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Il consigliere togato: “Si scusino o li querelo”

"Lobby & Logge", questo il titolo dell'ultima pubblicazione del duo Alessandro Sallusti-Luca Palamara, edita da Rizzoli. Un libro in cui si parla, o sarebbe meglio dire straparla, di tutto, mettendo nel mirino quei magistrati notoriamente "fuori Sistema" che hanno avuto l'ardire di indagare sui più alti piani del potere, cercando di far luce su stragi e delitti eccellenti, fatti e misfatti di quel Sistema criminale integrato che ormai non può più essere nascosto.
Tra i volti da colpire c'è un nome ridondante: quello di Nino Di Matteo.
Alla solita storia usata dai detrattori, ovvero l'inchiesta sulla strage di via d'Amelio e la falsa collaborazione del “picciotto della Guadagna” Vincenzo Scarantino, si aggiunge l'assurda ricostruzione delle motivazioni che a loro dire avrebbero portato il consigliere togato indipendente del Csm a votare favorevolmente la decadenza di Piercamillo Davigo.

Palamara - ha sottolineato lo stesso Di Matteo ad alcune agenzie di stampa - afferma che io mi sarei 'messo a capo della pattuglia schierata per cacciare Davigo dal Csm' dopo che erano usciti 'i nomi dei magistrati affiliati alla presunta Loggia Ungheria'. Sallusti scrive: 'Guerra per bande verrebbe da dire'. I fatti però hanno la testa dura - ha continuato Di Matteo - Avevo già votato per la decadenza di Davigo dal Csm nell'ottobre del 2020. Quindi molti mesi prima di apprendere (nelle circostanze che per primo ho denunciato pubblicamente al plenum del Csm) delle dichiarazioni di Amara sulla loggia Ungheria e sull'asserita appartenenza di magistrati alla stessa”. Il togato del Csm ha quindi spiegato che si tratta di “una circostanza questa che, peraltro, Palamara e Sallusti non possono non conoscere. La 'guerra per bande' la lascio ad altri”. Quindi ha concluso: “Mi auguro che Palamara e Sallusti intendano presentarmi le loro scuse per le evidenti, e facilmente dimostrabili, falsità scritte sul mio conto nel loro libro. Diversamente mi vedrei costretto a querelarli”.

La decadenza di Davigo
Che la storia della decadenza di Davigo, dalla carica di togato di Palazzo dei Marescialli, sia davvero diversa da quella prospettata dal duo Sallusti-Davigo, è un fatto evidente. E basta andare a risentire l'intervento con cui Di Matteo spiegò il motivo del suo voto a favore per comprendere che i fatti sono ben diversi.
La qualità di appartenente all'ordine giudiziario è imprescindibile per avere funzioni nell'autogoverno - spiegò allora Di Matteo - Contrariamente, avremmo un 'tertium genus' di consigliere - ha rilevato Di Matteo - né togato, né laico, che altererebbe il rapporto tra la componente magistratuale e le altre in Consiglio e andrebbe ad accrescere ingiustificatamente il numero dei non togati, violando anche lo spirito delle norme costituzionali sull'ordinamento della magistratura". Poi aggiunse: “Davigo ha dato un contributo di altissimo livello al corretto ed efficiente funzionamento del Csm. E' un magistrato che lascerà il segno sulla storia più recente della magistratura italiana, ma non bisogna incorrere in due errori: da un lato farsi condizionare dalle considerazioni sul merito di Davigo, dall'altro assumere posizioni di gruppo legate a logiche associative". Fatti che non hanno nulla a che vedere con le vicende della diffusione dei verbali di Pietro Amara che vede oggi a processo Piercamillo Davigo e Paolo Storari per rivelazione di segreto d’ufficio.


