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Il consigliere togato: "Un Uomo con la 'U' maiuscola e un Magistrato con la 'M' maiuscola"

Nino Di Matteo oltre che essere un magistrato è prima di tutto un uomo, fedele alla Costituzione, ai suoi principi, in grado di "mette il suo onore e la sua dignità di magistrato davanti a tutto". È questa la considerazione espressa dal consigliere togato del CSM Sebastiano Ardita per descrivere il collega durante l'incontro live avvenuto sulla pagina Facebook della testata giornalistica online Wordnews. Una considerazione che va anche oltre alla profonda e sincera amicizia che, come da lui stesso ricordato, li lega da tempo.
Secondo Ardita il sostegno manifestato nei confronti di persone come Nino Di Matteo diventa importante, specie in eventi come quello organizzato da Wordnews che ha visto la partecipazione delle giornaliste Alessandra Ruffini e Serena Verrecchia, membri di Wordnews, e di Amando Carta dell'associazione Scorta Civica. Del resto è questo il modo per “essere attenti alla legalità, allo Stato, e a quello che accade intono a noi”.
Ma perché figure come quella di Di Matteo, oggi consigliere togato del Csm ed in passato pm di punta al processo trattativa Stato-mafia e sostituto procuratore nazionale antimafia, diventano importanti oggi. Ardita è stato estremamente chiaro sul punto: “Vedete Nino Di Matteo non è un persona qualunque e non è un magistrato come tanti" poiché "ha delle caratteristiche che lo rendono unico nel suo genere".
Ardita ha definito il collega palermitano come "una merce rara", specie in un mondo, come quello della magistratura, dove purtroppo non mancano anche le rivalità tra colleghi.

L'incudine di Riina e il martello di Napolitano
Successivamente sono stati raccontati alcuni episodi chiave che hanno gravemente esposto Di Matteo e che si sono inseriti in precisi momenti della carriera professionale del magistrato che nel frattempo stava conducendo il processo Trattativa Stato - Mafia.
Le persone, ha ribadito Ardita, "devono sapere quello che è successo per capire chi è Nino Di Matteo e perché ha sempre tenuto la schiena dritta e non si è mai piegato di fronte a niente". Il processo sulla trattativa "nasce da una costola di un contesto di indagini allargate che riguardavano anche la mancata perquisizione del covo di Riina e successivamente anche la mancata cattura di Provenzano", dalle risultanze investigative scaturirono in altre attività di indagini che portarono poi a scoprire che "c'era stata una trattativa tra lo Stato e la Mafia". "Io all'epoca lavoravo nel dipartimento penitenziario - ha precisato Ardita - e mi ero reso conto che c'era una situazione di grave illegalità" ma soprattutto "ho visto con i miei occhi quanto queste indagini hanno iniziato a coinvolgere personaggi di altissimo livello istituzionale che chiedevano tutela ai vertici dello Stato".
Il consigliere togato ha fatto poi volutamente riferimento al gravissimo caso del 'conflitto di attribuzione' fra il Quirinale e la Procura di Palermo sollevato dall'ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano in merito "alle telefonate intercettate" tra quest'ultimo e "l'ex ministro dell'interno Mancino" che tra le altre cose è stato anche "ex vice presidente del CSM".
"Le polemiche che scaturirono da questa vicenda - ha raccontato il magistrato - dal mio punto di vista, furono molte volte inutili perché il comportamento di Di Matteo, e degli altri magistrati che seguirono queste indagini, è stato irreprensibile". "Loro - ha continuato - trattarono queste vicende" e "la gestione di quelle telefonate con il massimo rigore" cioè "nessuno mai ha saputo che cosa si fossero detti Mancino e Napolitano" eppure "ad un certo punto, quando questa indagine era nel suo 'clou'" accadono "due eventi drammatici che sconvolgono l'opinione pubblica e anche i dibattiti della giustizia".


