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Ardita e Di Matteo contrari

Ce lo chiede l'Europa. E' con questa incessante cantilena che il Csm ha approvato ieri con larga maggioranza il parere richiesto dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia in merito al decreto legislativo sulla presunzione di innocenza, nonostante la segnalazione di numerose criticità da parte di alcuni consiglieri come Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, gli unici tra l'altro ad aver votato contro.
Si tratta, secondo Di Matteo, di un parere "acriticamente adesivo alla proposta dello schema di decreto" e che presenta numerose ricadute molto negative sul piano delle praticità.
Il decreto legislativo era stato approvato ad agosto scorso dal Consiglio dei Ministri e aveva come obiettivo quello di recepire le disposizioni della direttiva Ue 343/2016 sul “rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza". Nei fatti però la politica con un sottile lavoro di limatura l'ha trasformato in un bavaglio soprattutto per i pubblici ministeri lasciando liberi di dire, praticamente tutto quello che ritengono opportuno, le parti private come gli avvocati difensori, gli imputati stessi o i rispettivi parenti.
"Che cosa consacra questo schema di decreto legislativo? - ha chiesto Di Matteo - Una sostanziale impossibilità per l'autorità pubblica, non soltanto per i magistrati, di informare su quanto non è più coperto dal segreto. Possono informare soltanto le parti private, possono informare i parenti, com'è avvenuto per Riina e Provenzano, su quello che secondo loro è emerso dalle indagini. Non lo potrà fare più il procuratore della repubblica, il questore o l'ufficiale dei carabinieri". Secondo il consigliere togato l'applicazione del decreto legislativo "conduce ad una sorta di silenzio pubblico prima di una sentenza passata in via definitiva. Per me questa è una svolta illiberale".
Inoltre durante il plenum è stato segnalato il pericolo della formazione di nuove fonti di informazione meno trasparenti poiché quelle ufficiali sono state ridotte al silenzio.
Di Matteo ha segnalato anche che "noi introduciamo in un sistema già molto macchinoso, come quello del processo penale, soprattutto nella fase delle indagini, ulteriori elementi di problematicità" come i ricorsi disciplinari al giudice, “l'istanza di correzione di espressioni utilizzate in richieste o in un'ordinanza di custodia cautelare" andando ad intasare, con la creazione di numerosi sub procedimenti, la già delicata macchina della giustizia". Inoltre, come specificato nel documento del parere, il comma due bis prevede espressamente che la diffusione delle informazioni sui procedimenti penali sia consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico.
Una frase assai vaga che lascia ampio margine di errore. Quali sarebbero le ragioni di interesse pubblico? Verranno decise dalla maggioranza di turno?
"Io mi chiedo - ha continuato Di Matteo - se queste disposizioni fossero state in vigore ai tempi del primo pool antimafia di Palermo e del lungo percorso, che dall'85' si concluse nel 92' con l'affermazione di penale responsabilità definitiva di molti degli imputati del maxi processo, avrebbero costituito illecito disciplinare le numerose interviste di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino o di Giuseppe Di Lello che spiegavano e informavano i cittadini di quello che era uscito fuori ad esempio sulla struttura organizzativa di Cosa Nostra, sulla sua unicità, sulle sue regole, dalle dichiarazioni di Tommaso Buscetta o di qualcun altro? Sarebbero stati sottoposti a procedimento disciplinare tutti i magistrati che tutt'ora in assenza di una sentenza definitiva hanno parlato di quello che dalle indagini è emerso sulla strage di Piazza Fontana o sull'attentato a Ustica?".
