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di Giorgio Bongiovanni

Prima la notizia di una mostra dedicata alla figura imprenditoriale di Silvio Berlusconi, omettendo sfaceli politici, leggi ad personam e misfatti (su tutti la condanna per frode fiscale o i denari dati alla mafia). Poi una dedica a tutta pagina sul Corriere della Sera, in uno spazio a pagamento, per gli Ottantanni di Marcello Dell'Utri, il braccio destro dell'ex Premier e co fondatore di Forza Italia, nonché condannato definitivo a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (pena già scontata) e in primo grado a 12 anni nel processo trattativa Stato-mafia.
Non è uno scherzo. E' tutto vero. E lo scandalo è servito nello storico quotidiano, fondato nel 1876, considerato tra i più autorevoli del Paese.
Che fine ha fatto l'etica? Che fine ha fatto la verità dei fatti? Un giornale seriamente autorevole avrebbe dovuto rifiutare un'inserzione a pagamento con un tale contenuto. Poco importa se a sostegno di quella scritta a caratteri cubitali “Auguri caro Marcello” vi erano circa 200 firme di ex dirigenti e lavoratori di Publitalia.
Perché Marcello Dell'Utri non è una figura qualsiasi. Inneggiare a Benito Mussolini o Adolf Hitler è vietato dalle nostre leggi, ma mi chiedo: vi è differenza tra acclamare loro, anche con dei semplici auguri, ed acclamare un “mafioso” nell'animo che ha compiuto gravissimi reati?
A mio parere no. Per questo ritengo che il Corriere della Sera avrebbe dovuto rifiutare l'annuncio a pagamento, senza se e senza ma.
C'è una sentenza definitiva che afferma che dal '74 al '92 Dell'Utri si fece garante di un patto tra Berlusconi e le famiglie mafiose palermitane. E la sentenza trattativa, seppur di primo grado, dice che quella intermediazione non si ferma al '92, ma si estende al primo governo Berlusconi.
Fare finta di nulla su tutto ciò, voltarsi dall'altra parte, è la dimostrazione che ancora oggi vi è una parte di popolo che dopo oltre 150 anni di storia vuole avere rapporti con la mafia.
Nel film “Centopassi”, in cui si racconta la storia di Peppino Impastato, c'è una scena in cui viene ricostruito il monologo di Salvo Vitale trasmesso il 9 maggio 1978, poco dopo la morte dell'amico fraterno, a Radio Aut. “Chi se ne fotte di questo Peppino Impastato - recitava Claudio Gioé - Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall'altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino. Domani ci saranno i funerali. Voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma no perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia”.
Ciò che sta avvenendo oggi, nel 2021, fa capire in maniera chiare la gravissima questione culturale che attanaglia il nostro Paese e che manifesta la presenza di un ampio strato di cittadini, seppur onesti o bravi lavoratori, che determinate verità non le vogliono vedere. Che la mafia, rappresentata anche da figure come Marcello Dell'Utri, in fondo non la vogliono davvero sconfiggere.
Roba da far rivoltare nella tomba Falcone, Borsellino e tutti i martiri che contro essa hanno combattuto.
Diamo per scontato che chi ha firmato quella pagina pubblicitaria conosce la condanna per mafia che riguarda Dell'Utri.
Un manifesto evidente della “cultura mafiosa”, che ha lontane radici e che è un aspetto dell’ideologia dominante, quella del potere, che si rende manifesta, purtroppo, anche tra le classi sociali più deboli.
E la stampa dei giornaloni non è esente da colpe nella diffusione di questo “perverso messaggio”.
Quella stessa stampa che ha condotto delle vere e proprie campagne contro quei magistrati che hanno avuto il coraggio di mettere sotto inchiesta i vertici del Sistema criminale e che non si rassegnano nella ricerca della verità sulle stragi e sui misteri che da sempre attanagliano il nostro Paese. Mostre e inserzioni pubblicitarie, all'apparenza innocue, non fanno altro che alimentare tutto ciò, in un clima di revisionismo che attraversa ormai tutti i settori della società. E allora buttiamo giù la maschera. E diciamolo che la mafia la vogliamo “perché ci identifica” e “perché ci piace”. Senza ipocrisie.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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