Indicati alla Procura 32 punti per ulteriori indagini sulla strage di via d'Amelio

Trentadue punti per approfondire i contorni di una strage come quella di via d'Amelio non sono affatto pochi. Basterebbe già questo numero per accendere un faro su quelle che sono state le attività di una Procura come quella di Caltanissetta negli ultimi anni. Sicuramente importante può essere stata l'attività investigativa per cercare di far luce sul depistaggio delle indagini su via d'Amelio, che certamente c'è stato e che ha visto, come è scritto nella sentenza Borsellino quater, un attività massiccia di "suggeritori" esterni, soggetti che avrebbero cioè imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino inducendolo a mentire, mescolando informazioni false e vere, con "un'attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri".
Al di là di questo, che ha portato al successivo processo contro i tre poliziotti del gruppo "Falcone e Borsellino" Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, per cui la procura ha chiesto la condanna, c'è tutto un universo inesplorato, da parte della Procura, che nei mesi scorsi era arrivata a chiedere l'archiviazione dell’indagine contro ignoti, sui cosiddetti "mandanti esterni", "essendo intervenuta la scadenza dei termini delle indagini preliminari".
Il gip del tribunale di Caltanissetta Graziella Luparello ha respinto la richiesta sollecitando una nuova attività istruttoria, da completare nell’arco di 6 mesi, tra acquisizioni di documenti e interrogatori, “procedendo se necessario a nuove iscrizioni nel registro degli indagati”.
Va detto che la Procura, oggi retta dal Procuratore Salvatore De Luca, non si è opposta all'eventuale investigazione suppletiva. Tuttavia una riflessione merita l'attività della precedente reggenza, perché, come dicevamo 32 punti su cui indagare non sono pochi.
Ancor più grave se si considera che la stessa Luparello ha sottolineato come le indagini “non possono ritenersi complete” nel momento in cui “non risultano avere esplorato e approfondito dei temi investigativi di particolare interesse, alcuni dei quali già noti al momento della formulazione della richiesta di archiviazione, altri sopravvenuti e divenuti ‘fatti notori'”.
Cosa ha fatto dunque in precedenza la Procura nissena dei vari Amedeo Bertone e Stefano Luciani? Ha preferito concentrarsi, speriamo in buona fede e non per totale incompetenza, esclusivamente nelle indagini sulla vestizione del falso pentito Scarantino quando questa è solo un “segmento” del depistaggio sulla strage di via d'Amelio".
Ma la vicenda Scarantino viene usata per attaccare e delegittimare il lavoro di quei magistrati che sui mandanti esterni indagarono con convinzione: su tutti Nino Di Matteo.
Un'opera che viene condotta su due fronti. Da una parte ci sono quegli avvocati che, senza nulla togliere al diritto alla difesa e alla legittimità professionale nell'esercizio della loro professione, annoverano tra le loro difese anche quelle di soggetti che sono stati fautori delle stragi di Capaci e di via d'Amelio. E' notorio che l'avvocato Di Gregorio non è solo il difensore di una delle vittime delle bugie del falso pentito Vincenzo Scarantino (Gaetano Murana, ndr) ma è già stata legale del boss corleonese Bernardo Provenzano ed anche del boss di Santa Maria del Gesù, Pietro Aglieri, entrambi membri della Cupola di Cosa nostra e condannati a vari ergastoli in via definitiva, anche per la strage di via d'Amelio.
Così come è noto che Giuseppe Scozzola è il difensore di Gaetano Scotto (anche lui in passato condannato per la strage di via d'Amelio, poi assolto con il processo di revisione). Il boss dell'Acquasanta oggi sotto processo per il tragico e misterioso omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida, incinta, avvenuto il 5 agosto del 1989.
E lo stesso avviene per alcuni familiari di Paolo Borsellino come Fiammetta Borsellino, rappresentata in aula assieme al fratello ed alla sorella da Fabio Trizzino, genero del giudice ucciso il 19 luglio 1992, come se vi fosse proprio una convergenza di interessi, con tanto di livori e mistificazioni, pur di colpire Di Matteo anche se è stato dimostrato che questi con il depistaggio non ha nulla a che fare.
Un accanimento che contribuisce a distrarre anche dalla ricerca della verità sui mandanti esterni.
Adesso, però, eventuali immobilismi, inerzie non saranno ammesse.
Ci sono ulteriori sei mesi per approfondire ogni aspetto.

