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Il boss stragista ai pm di Firenze: "Nelle intercettazioni in carcere mi riferivo a lui"

Anno 2009. Al processo Dell'Utri, il boss stragista di Brancaccio, Giuseppe Graviano, collegato in videoconferenza dal carcere di Parma si avvale della facoltà di non rispondere, ma chiede al Presidente che fosse letta in udienza una lettera da lui stesso inviata alla Corte. Il giudice nega la possibilità e il boss, in una frase, sintetizza così il suo messaggio: “Per il momento non sono in grado di essere sottoposto a interrogatorio”. Vedremo “quando il mio stato di salute me lo permetterà”.
Anno 2016. La Procura di Palermo, nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, intercetta nel carcere di Ascoli Piceno il capomafia mentre parla con il compagno d'ora d'aria, Umberto Adinolfi. Parla delle stragi del 1993, del 41 bis, dei dialoghi con le istituzioni. Ma ad un certo punto fa riferimento all'ex premier Silvio Berlusconi: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza”. E poi: “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa". E ancora: “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”. E tante altre considerazioni.
A seguito delle dichiarazioni la Procura di Firenze riapre il fascicolo sui mandanti esterni delle stragi che vede iscritti nel registro degli indagati proprio Berlusconi ed il cofondatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Anno 2020. Giuseppe Graviano decide di rispondere alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nel processo 'Ndrangheta stragista, dove si trova imputato assieme al boss di 'Ndrangheta Rocco Santo Filippone.
Anno 2021. Giuseppe Graviano parla con i magistrati di Firenze confermando che nelle intercettazioni in carcere i riferimenti erano proprio all'ex Presidente del Consiglio.
Il boss di Brancaccio, secondo quanto riportato dal collega Lirio Abbate sul sito de L'Espresso, che anticipa l'uscita del settimanale, non si è affatto trincerato dietro al silenzio quando è stato sentito dai procuratori aggiunti di Firenze, Luca Tescaroli e Luca Turco e dal Procuratore Capo Giuseppe Creazzo.
Dichiarazioni messe a verbale, le sue, che pesano come macigni.
I magistrati sono partiti proprio dal processo Dell'Utri, perché nelle intercettazioni in carcere Graviano fa riferimento al proprio "silenzio" e al contempo diceva che "i veri intrighi di Berlusconi, quelli veri li sa Dell’Utri".
Così Graviano ha spiegato che già nel 2009 avrebbe "potuto rendere dichiarazioni sulle stesse circostanze che vi ho riferito in ordine ai rapporti economici con Berlusconi. Poiché mi viene evidenziato che in tale racconto non vi è alcun riferimento a Dell’Utri, rappresento che comunque un legame sussiste". E sul riferimento agli intrighi il capomafia ha specificato che "è alle attività opache delle società di Berlusconi".
E con due "Sì" secchi e semplici ha confermato il riferimento a Berlusconi quando parlava della sua situazione carceraria ("Non hai fatto niente e ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni e i giorni passano, gli anni passano, sto invecchiando eh no, tu mi stai facendo morire in galera… senza io aver fatto niente. Che sei tu l’autore… io ho aspettato, senza tradirti, ma ti viene ogni tanto in mente di passarti la mano sulla coscienza se è giusto che per i soldi… tu fai soffrire le persone così") o ancora quando parlava delle stragi ("Lui mi dice: 'ci volesse una bella cosa'").

Le indagini sulla carta scritta
Al momento nulla di tutto quello che ha detto fino adesso è stato ancora provato.
Al di là delle parole i magistrati fiorentini da mesi sono impegnati negli accertamenti su certe affermazioni che il capomafia aveva fatto per la prima volta nel corso del processo 'Ndrangheta stragista. Parole ripetute nei due interrogatori in loro presenza. Così gli investigatori sono a caccia di riscontri e documenti. In particolare di una "carta privata" che, secondo Graviano, attesterebbe i rapporti economici che la sua famiglia, a cominciare dal nonno per poi proseguire con il cugino, avrebbe avuto con l'ex Premier.
Ai magistrati Graviano ha detto che quella "carta”, che gli fu mostrata, "era firmata da Berlusconi e da tutte le persone che avevano effettuato l’investimento e prevedeva l’impegno di condividere il 20 per cento di quanto era stato realizzato con l’investimento iniziale. La carta era stata predisposta da un professionista, non so dire se un notaio, un avvocato o in commercialista".
Poi avrebbe aggiunto: "È ancora esistente questo documento ed è ancora conservato. Un giorno spero di poterlo recuperare".
Quando i magistrati gli hanno chiesto indicazioni per recuperarla, però, ecco che Graviano è tornato a gettare fumo, spiegando di non poter dire nulla "perché devo coinvolgere delle persone che io non vorrei coinvolgere […] per adesso non vi posso aiutare su questo punto. Se mi volete credere mi credete...". E quindi ha aggiunto: "Questo documento era in possesso di mio cugino Salvatore; mi devo sentire con dei miei parenti che devono mettermi nelle condizioni di recuperare il documento".
Per questo motivo, nei mesi scorsi gli inquirenti si sono messi a caccia del documento perquisendo le abitazioni dei parenti del boss (è stata anche trovata una stanza nascosta nella camera della moglie, ndr).
Ugualmente sono state cercate prove a riscontro degli incontri che il boss asserisce di aver avuto con Berlusconi, anche mentre era latitante.
Davanti alla Corte d'assise di Reggio Calabria aveva detto che ciò sarebbe avvenuto "almeno per tre volte".
Un primo incontro che sarebbe stato presso l'Hotel Quark di Milano. Un ultimo, nel dicembre del 1993, ovvero poche settimane prima del suo arresto (avvenuto il 27 gennaio 1994), in un appartamento a Milano 3 ("È successo a Milano 3, è stata una cena. Ci siamo incontrati io, mio cugino e Berlusconi. C'era qualche altra persona che non ho conosciuto. Discutiamo di formalizzare le società").
Addirittura Graviano avrebbe descritto l'appartamento ("Era piccolo, forse un paio di stanze, al primo o al secondo piano di una palazzina, c’era l’ascensore. Dalla finestra si vedeva una caserma dei carabinieri, sul davanti della palazzina la strada si attraversava per il tramite di un ponticello (ve n’era più di uno) che conduceva ad uno spazio antistante ad una piscina e più avanti vi era un albergo e un esercizio commerciale") e quando gli è stato mostrato un video avrebbe anche riconosciuto il residence, senza individuare l'appartamento.
Ai pm Graviano, nell'interrogatorio dello scorso aprile, avrebbe detto che il nuovo incontro avrebbe dovuto tenersi il 14 febbraio, per definire l’accordo miliardario.
Nel corso dell'interrogatorio, secondo quanto riporta L'Espresso, i pm di Firenze sarebbero stati anche diretti chiedendo se Berlusconi è stato il mandante delle stragi. E la risposta sarebbe stata vaga: "Non lo so se è stato lui".
Il settimanale poi racconta che il seguito della risposta ha un lunghissimo "omissis".