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L'ex magistrato Piercamillo Davigo


La disinformazione su via d'Amelio
L'altra narrazione distorta contenuta nel libro è quella inerente le inchieste sulla strage di via d'Amelio. Nell'intervista, il cui stralcio è stato pubblicato su “Il Riformista”, Sallusti, uno dei tanti libellisti del potere che si sono da sempre prestati al gioco del massacro contro i magistrati, rappresenta una realtà artefatta, laddove afferma che nelle dichiarazioni di Scarantino non vi era “nulla di vero”.
Falso. Basta leggere gli atti.
Si omette, gravemente, che i processi più recenti, come il Borsellino quater, hanno evidenziato proprio come nelle dichiarazioni di Scarantino vi fossero "elementi di verità".
Basti pensare che il "falso pentito" Scarantino ha indicato come partecipi della fase cruciale della strage le medesime persone di cui ha successivamente parlato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, autoaccusatosi del furto dell'auto utilizzata per la strage di via d'Amelio.
Scarantino, infatti, dice che quando la macchina viene portata nel garage per essere imbottita di esplosivo c'erano Graviano, Tagliavia e Tinnirello, così come poi dirà in perfetta coincidenza Spatuzza.
Quello Spatuzza che ha parlato della presenza di un uomo che non apparteneva a Cosa nostra: un soggetto esterno.
Ebbene, un altro falso pentito, Andriotta, aveva riferito al tempo di aver saputo da Scarantino che era presente anche un uomo che non era di Cosa nostra, uno specialista di esplosivi italiano.
E poi ancora, ci sono le indicazioni date da Scarantino sul furto dell'auto, avvenuto mediante la rottura del bloccasterzo, ed aveva aggiunto di avere appreso che sull’autovettura erano state applicate le targhe di un’altra Fiat 126, prelevate dall’autocarrozzeria dello stesso Orofino, e che quest’ultimo aveva presentato nel lunedì successivo alla strage la relativa denuncia di furto.
Ed è altrettanto evidente che anche nelle risposte di Palamara, un magistrato radiato e finito a processo a Perugia con l'accusa di corruzione, vi siano gravi omissioni, nel momento in cui si afferma che l'ex magistrato Ilda Boccassini aveva capito tutto senza poi ricordare che proprio lei fu una dei pm che avallò nel primo momento le dichiarazioni di Scarantino (e c'è una conferenza stampa del 19 luglio del 1994 a dimostrarlo, in cui sedeva accanto al Procuratore capo di Caltanissetta Gianni Tinebra). E fu sempre la Boccassini ad autorizzare alcuni colloqui investigativi tra Scarantino e membri del gruppo "Falcone-Borsellino", prima che fosse sentito dai magistrati.
Palamara nel libro racconta la sua ricostruzione di una vicenda in cui si sarebbe imbattuto come presidente dell'Associazione nazionale magistrati e da membro del Csm.
E racconta di quando il Consiglio superiore della magistratura ricevette la lettera di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso in via d'Amelio assieme agli agenti di scorta, in cui chiedeva al Csm di intraprendere iniziative contro i magistrati che si occuparono delle indagini.
Ed è in questo racconto che Palamara inizia un nuovo racconto artefatto della realtà. Di Matteo viene da lui indicato come uno dei magistrati più "potenti" in Italia quando la storia dimostra come lo stesso sia stato continuamente minacciato, calunniato, sottoposto a più procedimenti disciplinari con motivazioni ingiuriose (successivamente prosciolto da tutte le accuse), attaccato da ogni lato e accusato persino di essersi orchestrato da solo l’ordine di morte.


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Il consigliere togato, Nino Di Matteo


