Di Matteo e Ardita non ci stanno. Astenuto anche Gigliotti

Il magistrato anti-41 bis, Carlo Renoldi, potrà andare a dirigere le carceri. Lo ha deciso il Csm a larga maggioranza, nonostante le astensioni dei consiglieri togati Nino Di Matteo, Sebastiano Ardita, del laico Fulvio Gigliotti, e il voto contrario del consigliere in quota Lega, Stefano Cavanna.
Il via libera al collocamento fuori ruolo, da parte del Plenum, è arrivato nel pomeriggio. Renoldi, già giudice della Cassazione ed esponente di Magistratura democratica, era stato indicato le scorse settimane come nuovo capo dell'Amministrazione penitenziaria, dalla Guardasigilli Marta Cartabia. Una candidatura che sin dal primo momento si era rivelata fattore scatenante di polemiche da parte di diversi esponenti della società civile come Salvatore Borsellino e Maria Falcone, ma anche da parte della politica.

Rimostranze e perplessità che non hanno scalfito la posizione del plenum. Poche le voci che hanno osato criticare le pesanti considerazioni che il magistrato Renoldi ha espresso in sede pubblica in merito al 41 bis e, più in generale, alla linea della fermezza in materia di ergastolo ostativo per quei boss mafiosi e stragisti che tanti lutti seminarono in Italia.
Se da una parte è vero che il Csm non poteva che accettare la nomina del Governo (perché Renoldi formalmente aveva i requisiti), è preoccupante l'assoluto silenzio rispetto le posizioni espresse dal magistrato proprio sul tema carceri.

Se ne deve dedurre che la maggioranza dei consiglieri condivide le parole di Renoldi? Non vogliamo dare lezioni, ma aver acriticamente dato il via libera al ‘fuori ruolo’ per un neo capo Dap che possa essere nella migliore delle ipotesi incompetente in materia di lotta alla mafia e nella peggiore funzionale ai desiderata dei clan, è un chiaro segnale che il mondo interno ed esterno al Sistema criminale non tarderà a cogliere, soprattutto nell’anno del trentennale delle stragi.
Solo i consiglieri togati sopracitati sono intervenuti nel merito.
Nino Di Matteo ha detto di essere “perfettamente consapevole che, in applicazione della normativa primaria e secondaria attualmente vigente, non sussistono formali motivi ostativi all’autorizzazione in questione.

Oggi sicuramente questo Plenum autorizzerà il collocamento fuori ruolo del dott. Renoldi per assumere l’incarico di Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, ma ciò non si realizzerà anche con il mio voto.  Esprimerò una posizione di astensione e voglio spiegarne le ragioni. Non sono certamente legate al merito, che pur personalmente non condivido, delle opinioni espresse dal dottor Renoldi in tema di applicazione delle norme previste dagli artt. 4 bis e 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, , tantomeno, al merito di provvedimenti adottati dal collega nell’esercizio di funzioni giurisdizionali”. “Le forti perplessità - ha continuato il magistrato - che impediscono alla mia coscienza di votare a favore del collocamento fuori ruolo del dott. Renoldi per assumere un incarico così importante e delicato derivano da talune sue esternazioni pubbliche. Per illustrare le sue legittime opinioni, in particolare in esito a ripetuti interventi della Corte Costituzionale in materia di concedilità di benefici penitenziari anche ai condannati all’ergastolo c.d. ‘ostativo’, il dottor Renoldi ha utilizzato toni e parole sprezzanti nei confronti di coloro i quali, altrettanto legittimamente, avevano assunto posizioni diverse dalle sue, arrivando a delegittimare gravemente perfino il Dipartimento che ora è chiamato a dirigere e quindi i suoi appartenenti”. Il consigliere togato ha evidenziato proprio i punti critici di quegli interventi pubblici che Renoldi ha fatto sul tema delle carceri: “Ho ritenuto opportuno non rifarmi esclusivamente agli articoli pubblicati dalla stampa nei giorni scorsi. Grazie all’archivio di radio radicale, ho potuto personalmente ascoltare le parole del dottor Renoldi in occasione della commemorazione, nel 2020, del dottor Margara, già, a sua volta, Capo del D.A.P. Il dottor Renoldi, dopo aver manifestato il suo apprezzamento per alcuni, allora recenti, pronunciamenti della C.E.D.U. e della Corte Costituzionale ha parlato (leggo testualmente) di ‘spinte reattive di segno assolutamente opposto che convergono sinistramente verso l’idea di una chiusura rispetto alle istanze provenienti dal mondo dei detenuti’. Il dottor Renoldi ha poi meglio specificato il concetto individuando l’origine di tali ‘spinte reattive sinistramente convergenti’ nel D.A.P. (indicato genericamente e senza alcun distinguo) come ‘profondamente ostile al cambiamento’ e (leggo sempre testualmente) ‘in alcuni ambienti dell’antimafia militante arroccata nel culto dei martiri che vengono ricordati esclusivamente per il sangue versato e per la necessaria esemplarità della reazione contro un nemico irriducibile’. Nel precisare ulteriormente che con l’espressione antimafia militante aveva inteso riferirsi ad associazioni, movimenti, testate editoriali ed anche ad ambienti e soggetti istituzionali, il dottor Renoldi ha definito almeno alcune parti di tale “Antimafia” come esempio di ‘ottuso giustizialismo’ bollando ancora la costante invocazione da più parti del rispetto del principio di certezza della pena come esplicativa di un (cito testualmente) ‘vecchio retribuzionismo da talk show’”. Dunque Di Matteo ha concluso in maniera netta: “Non posso in coscienza esprimere voto favorevole all’autorizzazione al collocamento al vertice del D.A.P. di un collega che in occasioni pubbliche ha dimostrato pervicace e manifesta ostilità nei confronti di ambienti e soggetti, anche istituzionali, che avrebbero quantomeno meritato un diverso rispetto”.

