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Così esulterebbero i boss

Nei giorni scorsi a Roma, presso la sede del Dipartimento amministrazione penitenziaria, il magistrato Bernardo Petralia ha lasciato materialmente l'incarico di capo del DAP salutando tutti i suoi collaboratori.
Una decisione presa da tempo con le dimissioni ufficiali, in cui chiedeva di andare in pensione con un anno di anticipo, consegnate lo scorso 6 febbraio.
Da quel momento il ministro della Giustizia Marta Cartabia ha iniziato a cercare il nome del successore.
E la voce che circola più spesso tra gli uffici di via Arenula è quello di Carlo Renoldi, consigliere della prima sezione penale della Cassazione, esponente di Magistratura democratica.
Ai più, forse, non dirà molto. Ma chi conosce il personaggio, come ha riportato ieri Il Fatto Quotidiano (e sul punto basta andarsi a rivedere recenti interventi in convegni e affini), sa che si parla di un garantista con precise idee di destrutturazione sul 41 bis o l'ergastolo ostativo.
Nel recente passato è intervenuto più volte guardando con favore alla doppia decisione della Corte costituzionale sull'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario (l'ergastolo ostativo, ndr) in cui si vieta di liberare i boss stragisti ed i terroristi condannati all'ergastolo, se non collaborano con la giustizia, e quella sulla possibilità per i boss di accedere a permessi premio, dichiarandone di fatto l'incostituzionalità.
L'ennesimo scandalo che la ministra della giustizia Marta Cartabia potrebbe porre in essere proprio nell'anno del trentennale delle stragi.
Una nomina simile sarebbe un vero schiaffo per tante vittime di mafia che chiedono ancora verità e giustizia.
Una decisione nefasta che supererebbe addirittura quella fatta dall'ex ministro Alfonso Bonafede, che nella sua mediocrità nel 2018 scelse come capo del Dap Francesco Basentini al posto di Nino Di Matteo. Una scelta che fu grave anche nella buonafede del ministro, nel momento in cui, nei fatti, andò incontro ai desiderata dei boss che nelle carceri avevano espresso la propria contrarietà al magistrato che aveva indagato sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia.
Da quando è stata nominata come ministra della Giustizia la Cartabia ha saputo fare tremendamente peggio. Dapprima promuovendo una nefasta riforma della giustizia che con l'istituto dell'improcedibilità crea impunità e avvantaggia le mafie, così come detto da decine e decine di addetti ai lavori, ed ora con l'idea Renoldi per il Dap.
Perché tanto scandalo è presto detto. Parliamo di una figura che ha parlato di antimafia “arroccata nel culto dei martiri”.
Così diceva il 29 luglio 2020 in un convegno sul carcere che si è tenuto a Firenze. Dopo aver elogiato i pregi dei provvedimenti della Consulta (uno dei quali fu adottato nel 2019 quando proprio la Cartabia era vicepresidente) congratulandosi per la sentenza che apriva ai permessi premio per mafiosi ergastolani non collaboratori, perché “ha minato alle fondamenta i dispositivi di presunzione di pericolosità sociale che sono incentrati sull’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario”.
Non solo. Renoldi esprimeva i suoi elogi anche per la Cedu e la “sentenza Viola” contro l’Italia (“Ha acquisito alla dimensione del diritto convenzionale il principio della flessibilità della pena, del finalismo rieducativo con la conseguente incompatibilità con l’ergastolo ostativo”) quindi si scagliava contro tutti quei soggetti che avevano osato criticare la decisione della Consulta e della Corte europea dei diritti dell'uomo: sia dentro agli organi istituzionali ("alcuni sindacati della polizia penitenziaria" a "alcuni settori ambiti giudiziari e anche ad alcuni ambiti della magistratura di Sorveglianza") che nel mondo dell'antimafia, critico nei confronti del possibile svuotamento dell’ostativo.
