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Mafia e poteri occulti - Seconda parte

I segreti delle stragi e della trattativa
Tornando a guardare a Matteo Messina Denaro all'interno di Cosa nostra, è innegabile che ad oggi sia, tra le persone in stato di libertà, il personaggio con il più alto spessore in Cosa Nostra.
Un boss latitante che comanda strategicamente l'organizzazione criminale in quanto detentore di segreti indicibili. Segreti che danno potere.
Un collaboratore di giustizia come Nino Giuffrè ha dichiarato che a lui sono stati consegnati i documenti segreti della cassaforte di Riina.
“Probabilmente una parte di questi è finita a Matteo Messina Denaro - ha riferito in diversi processi l'ex boss di Caccamo - Posso dire che si tratta di una intuizione, più che una fonte. Perché non l’ho data per sicura, l’ho data per probabile che una parte di questa, sempre dai ragionamenti che ho fatto che si agganciano alla vicinanza di Salvatore Riina a Matteo Messina Denaro, dalla statura, dallo spessore mafioso di Matteo Messina Denaro e dalle indiscrezioni, diciamo, di Provenzano stesso che asseriva sempre come Matteo Messina Denaro era uno dei soggetti più fidati e più vicini a Riina. L’ipotesi è data da un complesso di piccole cose. Che a casa di Riina c’erano dei documenti me l’ha detto Provenzano, su questo punto non ho dubbi, e d’altronde so perfettamente che Riina mandava delle lettere a Provenzano”.
E' dietro a quelle carte riservatissime che si nasconde parte dell'immenso potere di cui gode l'imprendibile padrino.
Al processo contro Messina Denaro per le stragi del 1992, il pentito Brusca ha riferito quanto gli fu detto dal Capo dei capi Totò Riina: “Mi ebbe a dire che, qualora lui fosse arrestato o che gli succedeva qualche cosa, i picciotti, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, sapevano tutto. Queste cose me le dice alla fine del 1992, tra novembre e dicembre. Era il periodo in cui non avevamo più notizie e lui iniziava a preoccuparsi che poteva essere arrestato”.
E sempre Brusca ha messo a verbale con i magistrati di Palermo, che Messina Denaro gli disse che Graviano incontrava l'imprenditore Silvio Berlusconi, fornendo persino dei dettagli su orologi che lo stesso avrebbe avuto.
Del resto non è un mistero che nel periodo compreso fra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, Messina Denaro ha trascorso diversi momenti della latitanza proprio assieme al capomafia di Brancaccio.
Ecco dunque la forza di Messina Denaro nel 2020: la conoscenza di segreti indicibili.
Come il perché la strategia delle bombe venne esportata in continente con l’adozione di modalità terroristiche mai appartenute, in precedenza, a Cosa Nostra, colpendo monumenti e causando vittime innocenti, o perché quelle stragi, subito dopo il fallito attentato all'Olimpico, si siano interrotte. Non può spiegarsi tutto con il semplice arresto dei fratelli Graviano, il 27 gennaio del 1994.
Messina Denaro conosce la verità nascosta dietro la strage di Pizzolungo, dalla Chiesa, Chinnici, Capaci, via d'Amelio, e di quelle in Continente (Firenze, Roma e Milano) perché è stato parte attiva di quel mondo.
Tutti questi segreti costituiscono, ancora oggi, un'arma di ricatto formidabile contro quello Stato che gli dà la caccia.
Cosa accadrebbe se Messina Denaro, finisse in manette? E' pensabile che, vista la giovane età ed una vita vissuta tra gli agi (sempre secondo quanto riferito dai pentiti), possa scegliere di collaborare con la giustizia? E se così fosse cosa accadrebbe? Quanti pezzi dello Stato di ieri e di oggi cadrebbero?


