sappia dire no alla guerra, e che sappia proporre nuovi interventi per l'occupazione, la sanità, e l'immigrazione nella direzione dell'accoglienza. Tutto il resto sono solo inganni. Inganni peggiori dei tradimenti.

Foto © Imagoeconomica

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