Passo primo
I primi spunti sui mandanti esterni emerso nel processo Borsellino ter, condotto dai magistrati Nino Di Matteo ed Anna Maria Palma, in cui vennero condannati in via definitiva boss del calibro di Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Michelangelo La Barbera, Cristoforo Cannella, Filippo Graviano, Domenico Ganci, Salvatore Biondo (classe '55) e Salvatore Biondo (classe '56). Nella sentenza di primo grado la corte scriveva: “Risulta quanto meno provato che la morte di Paolo Borsellino non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì anche per esercitare” una “forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica”. Ricostruzioni basate sui pentiti Pulvirenti, Malvagna, Avola e, non da ultimo, Cancemi, il quale, si legge nella sentenza di primo grado, ha dichiarato come “Riina era solito ripetere che con quelle azioni criminose avrebbero messo in ginocchio lo Stato e mostrato la loro maggiore forza. E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come Borsellino avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa nostra e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia”. Ed è sempre Cancemi ad aver raccontato che Riina era stato “accompagnato per la manina” nell’organizzazione di quelle stragi. Dichiarazioni ripescate dalla Gip nel nuovo filone investigativo. 
Sempre nel Borsellino ter il boss di Porta Nuova fece anche i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri (oggi indagati a Firenze come mandanti esterni delle stragi del 1993).
Nomi che al tempo vennero iscritti in passato nel registro degli indagati sotto il nome di "Alfa e Beta" proprio da Nino Di Matteo e dal collega Luca Tescaroli.
Di Matteo indagò anche sulla possibile presenza in via d'Amelio di Bruno Contrada, che fu anche accusato (poi archiviato) di concorso in strage.
Oggi il Gip Luparello riparte da quel lavoro ed anche da altri elementi acquisiti nel corso di questi anni. Perché il contesto stragista va valutato nella sua interezza non solo concentrandosi su un segmento, spiegando che ci sono spunti reali che vanno ad aggiungersi al depistaggio e la scomparsa clamorosa dell'agenda rossa del giudice Borsellino.

