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Ad Atlantide, Scarpinato, Lodato, Abbate e Donadio spiegano menti raffinatissime, depistaggi e delitti eccellenti

L'ascesa di Totò Riina; i delitti eccellenti; il fallito attentato all'Addaura; il caso Agostino; la morte di Emanuele Piazza; le stragi del 1992 (Capaci e via d'Amelio) e del 1993 (Firenze, Roma e Milano); i depistaggi; le ombrose relazioni tra uomini dei servizi di sicurezza e Cosa nostra; il ruolo di "Faccia da mostro", ovvero Giovanni Aiello, e la ricerca della "donna delle stragi", tale Antonella, che sarebbe stata protagonista di diversi misteri; la latitanza di Matteo Messina Denaro.
Tutti questi argomenti sono stati toccati nella puntata di Atlantide, la trasmissione condotta da Andrea Purgatori ed andata in onda ieri sera su La7.
Una puntata in cui è stato tracciato un filo, rosso o nero che sia, nel tentativo di rispondere a chi ancora oggi si chiede se dietro a stragi o delitti eccellenti vi sia stata solo la mano mafiosa.
Una puntata che ha visto preziosissimi interventi del magistrato Gianfranco Donadio (ospite in studio) e del giornalista Lirio Abbate (intervenuto in collegamento); e con interviste inedite al Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato e al giornalista e scrittore, nonché nostro editorialista, Saverio Lodato. Quindi le testimonianze tanto drammatiche quanto importanti di Vincenzo Agostino, che vide uccidere suo figlio Nino e sua nuora, Ida Castelluccio, nell'agosto del 1989, e quella di Andrea Piazza, fratello di Emanuele Piazza, anch'egli agente di polizia e collaboratore dei servizi segreti, assassinato il 16 marzo di 30 anni fa.
Partendo dal quartiere di Fondo Pipitone, a Palermo, dove Cosa Nostra incontrava agenti e funzionari di polizia, uomini dei servizi segreti e dove si decisero gli omicidi eccellenti di Rocco Chinnici, Carlo Alberto dalla Chiesa, Ninni Cassarà, e, per l'appunto, dei due poliziotti Nino Agostino ed Emanuele Piazza ed il fallito attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone, Andrea Purgatori ha ricostruito oltre quarant'anni di storia criminale, di mafia e non solo.
Un territorio che vedeva come capo famiglia una figura cardine come quella del boss di Resuttana Nino Madonia, uno dei fedelissimi di Totò Riina e per molti potente tanto quanto il Capo dei capi corleonese, in particolare proprio per i suoi legami con i servizi di sicurezza. "Nino Madonia è il capo di una delle più potenti e pericolose famiglie mafiose di Palermo - ha ricordato Roberto Scarpinato - coinvolto in uno degli omicidi più scabrosi ed eccellenti della mafia: l’omicidio dell’onorevole Pio La Torre segretario regionale del Partito Comunista, l’omicidio del Prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la strage di via Pipitone Federico dove fu ucciso Rocco Chinnici e la sua scorta, l’attentato all’Addaura".
E poi ancora: "Per avere un'idea dell’importanza di Antonino Madonia basti considerare che alcuni collaboratori ci hanno detto che persino Salvatore Riina aveva paura di Antonino Madonia e che lo stesso, nell’occasione di un pranzo cui erano presenti tutti i vertici della mafia, lasciò ad Antonino Madonia il posto di capotavola".
L'importanza del mandamento di Resuttana è stata ribadita anche nel recente passato. Basti pensare, come ricordato da Purgatori, che Fondo Pipitone è stato uno dei luoghi in cui, in base a quanto raccontato dai pentiti, è stato tenuto conservato il tritolo che doveva uccidere il magistrato di Palermo, Nino Di Matteo.