La chiama "antimafia militante", a suo parere "arroccata nel culto dei martiri, che certamente è giusto celebrare, ma che vengono ricordati attraverso esclusivamente il richiamo al sangue versato, alla necessaria esemplarità della risposta repressiva contro un nemico che viene presentato come irriducibile, dimenticando ancora una volta che la prima vera azione di contrasto nei confronti delle mafie, cioè l’affermazione della legalità, non può essere scissa dal riconoscimento dei diritti”. Non per “esercizio di buonismo, ma come gesto politico ed etico di fedeltà alla Costituzione”.
A comporre quel mondo, per Renoldi vi sono "associazioni, testate editoriali, soggetti istituzionali, un mondo nel quale accanto a figure animate da un giustizialismo ottuso ci sono però personalità che appartengono alla cultura democratica la cui voce sul carcere ultimamente è stata però declinata solo sul versante del contrasto alla criminalità organizzata, come se la grande questione carceraria potesse essere ridotta ai temi pure importati dalla mafia, del 41-bis”.
E cosa dire delle posizioni assunte da giudice quando, come membro del collegio della Prima sezione Penale di Cassazione, in una sentenza si affermava il principio per cui "il detenuto sottoposto al 41 bis che saluta gli altri carcerati non è sanzionabile perché il saluto non è una comunicazione"?
Qualche anno fa il boss Gaetano Riina (oggi ai domiciliari, ndr), fratello del Capo dei capi Totò Riina, che aveva preso in mano il mandamento di Corleone in un'intercettazione diceva in maniera chiara: "Io ho un fratello. Si chiama Totò. E' il figlio più grande ed è pure detenuto. Io so che è una povera vittima perché la politica l'ha voluto distruggere ma io non intendo abbandonarlo perché è mio fratello. Con Totò ci capiamo con uno sguardo".
Dobbiamo dedurre, quindi, che tra certi giudici non vi sia una vera conoscenza del fenomeno mafioso?
Che apporto potrebbero dare alla lotta alla mafia?
Non sarebbe più logico ed opportuno scegliere per la guida del Dap persone competenti in materia di lotta alla criminalità organizzata che conoscono in profondità gli usi ed i costumi di boss ed affini?
Non sarebbe più logico che la ministra Cartabia si avvalesse di chi ha già un'esperienza all'interno del Dap, come lo stesso vice-Capo Roberto Tartaglia, o altri magistrati che abbiano contezza della reale pericolosità del fenomeno.
Quanto ancora potrà andare avanti questo governo di larghe intese, in cui compaiono allo stesso tavolo partiti come Forza Italia (fondati da un uomo della mafia come Marcello Dell'Utri), Lega, Pd, Italia Viva e quel Movimento Cinque Stelle che a causa del suo leader (Beppe Grillo) ha tradito il voto che il popolo gli aveva dato proprio per sfuggire a certe logiche?
Siamo curiosi. Perché da domani in aula inizierà il dibattito per la nuova legge sull'ergastolo ostativo.
Anche la nomina del nuovo capo del Dap può dare un "indirizzo" alla volontà di governo. Un po' quel che accadde quando l'Avvocatura dello Stato, lo scorso anno, cambiò rotta senza opporsi alla tesi dell'incostituzionalità dell'ergastolo ostativo.
C'era sempre la Cartabia al vertice di via Arenula.
Scegliere oggi per il Dap un soggetto che possa essere nella migliore delle ipotesi incompetente in materia di lotta alla mafia e nella peggiore funzionale ai desiderata dei clan, sarebbe un segnale chiaro che il mondo interno ed esterno al Sistema criminale coglierebbe immediatamente.
Se ciò avvenisse nel trentennale delle stragi sarebbe veramente come toccare il fondo. Il segno che quelle trattative tra Stato e mafia che si sono consumate nel tempo troverebbero il loro compimento.

Foto: it.depositphotos.com

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