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La caduta inesorabile del Movimento Cinque Stelle

Chi vince le elezioni? La mafia. Chi perde? Non solo la Lega ma anche, miseramente ed inevitabilmente, il Movimento Cinque Stelle. Basta leggere i numeri. Sprofondato nei sondaggi, sconfitto nelle “sue” città (Roma e Torino) e “salvato” dal ticket col Pd.
Una caduta senza fine verso il basso nonostante la buona volontà del neo “capo politico”, Giuseppe Conte, sceso in campo nel tentativo di “resuscitare il morto”. Ora il rischio reale è che dopo i fasti del passato, a meno che lo stesso Conte non compia un miracolo politico, alle prossime elezioni il Movimento Cinque Stelle riuscirà solo a stento ad entrare in Parlamento.
Un peccato per tutte quelle brave persone che cercano di portare avanti battaglie giuste dentro il Movimento, ma soprattutto per chi si è speso in passato, per poi dissociarsi, di fronte al tradimento che veniva compiuto. Da chi? Soprattutto dal vero “mostro”, rappresentato da Beppe Grillo.
Ma torniamo alle amministrative.
Se dovessimo guardare i numeri senza ombra di dubbio si può dire che è l'astensionismo il vero primo partito d'Italia.
Il dato dei votanti alle Comunali, che per questo primo turno si attesta al 54,69%, fa segnare un record per la bassa partecipazione al voto: in pratica un elettore su due non si è recato alle urne. Basti pensare che dal 2010 ad oggi la minore affluenza si era registrata in precedenza nel 2017 (1.004 i Comuni al voto) con il 60,07%. E negli anni passati non si era mai scesi sotto al 60% degli aventi diritto.
Il segno che siamo di fronte ad uno scollamento generale e ad una disaffezione che corrisponde a un panorama politico veramente tragico.
Non c'è fiducia tra i cittadini e quei partiti che avevano promesso mari e monti (vedi, il Movimento del "non cambiamento" Cinque Stelle) sono scesi quasi ovunque.
Tuttavia la "sorpresa" è la forte ripresa del Pd, che si avvantaggia a Bologna e Napoli del rinnovato asse con i Cinque Stelle. Se si esclude la vittoria in Calabria, aspettando i ballottaggi della Capitale e del Capoluogo piemontese, il centrodestra (escluso Fratelli d'Italia che diventa primo partito della coalizione) non sorride.
Al di là dei dati e dei risultati dei singoli c'è un aspetto che vogliamo sottolineare e che ci fa preoccupare.
Cosa ne sarà della lotta alla mafia in questi Comuni? La domanda non è banale.
Basti pensare che, come è stato denunciato da associazioni come WikiMafia e Libera, leggendo i programmi dei principali candidati sindaco di Milano il tema mafia non è stato mai contemplato.
E pensare che il capoluogo lombardo è da sempre un crocevia centrale negli interessi criminali, non solo per il traffico di droga, ma anche nella gestione di appalti ed investimenti.
E' al Nord Italia che le mafie investono pesantemente. La Direzione investigativa antimafia nella sua recentissima Relazione semestrale al Parlamento ha evidenziato la presenza di ben 46 ‘locali’ di 'Ndrangheta nelle regioni del Nord Italia, di cui 25 in Lombardia. Una criminalità organizzata, quella calabrese, che risulta “perfettamente radicata e ben inserita nei centri nevralgici del mondo politico-imprenditoriale” ed i numeri “dimostrano la capacità espansionistica delle cosche”.
Interessi e affari che storicamente sono stati portati avanti anche da Cosa nostra e Camorra.
Nonostante le decine e decine di operazioni e sequestri di beni, è un dato di fatto che mai c'è stata da parte della politica, dei partiti, dell'imprenditoria, e del commercio una profonda analisi di quella che è la reale situazione del fenomeno mafioso.