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Giorgio Napolitano © Imagoeconomica


Salvatore Riina, al tempo rinchiuso nel carcere di Opera di Milano, emette "una condanna a morte" nei confronti di Di Matteo.
La situazione diventò ancora più incandescente nel momento in cui si crea quello che Ardita ha definito come "un corto circuito istituzionale".
Nei confronti di Nino Di Matteo venne mosso un provvedimento disciplinare "perché - ha spiegato ancora il consigliere togato - si ritiene che lui abbia detto una frase ad una giornalista che lo ha chiamato" e che "voleva sapere com'era stato gestito da un punto di vista processuale il compendio delle telefonate tra Napolitano e Mancino". "E Di Matteo ha detto sostanzialmente: 'noi abbiamo trattato queste telefonate come atti irrilevanti e le abbiamo poste nella condizione di essere distrutte".
Ed è proprio in questo punto estremamente pericoloso, dove Di Matteo è contemporaneamente nel mirino sia della mafia sia della Commissione Disciplinare che le vicende dei due magistrati si intrecciano in maniera estremamente profonda.
"Succedono tantissime cose - ha spiegato Ardita - lì l'uomo Di Matteo" e "la sua capacita di manifestare la sua forza, la sua determinazione, il suo coraggio e il suo carisma vengono tutti fuori". C'è il rischio che la mafia lo uccida "e Di Matteo non ha paura, cioè guarda alla morte come una situazione che può capitare, che fa parte del nostro mestiere" poi lo vedo "lo vedo preoccupato, nel momento in cui gli notificano questo provvedimento disciplinare. Lo vedo infastidito perché in quel momento il suo onore vale di più. Cioè Di Matteo è uno che mette il suo onore davanti a tutto, la sua dignità di magistrato davanti a tutto, il mandato che deve svolgere davanti a tutto", ha raccontato Ardita, aggiungendo che Di Matteo è "un Uomo con la 'U' maiuscola e un Magistrato con la 'M' maiuscola".
Ardita ha quindi raccontato l'aneddoto del 2013, quando Di Matteo gli chiese di difenderlo di fronte al provvedimento disciplinare aperto al Csm. Un incarico che accettò senza aver mai avuto esperienza di difensore disciplinare in processi contro magistrati.
"Voi capite che una cosa del genere - ha specificato Ardita - crea un senso di responsabilità in chi riceve questo tipo di richiesta ma anche un legame fortissimo con la persona che te lo chiede, perché in quel momento ti si chiede di difendere il magistrato più esposto a livello mondiale" rispetto a quello che è il fenomeno della mafia, oltretutto "nel momento in cui c'è una crisi istituzionale gravissima". "Inizia così la storia dei nostri rinnovati rapporti dopo che ci eravamo visti e frequentati all'inizio della carriera", ha concluso il magistrato.

Nino Di Matteo e la difesa ad Ardita durante il processo Trattativa
"Molte cose non si sanno" ed è necessario saperle per "capire chi è Di Matteo e quanto è capace di battersi per difendere le cose giuste anche in spregio al pericolo che corre". Ha iniziato così il suo racconto Sebastiano Ardita in merito ad una vicenda estremamente particolare che ha visto coinvolti i due magistrati.
"Io sono stato direttore dell'ufficio detenuti negli anni duemila e in quella veste mi sono occupato di questioni che riguardavano il 41bis, ho affrontato due riforme del 41bis e questo regime lo abbiamo dovuto registrare e rendere più efficiente perché c'erano delle falle", ha detto Ardita, che al tempo si era esposto proprio su questo fronte, tanto da essere messo sotto protezione.
Ardita ha quindi raccontato quanto avvenuto durante la sua testimonianza nel processo Trattativa Stato-mafia: “Al processo erano collegati tutti i capi di Cosa Nostra. C'era Riina che ancora era vivente, c'era Bagarella e ad un certo punto mi sono accorto di una telefonata ricevuta da un avvocato, se non sbaglio di Bagarella. Dopo la comunicazione il difensore, legittimante, mi ha rivolto delle domande che però non erano domande che riguardavano il nesso del processo, ma domande che riguardavano il mio ruolo al Dap. Voleva sapere se ero io a essere stato a fare una certa assegnazione penitenziaria; se ero io che mi occupavo di certe vicende che riguardavano la sicurezza dei 41 bis. Insomma una serie di domande parecchio invasive e che avevano l'effetto di esporre quello che era stato il mio ruolo all'interno del Dap. Ebbene Nino Di Matteo, che era pubblico ministero di udienza, appena ha percepito l'antifona di queste domande ha avuto una reazione fortissima. Si è alzato in piedi e ha rimbrottato fortemente il difensore di questi boss. In quel momento era stato da poco condannato a morte da Riina e non gliene fregava niente di alzare la voce con i difensori di uno di loro. Capite? Quello che è accaduto dà la misura della persona che è".