Ma Palamara arriva persino a dichiarare il falso quando afferma: "Abbiamo fatto ammuina, come si dice a Napoli. Non abbiamo neppure convocato, almeno per dare un segnale alla famiglia Borsellino e al Paese, i magistrati che gestirono quel depistaggio. Tantomeno Di Matteo...".
Basta fare una ricerca su internet, andare su Radio Radicale per rinvenire l'audizione dell'allora sostituto procuratore di Palermo davanti alla Prima Commissione del Csm. Era il 17 settembre 2018 e Palamara era presente.
L'ex magistrato omette ad arte anche di ricordare che fu proprio Di Matteo, in maniera formale e reiterata, a chiedere che quell'audizione fosse eseguita in seduta pubblica.
E tutti i cittadini possono ascoltarla con le proprie orecchie per comprendere in maniera chiara quella che fu la vicenda Scarantino e come fu affrontata all'epoca.
Una testimonianza che è stata ribadita anche di fronte alla Commissione Parlamentare Antimafia e quindi nei processi Borsellino quater e quello sul depistaggio di via d'Amelio, ancora in corso, che vede imputati i poliziotti Fabrizio Mattei, Mario Bo e Michele Ribaudo. Testimonianze che dimostrano in maniera chiara come non c'entri nulla con il depistaggio e come la vicenda Scarantino non sia altro che "un segmento" del grande scenario investigativo nella ricerca della verità sulla strage di via d'Amelio.
Nonostante ciò, però, oggi si torna a gettare fango.
E a guardare questo continuo modus operandi viene in mente “A volte ritornano”, il film diretto da 
Tom McLoughlin e basato sul racconto di Stephen King, dove i componenti di una banda che diversi anni prima aveva compiuto un delitto, tornano in veste di zombies con l'obiettivo di appropriarsi delle anime dei vivi per tornare in vita. Oggi gli zombies non sono solo i mafiosi o i politici collusi con le organizzazioni criminali, ma anche gli apparati deviati delle istituzioni: funzionari di polizia, militari, magistrati, massoni deviati e affini.
Uomini di potere che puntualmente permettono alla storia di ripetersi in maniera agghiacciante e drammatica nelle sue forme. Cambiano solo i nomi dei protagonisti.
In passato si attaccavano i Falcone ed i Borsellino. Oggi nel mirino tornano Nino Di Matteo e tanti altri magistrati che, con coraggio, non solo continuano l'impegno nella ricerca dei mandanti esterni delle stragi, ma puntano il dito contro quella magistratura che si lascia compromettere largamente dalla logica del carrierismo, del correntismo e del collateralismo con la politica. Ben diversa da quella che serve lo Stato in difesa della Costituzione.
Palamara sa, ma tace. Anche Sallusti sa, e tace.
Entrambi tacciono ed omettono volutamente con il chiaro intento di delegittimare, ancora una volta, Nino Di Matteo, facendolo finire dentro un tritacarne.


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Il giornalista Alessandro Sallusti


Una strategia che porta dritta all'isolamento.
Perché? Forse per viltà; ipocrisia; invidia; gelosia; mero carrierismo politico; o qualcosa di ben peggiore e spregevole.
O forse la verità sta nei timori delle “menti raffinatissime”.
Nino Di Matteo, nel corso del suo impegno in magistratura, ha avuto il coraggio di alzare il livello delle indagini toccando quei fili che, nell'ottica del Sistema criminale, non vanno toccati.
Sono le “menti raffinatissime” a voler fermare il magistrato in maniera preventiva. Non solo per quello che ha fatto, con inchieste, processi e condanne ottenute, ma (soprattutto) per quello che potrà fare.
Non si può dimenticare che nei confronti di Di Matteo pende la condanna a morte di figure come Totò Riina e Matteo Messina Denaro. Condanne emesse dai vertici di Cosa nostra, ma per conto di altri.
Gli stessi di Borsellino!”, rivelò il collaboratore di giustizia Vito Galatolo che per primo rivelò l'esistenza del progetto di attentato.
Un progetto di attentato che, come scriveranno i pm nisseni nella richiesta di archiviazione d'indagine, è ancora in corso.
Ma, ovviamente, di queste non si parla.
Fermare Di Matteo diventa basilare per interrompere sul nascere ogni possibilità che possa tornare ad occuparsi di quelle verità indicibili.
Cosa che certamente farà, non appena si concluderà l'incarico al Csm, coordinando le indagini del pool della Procura nazionale antimafia che si occupa delle stragi.
E' lì che tornerà dopo il reintegro deciso dal Procuratore nazionale
 Federico Cafiero de Raho.
Sono questi i motivi che si nascondono tra le pieghe della "caccia al magistrato" che viene perpetrata in maniera subdola utilizzando ogni strumento possibile.
Dagli articoli su giornali invisi, ai gravissimi errori commessi anche da alcuni familiari vittime di mafia. Per non parlare delle ipocrisie dei leader dei Cinque Stelle, pronte a sperticarsi le mani e a proporre incarichi ministeriali per poi tornare sui propri passi, magari per paura che si scoprano proprio certe verità indicibili.
E' così che si isolano quegli uomini che, come Di Matteo, hanno dato la propria vita nella ricerca della verità. Dalle stragi sono passati trent'anni. Ma dalla storia non abbiamo imparato nulla.


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