Gli spunti del Gip
La indicazione del Gip, come ricordavamo, vanno oltre via d'Amelio. Si chiede di assumere elementi sull’omicidio di Nino Gioé e sul ruolo di Paolo Bellini.
Su Gioé, uno dei responsabili della strage di Capaci morto "suicida" (o sarebbe meglio dire "suicidato") tra il 28 e il 29 luglio 1993, il Gip parla del contenuto dell'ultima lettera in cui fa riferimento ad "infamità" che avrebbe riferito. “Non risultano, a oggi, verbali ufficiali delle dichiarazioni di Gioè - scrive la gip - ma è possibile che quelle infamità fossero contenute in atti rimasti segreti, a seguito di colloqui informali del detenuto con i Servizi (sulla base del noto Protocollo Farfalla, che vincolava il Dap al segreto)”. Dunque tra le possibilità vi è quella che Gioè avesse “reso dichiarazioni sul conto di Bellini ad appartenenti infedeli dello Stato… e che questi, prima che il detenuto potesse entrare in contatto con i magistrati, ne avessero deciso l’eliminazione”.
Altro tema di indagine sarà la posizione di Ivana Orlando, moglie del poliziotto Giovanni Aiello, anche noto come "Faccia da mostro", per accertare se la donna è stata anche una collega in qualche articolazione dei servizi segreti.
Si chiede anche di approfondire su un “nucleo operativo trasversale occulto” della Questura di Palermo, che potrebbe aver avuto un ruolo nella morte del poliziotto Nino Agostino e del collaboratore del Sisde, Emanuele Piazza, come nelle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Altro spunto di lavoro la questione, di cui ha parlato in una intervista l’avvocato Fabio Repici, parte civile per conto della famiglia Borsellino, relativa a una intercettazione di una conversazione avvenuta tra poliziotti della ‘squadra Contrada’, da cui si ricaverebbe che Concutelli (che uccise a Roma nel 1976 il giudice Vittorio Occorsio che indagava sull’eversione di estrema destra) si addestrava al tiro in un poligono frequentato anche da poliziotti e mafiosi.
E Nino Agostino era diventato “il testimone scomodo della contiguità di alti funzionari della polizia e dei servizi sicurezza con i mafiosi del mandamento di Resuttana, cioè quello di Nino Madonia, il suo killer”.
E, appunto, si torna ad investigare sulla "presenza di un partito politico (riferimento a Forza Italia, ndr) che potrebbe aver concorso a definire la strategia della tensione, allo scopo di legarsi, in un reciproco do ut des, a Cosa Nostra e attingere al bacino elettorale che era appartenuto a quella Dc con cui Riina aveva chiuso ogni finestra di dialogo”.
Per non parlare poi della cosiddetta “pista nera”, basata su possibili collusioni tra la mafia e destra eversiva.
Nel documento in cui dispone le nuove indagini guardando a quanto emerso nei processi sulla strage di Bologna (sulla strage alla stazione del 1980) e quello sulla 'Ndrangheta stragista per cercare di verificare se vi fu un "ruolo assolto nelle stragi da esponenti delle istituzioni”.
A proposito della strage di Bologna si fa riferimento anche alla recente formale desecretazione di atti. “Scorrendo la sentenza di primo grado emessa dalla Corte di Assise di Bologna a carico di Gilberto Cavallini - scrive la Gip - emergono degli elementi che possono orientare l'osservatore esterno a sospettare che le ragioni della secretazione potessero essere connesse alla ordinaria gravitazione degli esecutori della strage, ossia come detto gli esponenti della destra eversiva, nell'ambito della loggia massonica segreta P2, facente capo al "Maestro Venerabile" Licio Gelli. Loggia massonica ad indirizzo fascista che, tra l'altro, prevedeva tra i capisaldi del suo programma (denominato "Piano di rinascita democratica"), la separazione delle carriere dei magistrati, e alla quale appartenevano i vertici delle forze dell'ordine e dei servizi segreti, deputati e ministri della Repubblica (secondo il Col. Massimo Giraudo, anche il suo collega Mario Mori aveva manifestato l'intenzione di iscriversi nella P2, tanto da proporlo allo stesso Giraudo)”.
Un dato, quello dell'interesse di Mario Mori per la P2, che era emerso nel corso del processo sulla trattativa Stato-mafia.
La vicenda raccontata da Giraudo riguardava le dichiarazioni di un ex ufficiale del Sid, Mauro Venturi, che negli anni '70 lavorò a stretto contatto con Mori.
Nello specifico Venturi, ascoltato dai magistrati palermitani tra il febbraio e l'aprile 2014, raccontò questo episodio: “Io ero a capo della segreteria raggruppamento centri di controspionaggio Roma: fui chiamato da Federico Marzollo, che nel 1972 portò anche Mario Mori al Sid.... Mori venne mandato a lavorare nel mio ufficio ma rispondeva soltanto a Marzollo stesso: era il suo pupillo”.
Elementi che ora tornano di interesse nella nuova indagine della Procura nissena.
Tra i punti da approfondire anche quelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca sulle dichiarazioni da lui rese sempre nelle indagini sui mandanti esterni (che furono poi archiviati) e le parole del boss stragista di Brancaccio Giuseppe Graviano su quei presunti interessi economici con l'ex Presidente del Consiglio.
E poi ancora sentire Antonio D’Andrea, ex segretario della Lega Meridionale, “sull’impegno di Forza Italia a fare approvare normative favorevoli alle organizzazioni criminali, anche sul fronte dei pentiti”.
A trent'anni dalle stragi i quesiti e gli interrogativi sono sempre gli stessi.
Per capire quale fosse il genere di potere che voleva morti Falcone e Borsellino basterebbe girare ulteriormente indietro le lancette dell’orologio del tempo, riportando al 1989 quando, all’indomani dell’attentato fallito all’Addaura, lo stesso Falcone disse in un’intervista a Saverio Lodato: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.
Oggi più che mai quelle parole trovano una spiegazione.
A Caltanissetta ci sono stati magistrati che hanno cercato i mandanti esterni della strage di via d’Amelio e Capaci. E sono stati stoppati.
Altri nel recente passato si sono concentrati su aspetti a nostro avviso secondari. 
Oggi un nuovo scandalo è rappresentato dai comunicati stampa-smentita e dalle perquisizioni condotte contro il giornalista Paolo Mondani e la redazione di Report (prima predisposte e poi revocate) per aver semplicemente messo in evidenza l'esistenza di atti e fatti che indicano la possibile ed inquietante presenza di un eversivo come Stefano Delle Chiaie a Capaci al tempo della strage. Sulla questione oggi proprio Mondani ha aggiunto dei dettagli intervenendo a Casa Minutella, il talk show prodotto da BlogSicilia. "Un mese fa fui convocato dalla Procura di Caltanissetta per capire perché io stavo facendo delle interviste. Siccome non avevo mandato in onda nulla, non avevo scritto nulla - ha detto Mondani - chiesi a loro se l'Ordinamento nostro prevede che sul giornalista venga fatto un lavoro preventivo, su quello che sta pensando, sulle fonti che sta incontrando e sulle interviste che sta facendo. Opposi il segreto professionale su tutte le cose che mi riguardavano. Mi fu risposto che se io avessi mandato in onda alcune di quelle cose, mi avrebbero smentito. Prima ancora di sapere cosa avrei mandato in onda”. Mondani ha anche detto di aver scoperto di essere stato pedinato, filmato e intercettato nel periodo precedente alla messa in onda del servizio. “Non è gradevole da parte di un giornalista subire un trattamento di questo tipo - ha spiegato Mondani - per poi scoprire su un decreto di perquisizione di essere stato seguito, filmato, pedinato e ascoltato”. E poi ancora: “E' curioso che la Procura di Caltanissetta mi chieda, o mi contesti il fatto - rispetto alla credibilità di Alberto Lo Cicero - che nei verbali ufficiali queste cose Lo Cicero non le ha dette: non ha parlato di Stefano Delle Chiaie. Dopodiché, nel decreto di perquisizione mi si chiede di produrre i verbali di sommarie informazioni di Alberto Lo Cicero, ovvero quelli precedenti. Quelli nei quali Lo Cicero mise a verbale quelle notizie”.  
Lo abbiamo detto in passato e lo ribadiamo. Oggi più che mai è necessario andare oltre i depistaggi, senza se e senza ma. Prima che la ricerca della verità su quegli attentati sprofondi nell'abisso dell'oblio e dell'impunità.

Foto © Shobha

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