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Il sostegno della gente e delle Istituzioni
Altro argomento affrontato nel corso dell'incontro web quello della solidarietà espresso ai magistrati soprattutto da parte della società civile. Sul punto è intervenuto proprio Armando Carta, membro di Scorta civica, l'associazione che assieme alle Agende Rosse si è spesa in prima persona anche per far intervenire le istituzioni affinché fosse dato il bomb jammer al magistrato palermitano. Un percorso non semplice, durato "due-tre anni" nonostante la condanna a morte da Riina e Matteo Messina Denaro e l'arrivo a Palermo del tritolo dalla Calabria. “L’idea di Scorta Civica è di dare sostegno ai magistrati. Personalmente un'opera che nasce quella sera del 25 giugno 1992. Uscendo da Casa Professa capii che anche io da semplice cittadino dovevo tenermi informato e cercare di documentarmi il più possibile e fare la mia parte per sostenere tutti coloro i quali seriamente cercano di impegnarsi contro le mafie: sono i magistrati principalmente, sono gli imprenditori che si ribellano al pizzo, i commercianti che si rifiutano di pagare il pizzo alle mafie, sono i giornalisti che decidono di raccontare certe storie (perché ci sono giornalisti e giornalisti che purtroppo invece certi argomenti li trattano in maniera troppo superficiale)”. Nel 2012, poi, ha inizio il processo trattativa. "Veniamo a sapere di queste minacce che erano arrivate al magistrato Nino Di Matteo da parte di Salvatore Riina, e quindi decidemmo di organizzare una manifestazione di sostegno a Palermo e riuscimmo a far scendere in piazza oltre 3mila persone". "Ma capimmo - ha aggiunto Carta - che non potevamo fermarci alla singola manifestazione e quindi, durante una riunione con Salvatore Borsellino e con tante altre associazioni e semplici cittadini impegnati nella legalità, stabilimmo che dovevamo far nascere appunto una 'Scorta Civica'".
Una vicinanza da parte dei cittadini che, come ha ricordato anche Ardita, è ben accolta da Di Matteo. Del resto al magistrato "non importa di avere la solidarietà interessata di personaggi che contano, anche se sarebbe giusto che ci fosse". E in tal proposito è stata giustamente ricordata la comunicazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fatta pervenire al Csm il 7 luglio scorso durante l'assemblea plenaria, con cui, per mezzo del vice presidente del Csm David Ermini, ha espresso la sua solidarietà e "affettuosa vicinanza" a Nino Di Matteo. Una comunicazione importante alla luce della notizia del progetto di morte nei confronti del magistrato, ritornata in auge dopo le dichiarazioni espresse nel carcere milanese di Opera, da parte di Gregorio Bellocco, boss di 'Ndrangheta e capo della cosca di Rosarno.
Anche il giudice Di Matteo lo ammazzano. Gli hanno già dato la sentenza” diceva durante l'ora di socialità con Francesco Cammarata, boss della famiglia di Riesi. Una presa di posizione, quella del Capo dello Stato, che secondo Ardita "non è una cosa da poco conto".

Il Csm, la mancata nomina di Di Matteo al Dap e la riforma della giustizia
Ovviamente non poteva mancare anche un commento sulle vicende che hanno scosso la magistratura e l'imminenza di una nuova riforma della giustizia. Secondo Ardita "all'interno del nostro mondo c'è uno scontro di potere e quindi bisogna mettere ordine, ma noi dobbiamo capire che se non si ripara al più presto e non si eliminano tutte le storture di potere che ci sono dentro" l'assetto gerarchico "della magistratura, legato alle correnti e ad un modo sbagliato di intendere la funzione di autogoverno, noi rischiamo che qualcuno dall'esterno cerchi di riformare in malo modo la magistratura". E il come è presto detto: con una riforma che toglie "spazio ai cittadini" e "indipendenza ai magistrati".