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La traccia della puntata, però, è partita molto più addietro. Perché le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, forse, traggono origine da un tempo precedente, da quel 1989 in cui Falcone rischiò di essere ucciso all'Addaura.
Grazie alle testimonianze di Roberto Scarpinato e di Saverio Lodato (qui il suo intervento, ndr) è stato ricordato come lo stesso Falcone parlò di "menti raffinatissime".
"Lui aveva capito - ha detto Scarpinato - lui sapeva ma non poteva dire una cosa che pareva indicibile e incomprensibile e, ancora oggi, dopo tanti anni e dopo tanti processi che hanno portato anche a sentenze definitive esponenti delle istituzioni e dei vertici di polizia, c’è ancora chi stenta a credere che la storia della mafia non sia solo una storia di Riina e Provenzano". "La mafia - ha proseguito Scarpinato - è stata uno dei bracci armati di cui settori deviati delle istituzioni si sono avvalsi per quelle che gli americani chiamano le 'deep operation', operazioni sporche”.
Nel suo spazio di intervento il Procuratore generale ha anche descritto la strage di via d'Amelio come “uno dei momenti di maggiore emersione della presenza di soggetti esterni a Cosa nostra ed è un prototipo dei depistaggi che hanno caratterizzato quasi tutte le stragi italiane perché c’è la sparizione di documenti essenziali, la costruzione di un falso collaboratore di giustizia, la morte misteriosa di alcuni soggetti come ad esempio l’infiltrato Luigi Ilardo che si apprestava a fare rivelazioni importanti proprio sui retroscena delle stragi, c’è la partecipazione alla strage di soggetti che avevano una particolare qualità perché erano uomini d’onore e allo stesso tempo erano militanti della destra eversiva come l’artificiere della strage di Capaci, Pietro Rampulla, e come Antonino Gioè".
E rispondendo alle domande di Purgatori Scarpinato ha anche ricordato il lavoro d'indagine che Giovanni Falcone fece sull'omicidio di Piersanti Mattarella, che portò Falcone ad occuparsi anche di Gladio e dei delitti politico-mafiosi.

La nuova fase storica
"In questo ultimo periodo - ha ricordato Scarpinato - sono stati acquisiti una serie di elementi, tra cui anche intercettazioni e non solo dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che hanno aperto una nuova fase storica. La prima fase storica era quella secondo cui Cosa nostra non esisteva, ma era una galassia di bande criminali. La seconda fase storica era quella secondo cui Cosa nostra esisteva ma era composta solo da personaggi come Riina e Provenzano e non c'entravano i colletti bianchi. La terza fase storica era quella secondo cui c’erano avvocati, imprenditori, mele marce. Ora la nuova fase è quella secondo cui Cosa nostra, per alcuni omicidi e strategie, ha agito in convergenza di interessi a volte come braccio armato ma a volte in contrasto con i propri interessi per conto di interessi di altri. Ad esempio l’anticipazione della strage di via d’Amelio va contro gli interessi di Cosa nostra perché pochi giorni dopo doveva decidere se confermare o meno il decreto legge Falcone che dopo la strage di Capaci aveva introdotto il 41bis. Ed è stato accertato che c’era una maggioranza di Governo che per motivi di garantismo non voleva convertire quel decreto legge. Bastava aspettare una decina di giorni e il decreto legge non sarebbe stato convertito e il 41bis non sarebbe mai entrato in vigore. E invece Riina fa qualcosa che è incomprensibile tant’è che Cancemi dice 'questo fa interessi di qualcun’altro', e anticipa la strage. Questo è un caso in cui c’è un interesse che non è convergente ma si sovrappone quasi in contrasto con Cosa nostra".


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"Noi - ha concluso Scarpinato - abbiamo una storia della Repubblica italiana che viene tenuta a battesimo da una strage politico-mafiosa: la strage di Portella della Ginestra che è un esempio di depistaggio. E in cui colui che voleva rivelare chi c’era dietro quella strage viene avvelenato in carcere: Gaspare Pisciotta. E si conclude con due stragi ancora politico-mafiose e con quelle del continente del 1993. E in mezzo c’è una storia di stragi che ha una caratteristica costante: i depistaggi. Dalla strage di Bologna alla strage di Milano, dalla strage di Brescia. Depistaggi che arrivano fino al 1992-1993. Allora questa sequenza univoca di depistaggi sta a dimostrare che c’è una continuità di operato di apparati dello Stato che non appartiene al passato. E vorrei dire che la partecipazione di Cosa nostra già ai primi progetti eversivi come il progetto borghese - ne hanno parlato già a suo tempo Buscetta e Calderone - quello che è venuto accumulandosi nel tempo è una sedimentazione di ulteriore elementi che ci consente di dare finalmente un volto a quelle che sembrano dei fantasmi. Iniziamo a capire che erano persone vere con ruoli segreti". E in questo senso un ruolo importante lo ha il boss di Castelvetrano, ultimo stragista latitante, Matteo Messina Denaro. "Non è un capomafia come gli altri - ha affermato il Pg - bensì un componente di questa struttura di cui fanno parte esponenti deviati dei servizi e soltanto alcuni capi mafia".