Ardita: “Occorre escludere dal controllo delle gerarchie criminali il carcere”
La posizione di Di Matteo è stata condivisa anche dal collega Sebastiano Ardita il quale ha specificato di essere “contrario all'attenuazione del 41 bis e dell'ergastolo ostativo” e di non condividere “le critiche espresse dal dott. Renoldi all'antimafia militante e a quanti vogliono ricordare che il mondo penitenziario è un settore nel quale si svolge una importante e strategica e fondamentale attività di prevenzione nei confronti anche della criminalità mafiosa che non è per nulla debellata nel nostro Paese”. “Io credo - ha continuato Ardita - che a noi non spetti nessuna scelta di carattere politico”, non “spetta a noi l’avallo di una scelta del ministero così delicata che attiene alle competenze dell’esecutivo e al tempo stesso a noi neanche spetta contrastare questa scelta, non possiamo né avallarla né contrastarla, dobbiamo prenderne atto” mettendo l’attenzione sulla crisi che attanaglia il mondo penitenziario. “In questi anni - ha continuato - le scelte vanno sempre analizzate a ‘ex poste’ e mai ‘ex ante’” tuttavia “la storia ci ha consegnato una realtà di un intervento confuso maldestro e mi spiace dirlo incompetente rispetto a certe realtà che riguardano il mondo penitenziario. La realtà penitenziaria è un edificio in fiamme, l’ultimo piano di questo edificio è il 41 - bis che è il più distante da queste fiamme che bruciano alla base dove invece c’è un mondo di gente che vive la sofferenza del carcere, la quotidianità, il mondo dei criminali che entrano ed escono e quelli che sono più residenti”. “Parlo come presidente della commissione sorveglianza”, ha continuato il magistrato, noi “abbiamo fatto uno studio in cui abbiamo notato che dentro le carceri ci sono pezzi in cui non comanda lo Stato”. Quindi, ha concluso, uno degli obbiettivi del regime carcerario è di riuscire ad “escludere dal controllo delle gerarchie criminali il carcere” indipendentemente dalle idee individuali che si possono presentare.
Adesso la palla passa al Consiglio dei Ministri la cui pronuncia di Renoldi sarà scontata ma ciò non toglie che si tratterebbe di un vero schiaffo per tante vittime di mafia che chiedono ancora verità e giustizia. 

Una decisione nefasta che supererebbe addirittura quella fatta dall'ex ministro Alfonso Bonafede, che nella sua mediocrità nel 2018 scelse come capo del Dap Francesco Basentini al posto di Nino Di Matteo. Una scelta che fu grave anche nella buonafede del ministro, nel momento in cui, nei fatti, andò incontro ai desiderata dei boss che nelle carceri avevano espresso la propria contrarietà ad una possibile nomina del magistrato che aveva indagato sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia.
La Ministra della Giustizia Marta Cartabia ha saputo fare tremendamente peggio: prima promuovendo una nefasta riforma della giustizia che con l'istituto dell'improcedibilità crea impunità e avvantaggia le mafie, così come detto da decine e decine di addetti ai lavori, ed ora con la scelta di mettere Renoldi a capo del Dap.

