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L'ex killer mente. La sua è un'operazione sporca di menti raffinatissime

Maurizio Avola dice il falso. Lo affermano i sostituti procuratori nisseni Pasquale Pacifico e Matteo Campagnaro, in merito alle dichiarazioni dell’ex killer di Cosa nostra catanese che hanno accompagnato la calda estate ormai giunta al termine. Ricordiamo bene la fermezza con cui Avola sosteneva che quella di via d’Amelio è una strage di “sola mafia”. Ricordiamo bene ciò che ha raccontato a Michele Santoro nel libro “Nient'altro che la verità” (edito da Marsilio), scritto assieme al contributo di Guido Ruotolo, e le indignazioni che quelle stesse affermazioni hanno suscitato nei familiari di vittime innocenti di mafia, specie quelli legati - purtroppo - alla terribile Strage di via d’Amelio in cui nel ’92 venne ucciso il giudice Paolo Borsellino assieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. E, infine, ricordiamo anche la decisione della Procura di Caltanissetta - guidata dal Procuratore facente funzione Gabriele Paci - di indagare Maurizio Avola per calunnia nei confronti del boss etneo Aldo Ercolano e anche per auto-calunnia.

“Un’estate di fuoco”, verrebbe da dire, in cui l’antimafia ha subito attacchi plurimi e trasversali. In primis dalla stampa, con delegittimazioni personali ai danni di alcuni magistrati titolari di inchieste delicatissime; poi dalla politica, con riforme controproducenti - vedi quella della guardasigilli Marta Cartabia - al buon funzionamento del sistema Giustizia; infine, anche da personaggi come Avola le cui dichiarazioni hanno costituito un grave tentativo di depistaggio delle indagini in corso sulla Strage di via d’Amelio.

Sostenne di essere stato nel luogo dell’attentato, vestito da poliziotto, e che vide “Borsellino scendere dall’auto” dando poi “il segnale a Graviano. Io, intanto, mi allontanavo, avevo in mano un borsone con la scritta polizia”. Ma venne subito smentito dal superstite della strage, Antonino Vullo, che ai magistrati della procura di Caltanissetta disse di non aver “mai visto nessuno in strada. Meno che mai un poliziotto con una borsa in mano”. Oltre al fatto che non è mai esistita una borsa con la scritta polizia.

L’ex boss sostenne anche di avere partecipato al caricamento della Fiat 127 in un garage vicino alla Fiera. Un box di cui aveva parlato - nel 2008 - il pentito Gaspare Spatuzza svelando il grande depistaggio del falso pentito Scarantino. Ma Avola piuttosto che portare i magistrati e gli investigatori della Dia in via Villasevaglios 17, ha indicato loro un garage sito in via Gaspare Ciprì, a Brancaccio: un altro box di cui aveva parlato sempre Spatuzza indicandolo, però, come luogo in cui venne nascosta l’auto dopo il furto. Per la Dia nissena non ci sono dubbi: “Avola parla della luce fioca e delle dimensioni del box solo perché ha visto i filmati sul web, che riprendono il garage di via Ciprì e non quello di via Villasevaglios”. In rete, infatti, ci sono solo le immagini del primo sopralluogo fatto nel 2018 da Spatuzza.

Avola sostenne, infine, di essere stato a Palermo dal 17 luglio 1992, ma il giorno prima della strage - alle 10 del mattino - venne fermato a Catania da una pattuglia della Polizia. “Al momento del controllo, in via De Caro, era a bordo di una Lancia Delta insieme con un’altra persona, aveva il braccio sinistro ingessato”, riporta la relazione di servizio annotata da un agente e ritrovata dalla Dia. L’ex killer ha provato a giustificare il fatto dicendo che si trattava di un falso gesso. Un alibi, purtroppo per lui, che non è riuscito a raggirare gli investigatori, i quali avevano letto un’annotazione nel registro del pronto soccorso dell’ospedale Cannizzaro che dava atto di come Avola si fosse presentato in ospedale alle 17:05 del 7 luglio 1992 per una “frattura all’avambraccio sinistro” per cui venne disposta “l’immobilizzazione, con riduzione del gesso”. L’ex killer, inoltre, tirò in ballo anche Aldo Ercolano: capomafia legato a Santapaola. Affermò di essersi recato a Palermo con lo stesso, ma anche questa circostanza è poco credibile in quanto all’epoca il capomafia era sorvegliato speciale, dunque sottoposto a frequenti controlli.

Tutte affermazioni poco credibili per cui oggi Avola è indagato per calunnia (con Ercolano come "parte offesa”). Contro di lui ci sono tremila pagine di indagine che il 13 agosto il procuratore reggente di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Maurizio Bonaccorso hanno depositato nel processo che vede imputati tre poliziotti per il depistaggio su via d’Amelio.

Arrivati a questo punto il quadro è chiaro: Avola si è inventato tutto. Ma perché? Per quale motivo Avola ha inventato questo castello di falsità? Cosa ne avrebbe mai tratto di positivo? Come mai ha contribuito alla realizzazione di un libro firmato da Michele Santoro, che tra l’altro non sarebbe mai passato in sordina? Chi e perché, inoltre, ha imboccato Avola affinché rilasciasse tali dichiarazioni? E come mai a distanza di quasi 30 anni dai fatti, vista la fermezza nelle parole dell’ex killer?

A noi, fin da subito è sembrata un’operazione sporca il cui obiettivo era allontanare definitivamente ogni sospetto in merito alle presenze esterni di Cosa nostra nella strage. E ciò è avvenuto non solo nel periodo delle commemorazioni, ma soprattutto nelle 24h precedenti l’inizio della requisitoria del processo d’Appello della trattativa Stato-mafia. In un periodo, inoltre, in cui avanzano le indagini sulla stagione delle stragi con Firenze che ha aperto un fascicolo sui mandanti esterni che vede indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.

Al di là di ogni ragionevole dubbio resta una certezza, come disse l’ex Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato alla nostra conferenza “Strage di via d’Amelio, 29 anni dopo. Continua la ricerca dei mandanti esterni”: “Sulla strage di via d'Amelio c'è una filiera che parte dal 1992 e arriva a oggi con tentativi di depistaggio attualissimi, come quello di Maurizio Avola. Una filiera di depistaggi che fanno si che la strage di via d’Amelio sia ancora tra noi”.

Foto © Shobha

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