Il delitto Agostino
Particolarmente emozionante la testimonianza di Vincenzo Agostino, il papà del poliziotto Nino, che solo lo scorso 19 marzo ha avuto un primo barlume di verità con la condanna in primo grado all'ergastolo del boss Nino Madonia.
Nel suo racconto è stato descritto ogni attimo di quel duplice delitto, nonché la drammaticità e l'amarezza di una lunga attesa per la verità, anche a causa di depistaggi perpetrati sin dalla prima fase delle indagini.
Basti pensare a ciò che avvenne con l'allora Capo della Mobile Arnaldo La Barbera che la notte stessa del delitto fece portare Vincenzo Agostino in caserma minacciandolo di arrestarlo se non gli diceva tutto quello che sapeva sulle attività del figlio.
O ancora a quelle carte sparite che furono rinvenute nell'armadio, ma mai mostrate alla famiglia, da parte degli stessi organi di polizia.
Strettamente legata alla morte di Agostino vi è stata anche quella del giovane poliziotto Emanuele Piazza. Un approfondimento possibile grazie alle parole di Andrea, il fratello, raggiunto proprio a Palermo. Dopo aver ricordato quello che fu l'ultimo giorno in cui vide Emanuele ha raccontato diversi particolari inquietanti. Della morte di Piazza si occupò anche Giovanni Falcone che fece una delega di indagine direttamente ad Arnaldo La Barbera chiedendo di sentire accuratamente tutti i funzionari che avevano avuto rapporti diretti con Piazza. "La cosa inverosimile - ha detto Piazza - e questa è stata una prima forma di depistaggio e condizionamento, è stato che La Barbera anziché sentire accuratamente i funzionari trasmise le relazioni di servizio. Poi quando si è celebrato il processo contro gli esecutori materiali dell’omicidio di Emanuele una ispettrice rappresentò che aveva visto queste dichiarazioni e che erano state concordate e addirittura corrette in italiano".


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Il ruolo di Faccia da mostro
Una delle figure centrali su cui è ruotata la trasmissione è stata quella di Faccia da mostro, soggetto che gli inquirenti hanno individuato nell'ex poliziotto Giovanni Aiello.
Il primo a definirlo in quel modo, per la faccia deturpata, era stato Vincenzo Agostino. Tanto in passato, come ieri, è lui a raccontare di una strana visita ricevuta, proprio pochi giorni prima del duplice brutale omicidio del 5 agosto del 1989: "Senza annunciarsi, una persona entra dal portone di casa e mi chiese 'tuo figlio dove sta?', aveva la faccia come se avesse avuto il vaiolo".
Ma anche altri avevano parlato di lui. A metà degli anni Novanta, prima di essere ucciso, Luigi Ilardo, il boss infiltrato in Cosa nostra mentre era in attesa di essere ammesso al programma di protezione, confermò al colonnello dei ROS Michele Riccio l’esistenza di un poliziotto con la faccia da mostro, al quale erano da attribuire servizi di favore prestati a Cosa nostra.
La storia delle indagini su Faccia da mostro si intreccia inevitabilmente con quella del magistrato Gianfranco Donadio, procuratore di Lagonegro (PZ), che quando era sostituto procuratore nazionale antimafia si trovò ad interrogare il collaboratore di giustizia calabrese Nino Lo Giudice.
Anche Donadio ha ricordato ciò che disse Ilardo su 'Faccia da mostro' "indicandolo come un ex poliziotto protagonista di omicidi eccellenti tra i quali quello di Nino Agostino e quello di un bambino, il piccolo Domino. Un evento criminale inimmaginabile perché tra le regole comportamentali tra i killer di mafia ce n’è una solida e rispettata ovvero quella di non ammazzare donne e bambini e quindi ogni qual volta che succede un evento del genere bisogna immaginare che ci sia qualcosa in più".
Ugualmente nel corso della puntata è stato ricordato il giorno in cui Ilardo si recò a Roma per formalizzare la sua volontà di collaborare con la giustizia alla presenza dei Procuratori di Palermo e Caltanissetta. Un incontro che è stato ricostruito grazie alle dichiarazioni del colonnello Riccio. "Riccio - ha ricordato Donadio - dice che prima di quell’incontro tra Ilardo e i magistrati avviene un altro incontro tra Ilardo e alti ufficiali dei carabinieri, ai quali Ilardo dice spontaneamente che parlerà degli omicidi eccellenti che sono stati attribuiti a Cosa nostra ma quelli non li ha fatti Cosa nostra, ma lo Stato. Io ritengo che in quel momento abbia firmato la sua condanna a morte. Parliamo di omicidi come quello di Domino. Bisogna ricordare che durante il maxi processo vi era una regola fondamentale per Cosa nostra ovvero negare sempre a qualsiasi costo, ebbene venne infranta. Giovanni Bontade, fratello dell’ex capo mafia Stefano, chiede parola alla Corte d’assise e dice davanti ai microfoni che Cosa nostra non è coinvolta nell’omicidio di Claudio. Dice: 'Noi non siamo responsabili'. Quella, tra l’altro, è la prima conferma processuale dell’esistenza di Cosa nostra".