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Marta Cartabia © Imagoeconomica


Questo, secondo Ardita, sarebbe uno dei rischi più grandi che potrebbe derivare da un intervento esterno da parte di un organo come l'esecutivo.
"In questo momento c’è da fare una riflessione profonda - ha aggiunto Ardita - Se la politica volesse aiutarci potrebbe farlo cercando di togliere quello che c’è di marcio in questo mondo, in qualche modo facendo un reset a questa situazione di gestione del potere da parte delle correnti. Una tantum il sorteggio per esempio, per l’elezione del Csm. Poi si ricostruirà un tessuto che porterà i corpi intermedi, culturali del nostro mondo ad esprimere in modo sano i loro rappresentanti, se questo potrà avvenire. Ma se questo non avviene subito, non avviene in modo che sia evidente l’attività di autoriforma del modo di intendere il potere interno alla magistratura, noi rischiamo che qualcuno faccia male ai magistrati e ai cittadini, cioè crei i presupposti per cui il pubblico ministero sia separato dal giudice e io ho paura di questa eventualità più di ogni altra, perché significa piegarlo a logiche che non sono più quelle della giurisdizione. Oppure condizionarlo politicamente, che è ancora peggio che averlo sotto l'esecutivo". "Non so cosa sia peggio delle due - ha ribadito Ardita - perché se è sotto l'esecutivo è chiaro che non è un posto libero ma almeno è controllabile e verificabile dai cittadini se vengono fatte delle cose sbagliate. Ma peggio ancora è averlo separato e che obbedisce ad una cultura diciamo di sospetti o adiacente ai poteri forti".
Rispondendo alle domande il consigliere togato ha espresso una chiara e ferma presa di posizione in merito alla mancata nomina di Di Matteo al Dap: "Ha fatto paura a qualcuno". Ardita ha evidenziato che "Di Matteo è una delle poche figure che in questo momento ha la competenza professionale, il riconoscimento pubblico, la dimensione morale, l'intelligenza delle questioni e la conoscenza della storia di quello che è il penitenziario. È una figura di tale spessore che indubbiamente sarebbe capace di gestire un compito così delicato come quello di capo del Dap. Di Matteo ha un senso della giurisdizione e un senso della giustizia che è quello di chi opera sotto l'ombrello della Costituzione ed è uno che comprende il senso della pena".
Infine il magistrato ha elencato tre punti critici in riferimento alla neo riforma della giustizia scritta dal Ministro Marta Cartabia e approvata recentemente in Cdm con l'appoggio totale del M5S.
"Questa riforma sul piano della prescrizione, o meglio, a questo punto, della improcedibilità dell'Appello, che è lo Stato più critico, non è un bel biglietto da visita se si vuole portare avanti un'idea garantista". Il motivo è presto detto: "Il garantismo e il rispetto delle regole va in tutti i modi assicurato ma non è che va assicurato rendendo impossibile il celebrarsi dei processi e proclamandone in anticipo già la fine. Perché altrimenti non è più garantismo, ma inettitudine del sistema giustizia".
A parere di Ardita "questa riforma ha delle bellissime intuizioni, ma probabilmente pecca di aspetto organizzativo. La messa alla prova e la pena alternativa sono cose sacrosante, ci vorrebbero, ma ci vuole una struttura che riesca anche a gestirle queste cose, altrimenti non ci si riesce". Ed infine ha concluso: "Io credo che una riforma così importante debba tenere conto di tutta una serie di circostanze. Ad esempio io sull'ergastolo ostativo sono dell'avviso che oramai questo c'è, ma non è che possiamo cambiare più le cose perché la Corte Europea e la Corte Costituzionale hanno disegnato un modello in cui gli automatismi sono venuti meno. Quindi noi sfideremo in nome della legalità e delle regole i rischi che ci sono senza l'ombrello dell'automatismo. Staremo più attenti, perché Cosa Nostra non è uno scherzo". E magari senza l'ombrello dell'automatismo ha concluso il magistrato, "si rischia di concedere qualcosa che non deve essere concesso".

Foto © Imagoeconomica

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