Nomina del presidente della Corte di Appello di Genova
Nella giornata odierna il plenum ha deliberato anche la nomina del nuovo presidente della Corte d'appello di Genova: si tratta di Elisabetta Vidali, attuale presidente di sezione nel capoluogo ligure, con tredici voti a favore, tre invece (di cui due dei consiglieri Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita) sono stati espressi per l'altro candidato, il presidente di sezione della Corte d'appello di Torino Mario Amato. Quest’ultimo ha detto Ardita (relatore della pratica)  è un magistrato che è stato “sempre in prima linea” nella lotta contro la criminalità organizzata ed è possidente di un curriculum “ampio, ricco e completo”.

Purtroppo le argomentazioni avanzate da Di Matteo e Ardita non sono bastate per il plenum il quale sembra aver ignorato del tutto le esperienze professionali di Mario Amato soprattutto in tema di lotta alla mafia. Nello specifico Amato è stato dapprima dal 2.12.1987 giudice presso il Tribunale di Caltagirone, dove ha svolto funzioni promiscue (sia civili che penali); dal 25.7.1989, sostituto procuratore della repubblica presso la Procura di Catania; poi nuovamente giudice dal 20.10.2000, con funzioni di presidente di sezione del Tribunale di Gela; dal 6.6.2007, Consigliere della Corte di appello di Catania (emettendo “145 sentenze nel 2008, 173 nel 2009 e 149 nel 2010”); dal 8.11.2011, presidente di sezione del Tribunale di Caltanissetta e dal 25.10.2016 è presidente di sezione della Corte di Appello di Torino,“uno degli uffici più critici nel penale che si ricordi nell’ultimo periodo” ha specificato Ardita, poiché era “affetto da una endemica situazione di arretrato e di gestione dei ruoli”.

Amato, ha continuato Ardita,“ha ridotto sensibilmente le pendenze e provveduto a migliorare grandemente l'attività della cancelleria, tenuta sempre sotto costante vigilanza. Il collega Amato ha sempre collaborato lealmente con il sottoscritto nella risoluzione dei problemi organizzativi della Corte e, in particolare, nella ricostruzione di un rapporto di fiducia con il personale della cancelleria, anche attraverso un serrato confronto con il precedente dirigente amministrativo”. Ardita ha anche sottolineato l’attività svolta da Mario Amato quando era pubblico ministero a Catania: “Ha svolto le più delicate indagini su Cosa Nostra catanese, dove ha contribuito alle indagini e all’arresto di Benedetto Santapaola, ha svolto i processi che riguardavano la pubblica amministrazione che hanno portato all’arresto e al processo i big della politica catanese dell’epoca: gli onorevoli Drago, Andò e Nicolosi”.

In merito al lavoro svolto da Amato sono arrivate delle considerazioni anche dal consigliere togato Nino Di Matteo il quale ha voluto esprimere riconoscimento nei confronti di Amato “per tutto quello che ha fatto stando sempre in procura, nei tribunali, in corte di Appello in prima linea, in contesti profondamente diversi acquisendo una esperienza che pur valutando certamente ottimo il curriculum della dottoressa Vidali è incomparabilmente più alta e più significativa rispetto a quello dell’esperienza della collega Vidali” la quale, ha ricordato Di Matteo, “si è svolta sempre esclusivamente e sostanzialmente nell’ambito del distretto di Genova tranne in un anno iniziale di pretore a Berrafranca e due anni nei quali la dottoressa Vidali è stata applicata a Caltanissetta, ma diciamo che in corte di assise ha svolto” funzioni “di supplente e non di membro effettivo della corte di assise”. E poi ancora “al di là dei processi volevo sottolineare che noi siamo in presenza di una collega sicuramente valida che ha svolto le sua funzioni sicuramente bene in Liguria, a Chiavari e poi sempre a Genova, e di un collega che, e ci tenevo anche questo a sottolinearlo, per undici anni è stato pubblico ministero” in un tempo “in cui il pubblico ministero della dda di Catania doveva fronteggiare sostanzialmente per la prima volta, anche nella storia giudiziaria catanese, una vera e propria emergenza mafiosa anche in quel distretto e che poi da giudice ha maturato delle esperienze particolarmente significative a Gela, a Caltanissetta (dove ha presieduto a lungo la sezione penale e sezione del riesame) poi a Torino”. Il magistrato Amato ha scelto di svolgere l’attività giudiziaria “sempre e comunque in contesti difficili dovendo anche vivere delle limitazioni personali e familiari molto significative per lungo periodo” ha concluso Di Matteo.
In sostanza notiamo che al Csm sono poche le voci che cercano, con il proprio voto, di introdurre un criterio meritocratico quando si deve nominare un magistrato che deve ricoprire un incarico di rilievo. Sia esso un giudice o un pm. Ancora oggi il Csm, spesso nella sua maggioranza, rimane ancorato a logiche obsolete o, peggio ancora, alla logica di casta delle correnti. 

Foto © Imagoeconomica

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