Entità esterne e servizi deviati
Nella sua analisi Donadio ha poi aggiunto: "Le entità esterne e i servizi deviati probabilmente sono la stessa cosa, può essere sufficiente dire che un servizio è deviato quando realizza i propri obiettivi e si autofinanzia. Un servizio deviato è un servizio che sfrutta questo vantaggio competitivo che deriva dall’inserimento in apparati ma gioca un ruolo proprio nel mondo dei mercati criminali: può occuparsi di stupefacenti, agevolare traffici di armi e movimenti di scorie e quindi produrre una quantità di utile e ovviamente ripartirlo".


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La donna del mistero
Un'altra figura approfondita nella puntata è quella della donna del mistero che girava assieme a "Faccia da mostro" e che sarebbe stata avvistata nei "teatri" di diverse stragi, hanno raccontato Gianfranco Donadio e Lirio Abbate. Proprio quest'ultimo, nel suo ultimo libro "Faccia da mostro" edito da Rizzoli, ha svelato il nome di una donna che potrebbe essere la famosa "Antonella" che accompagnava agli incontri, con uomini della ’ndrangheta, l’ex poliziotto Giovanni Aiello.
Nessun precedente penale, ufficialmente disoccupata, bionda, fisico statuario. Un paio di immobili di proprietà nei quartieri spagnoli a Napoli. Una figura a cui gli inquirenti hanno dato anche un nome ed un cognome scoprendo anche un passato all'interno della struttura paramilitare segreta di Gladio.
Un nome che è stato fatto dal giornalista è che è stato anche inserito nel libro: Virginia Gargano, detta la 'guerrigliera'.
"Di lei ho scoperto che si era sposata con un ex campione di nuoto, di origini Napoletane, anche lui ex 'gladiatore'", ha continuato Abbate, specificando che, dell'uomo si è trovata traccia anche in "alcune carte desecretate della Commissione per il sequestro Moro" e che durante un'intervista avrebbe detto ad un giornalista di "essere il nipote dell'ex capo della polizia Vincenzo Parisi".
Se si vanno a vedere le indagini e le inchieste che ruotano attorno alle indagini sembrerebbe che vi siano elementi su più donne. Alcuni di questi elementi erano stati ricordati dal sostituto procuratore nazionale antimafia (oggi consigliere al Csm) Nino Di Matteo, sempre ad Atlantide. In quell'intervista aveva messo in fila alcuni misteri che ruotavano attorno alla strage di Capaci come il ritrovamento, proprio accanto al cratere, di un biglietto scritto da un agente dei servizi segreti, o il rinvenimento di un guanto dal quale è stata isolata una traccia di Dna femminile. E poi ancora la scomparsa del diario di Falcone, da un computer all'interno degli uffici del ministero della Giustizia ed il dato che alcuni testimoni misero a verbale, subito dopo la strage, di aver visto prima del 23 maggio dei finti operai in tuta che effettuavano dei lavori in corrispondenza dove poi Falcone sarebbe saltato in aria.
Sulla donna, attualmente, si concentrano le attenzioni delle Procure che indagano sulle stragi, oltre che quelle della Commissione parlamentare antimafia di cui Gianfranco Donadio è consulente. Il magistrato, a domanda diretta di Purgatori, ovviamente non ha fatto commenti. Ma forse sarà questo il tempo in cui la verità su mandanti e concorrenti esterni alle stragi potranno essere finalmente rivelati.

video atlantide casa stragi

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