"Ricordo che quando iniziò il maxi processo, un organo di stampa a fronte dell'arrivo a Palermo di tanti quotidiani nazionali titolò: Silenzio entra la corte (fu il titolo perentorio del Giornale di Sicilia che quella mattina accolse l’avvio dei lavori del cosiddetto “processone”, ndr). Come per dire: "Oggi non parleremo più del maxi processo nonostante la fase pubblica dibattimentale per rispetto della serenità dell'autorità giudiziaria. Non è quello il punto. Io credo che noi non dobbiamo stare silenti rispetto ad una limitazione di informazione anche da parte dell'autorità pubblica. I rimedi esistono già. Se un procuratore della repubblica dovesse presentare come colpevole un indagato o un imputato prima che quella colpevolezza sia accertata ne pagherà le conseguenze, da un punto di vista penale, disciplinare o di responsabilità civile. Ma introdurre ulteriori limitazioni rappresenta un bavaglio alla possibilità che all'informazione contribuisca anche l'autorità pubblica. Per questo non ritenendo che siano sufficientemente sottolineati questi aspetti di problematicità io voterò contro l'approvazione di questo parere".
Alle sue parole si è unito il consigliere togato Sebastiano Ardita il quale, pur riconoscendo che la presunzione di innocenza "è un diritto sacrosanto", ha evidenziato la necessità "di una doverosa attenzione sulle attività che vengono svolte".
Sul punto il consigliere togato ha riportato un esempio: "E' di qualche giorno fa la notizia di una vicenda complessa in cui soltanto la parola del procuratore della repubblica ha permesso un po' di chiarezza su quello che stava succedendo". "I fatti - ha continuato Ardita - erano stati esposti in maniera tale da confondere l'opinione pubblica e il procuratore della repubblica ha dovuto spiegare quello che era accaduto sennò si rischiava di avere un'informazione sbagliata". "Tutti sappiamo che esiste una buona comunicazione e una cattiva comunicazione - ha continuato - Tutti sappiamo che la comunicazione può essere devastante se viene usata in modo diverso rispetto all'obbiettivo che si vuole ottenere. E quello è il compito del consiglio. Oggi ho visto una giornata in cui ancora il consiglio si avviluppa in questioni teoriche e pragmatiche" ma poi di fatto "nel concreto non mi sembra anche siamo sempre cosi attenti e incisivi nell'attività che dobbiamo svolgere".
Infine, il consigliere togato ha detto che occorre certamente difendere il diritto della presunzione di innocenza ma che bisogna anche difendere il diritto dei cittadini di informarsi.
Diversamente l'hanno pensata la maggior parte degli altri consiglieri. In primis il relatore della stessa pratica, Loredana Micciché, di Magistratura Indipendente, la quale ha detto durante le repliche che "Ce lo dice una legge comunitaria. Non potevamo fare diversamente. Ogni anno il governo ci indica le direttive da attuare". A lei si è unito il consigliere Filippo Donati dicendo che "dobbiamo fare una valutazione che tenga conto di due fattori importanti: il primo è che ci troviamo di fronte ad una direttiva voluta dall'Unione Europea che deve essere attuata e che se questa normativa è volta a tutelare un diritto fondamentale, quello della presunzione di innocenza delle persone. Il diritto delle persone a non essere sbattute sui media e magari a dover sopportare una pena infinita, data la lunghezza dei nostri processi, nonostante poi magari non ci sia nessun accertamento di responsabilità penale". Simile idea è stata espressa anche dal consigliere D'Amato il quale ha parlato di una "rivoluzione culturale che il consiglio superiore della magistratura aveva avviato già nel 2018 per adeguarsi alle direttive europee sulla cosiddetta comunicazione istituzionale che hanno una funzione ben precisa, costituire l'obbiettivo della trasparenza e della comprensibilità dell'azione giudiziaria". Al dì là del “mantra Europeo” è interessante notare come il Csm lo scorso ottobre si era espresso contro il governo polacco per aver violato l'autonomia e l'indipendenza dei propri giudici con l’approvazione di una serie di norme che riguardavano il funzionamento della Camera disciplinare della Corte suprema polacca e di alcune disposizioni concernenti l'indipendenza della magistratura.
Oggi, con un parere più che discutibile, obbedisce supinamente al volere del legislatore.

Foto © Imagoeconomica

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