E i dati dimostrano che nel 2021 le mafie, con un "fatturato" di oltre 150 miliardi di euro l'anno, sono vive più che mai. Di fronte alla crisi economica e pandemica più volte gli addetti ai lavori hanno lanciato l'allarme sull'assalto che le mafie potranno fare dei futuri fondi dei Pnrr che verranno impiegati nei tanti cantieri sui territori.
Eppure dalla politica si continua ad assistere ad un sostanziale silenzio sulla lotta alla mafia.
I governi degli ultimi anni hanno sempre taciuto sui miliardi che la 'Ndrangheta "fattura" grazie al traffico internazionale di stupefacenti per poi reinvestirli nell'economia legale, oppure di fronte al continuo crescere di fenomeni come quello della corruzione.
E tutto tace sul fronte della ricerca della verità sui fatti e misfatti della storia della nostra Repubblica. La vergognosa riforma della Giustizia Cartabia a cui si aggiunge la legge in discussione sulla presunzione di innocenza sono la dimostrazione di un indirizzo di governo preciso su come si debba guardare a certi argomenti.
Il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo aveva evidenziato come la riforma “ricorda per analogie evidenti la cosiddetta riforma del processo breve dell’ultimo governo Berlusconi, che rappresentava un pericolo per la tenuta stessa del sistema democratico”. Per il magistrato le somiglianze sono evidenti, soprattutto per il "meccanismo dell’improcedibilità" che farà "andare in fumo molti processi e sarà equivalente a una denegata giustizia. Non solo per le vittime, ma pure per gli imputati che magari sono innocenti e hanno diritto a una sentenza di merito". C'è poi quel contenuto inserito nella riforma nonostante gli allarmi di decine e decine di addetti ai lavori che permette al Parlamento di indicare alle Procure i criteri generali da seguire per selezionare la priorità delle notizie di reato.
"L’approvazione di questa parte della legge - aveva sostenuto Di Matteo in passato - comincerebbe ad aprire uno squarcio, limitato ma facilmente allargabile, alla possibilità che poi sia la politica a dettare l’agenda alle procure. Questo, oltre a contrastare con i principi fondamentali della Carta, segnerebbe un passo verso il sostanziale assoggettamento delle procure al potere politico".
E' ovvio pensare che diventerà sempre più difficile alzare il livello delle inchieste contro quei Sistemi criminali che hanno condizionato, e condizionano ancora oggi, il nostro Paese.
Aveva ragione il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo quando qualche anno fa, intervenendo con una lettera scritta a La Repubblica in occasione delle commemorazioni per la strage di via d'Amelio, denunciò come la lotta alla mafia non fosse una priorità per tutti gli organi istituzionali.
"Per lo Stato italiano - scriveva - la lotta alla mafia non è prioritaria perché richiede una volontà politica che superi gli sbarramenti generati dalla mancanza di adeguate coperture finanziarie, argomento strumentalmente utilizzato per giustificare le drammatiche vacanze di organico della magistratura, del personale amministrativo e delle forze di polizia". E poi ancora aggiungeva: "Mi chiedo, se questo è vero, che senso abbia gioire dei risultati giudiziari raggiunti, visto che siamo comunque costretti a giocare una partita che non possiamo vincere. Che senso ha sbandierare arresti e condanne come fossero vittorie. Sono risultati importanti generati dal lavoro quotidiano, per i quali non vogliamo applausi. È il nostro lavoro ed il nostro lavoro, tra mille difficoltà, lo sappiamo fare. Punto e basta".
Ancora oggi è difficile dare torto a queste considerazioni.
E le amministrazioni comunali che presto si insedieranno cosa faranno? Istituiranno delle Commissioni di studio e promuoveranno azioni di contrasto? Noi abbiamo qualche dubbio visto che da tempo, ormai, la lotta alla mafia è letteralmente scomparsa dall'agenda politica. Ma la speranza è l'ultima a morire.

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