Affari di famiglia
Così come aveva fatto in aula, nel processo di Reggio Calabria, Graviano ha parlato del nonno, Filippo Quartararo, che lavorava nel settore ortofrutticolo, e dell'impegno che aveva assunto con il leader di Forza Italia, al tempo solo imprenditore.
"Mi raccontò che aveva conosciuto Silvio Berlusconi attraverso un tramite il cui nominativo non conosco - avrebbe messo a verbale - Berlusconi gli aveva chiesto di operare un investimento di 20 miliardi di lire per le sue attività, con l’intesa di una partecipazione al venti per cento a tutte le attività ed ai proventi derivanti da tale investimento. Mio nonno non aveva questa cifra così esosa, ne ha parlato con mio papà. E allora si rivolse ad alcuni conoscenti coinvolgendoli nell’operazione. Mio nonno investì l’importo di quattro miliardi e mezzo di lire; le altre persone che investirono denaro insieme a lui erano Carlo Alfano, per l’importo di dieci miliardi di lire, poi Serafina, moglie di Salvatore Di Peri, Antonio La Torre detto Nino il pasticcere e Matteo Chiazzese, per l’importo residuo".
Di questi investimenti il nonno gli avrebbe parlato solo dopo la morte del padre: "Egli mi disse che mio padre non aveva voluto sapere nulla di questa situazione e mi chiese di occuparmene insieme a mio cugino Salvatore Graviano con il quale ci siamo rivolti a Giuseppe Greco, il papà di Michele. Ad entrambi ho chiesto consiglio, raccontandogli tutta la storia dei rapporti tra mio nonno e Berlusconi".
Su quei denari dati all'ex Premier il boss di Brancaccio ha sostenuto che alcune rendite sarebbero state restituite al cugino (deceduto qualche anno fa): "Mio cugino investì il denaro nella Iti caffè che stava andando in fallimento. Un’altra consegna è avvenuta quando è stato dato del denaro a Baiardo (favoreggiatore di Graviano ndr) per acquistare un appartamento ad Omegna. Nelle varie occasioni Berlusconi ha incontrato mio cugino Salvo dandogli il denaro in contanti".
Tra una parola e l'altra Graviano, secondo quanto riportato da Lirio Abbate, si sarebbe anche detto convinto che il suo arresto, e quello del cugino, furono "per impedirci di formalizzare l’accordo economico con Berlusconi, e le stragi sono cessate per addossare tutte le precedenti a me".

Lo spunto alla ricerca della verità
Lo abbiamo già detto in altre occasioni e lo ripetiamo. Le parole di Graviano vanno prese con le pinze. Non è un collaboratore di giustizia, non è un dichiarante e, a differenza del fratello, non ha nemmeno tentato la carta della dissociazione da Cosa nostra. Parla per interesse.
Del resto quando i pm gli hanno chiesto se Giuseppe e Michele Greco (anche noto come il "Papa") fossero membri di Cosa nostra, il boss di Brancaccio si è categoricamente rifiutato di fornire indicazioni.
Quale è oggi l'interesse di Graviano? Da mesi ha sempre asserito di non essere interessato al denaro, ma "solo a far rispettare l’impegno e a far emergere la verità".
Una balla. Tanto in carcere, quanto in aula, il suo chiodo fisso era quello di tornare in libertà. Un'ipotesi tutt'altro che peregrina se si considerano gli ultimi pronunciamenti della Cedu e della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo ed il regime carcerario 41 bis. Di questo ora si parla in Commissione giustizia. E chissà se di questo ha parlato nella missiva inviata mesi fa alla ministra della Giustizia Marta Cartabia.
E chissà che questo ennesimo "parlo-non parlo" non sia l'ennesimo messaggio lanciato all'ex Premier, ufficialmente iscritto alla gara per la sedia del Quirinale, proprio "per far rispettare l'impegno". Se Graviano parla, Berlusconi trema.
Ma mezze misure, mezze verità o farneticanti memoriali, scritti per intorbidire le acque non sono più accettabili.
Se Graviano vuole davvero riabbracciare la propria famiglia da "uomo libero" operi un taglio netto con Cosa nostra. Collabori con la giustizia, denunci i propri crimini e consegni il proprio patrimonio allo Stato, affinché possa darlo ai bisognosi. Sveli una volta per tutte i segreti di cui è detentore assieme all'ultimo padrino in libertà: Matteo Messina Denaro.

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