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Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


Nelle lettere a "Svetonio", lo pseudonimo dell'ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, il boss di Trapani diceva che si sarebbe ancora sentito parlare di lui. Così è stato in questi anni.
Messina Denaro si è dato da fare, non solo organizzando gli attentati.
Nel processo di Caltanissetta ha testimoniato anche il collaboratore di giustizia Rosario Naimo, a lungo considerato un “re del narcotraffico” (per decenni a cominciare dalla fine degli anni ’60, si occupava dal New Jersey di maxi traffici di cocaina dal Sud America verso la Sicilia). Il capo dei capi Totò Riina lo descriveva come un soggetto “più potente del presidente degli Stati Uniti”. Non a caso era stato indicato come garante del patto tra siciliani d’America e siciliani di Sicilia secondo il quale agli "scappati" (i perdenti della guerra di mafia) sarebbe stata risparmiata la vita a patto che non rimettessero piede in Italia. Ma dalla Cupola siciliana era anche riconosciuto come un riferimento per i contatti con altissimi ambienti istituzionali americani.
E a lui si rivolse Messina Denaro anche per portare avanti i “piani politici” dopo l'arresto di Riina: “Messina Denaro - ha raccontato Naimo - mi dice: 'Senta Saruzzo, c'ho un abbraccio da parte di Luchino (Leoluca Bagarella, ndr) che ti saluta e mi ha detto di dirti una cosa nel caso tu possa dare una mano e aiutare'. Mi spiegò che in quel momento avevano degli agganci politici e delle cose per le mani, che si poteva creare una cosa buona per tutti noi. Un partito che potrebbe fare diventare la Sicilia autonoma, e far separare la Sicilia. Disse 'abbiamo agganci ma ci vorrebbe un aiutino dell'America".
Quel gancio tra Trapani e gli Stati Uniti non era affatto nuovo. Nino Giuffrè ha raccontato ai magistrati proprio come già ai tempi in cui al vertice vi era il padre di Diabolik fosse un elemento fondamentale nella composizione del Sistema criminale.
La mafia trapanese, ha affermato il pentito “è quella più intatta, meno colpita dalle forze dell’ordine, ed è un punto di incontro tra i Paesi arabi, l’America e diverse componenti che girano attorno alla mafia, per esempio la massoneria e i servizi segreti deviati. Oggi a capo di questa zona c’è il personaggio più importante di Cosa nostra: Matteo Messina Denaro. Lui è pupillo di Salvatore Riina.
Trapani, dunque è il fulcro di rapporti con l'esterno (“Posso dire serenamente che vi sono relazioni fra la mafia e i terroristi. Cosa nostra non chiude le porte a nessuno: quando gli interessi convergono, fa alleanze”).
Sono questi i legami del Sistema criminale integrato che ha in Cosa nostra una componente essenziale.
Nella mafia che si riorganizza i vecchi padrini restano centrali proprio per quel ruolo di protagonisti che hanno recitato negli anni delle stragi di Stato e trattative.
E dagli elementi raccolti in questi anni appare evidente che figure come Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Salvatore Biondino, i Madonia di Palermo, a cui si affiancano gli Inzerillo, tornati in auge dopo l'esilio imposto da Riina, sono i veri punti di riferimento che comandano la mafia siciliana.


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Il magistrato, Teresa Principato © Letizia Battaglia



Latitanza protetta
Ad oggi resta difficile individuare il luogo in cui il superlatitante sia nascosto.
C’è chi sostiene che Messina Denaro abbia cambiato volto e voce per sfuggire alla cattura, chi dice che si trovi in Sicilia, nella sua terra, chi ritiene che si sia recato all’estero, in Sudamerica. Tra i possibili luoghi dove il boss di Castelvetrano potrebbe nascondersi non si esclude neanche la Calabria.
Resta il fatto che, nonostante una taglia farsa da un milione e mezzo di euro fissata dai servizi di sicurezza, ad oggi Messina Denaro continua ad essere un ricercato e le domande aperte sono continue. Anche perché proprio parte di quei servizi di sicurezza dello Stato, a nostro giudizio, è verosimile che siano gli stessi che lo proteggono.
Come è possibile? Perché? E quali sono i segreti che il padrino trapanese custodisce?
Possibile che l'archivio segreto di Totò Riina, sparito dal covo di via Bernini e a lui consegnato, sia un formidabile strumento di ricatto con cui garantirsi la latitanza?
Possibile che ancora oggi vi sia un "do ut des"?
Si potrebbe spiegare in questo modo il motivo per cui il tentativo di eliminazione del magistrato Nino Di Matteo abbia trovato il suo input esternamente a Cosa nostra.
E secondo questa chiave di lettura quell'attentato può essere letto come la moneta di scambio utile per prolungare ulteriormente la latitanza. Per questo motivo la guardia non può essere mai abbassata.
Quel che appare evidente è che Messina Denaro gode di fortissima protezione.
Nel gennaio 2017, il magistrato Teresa Principato, oggi alla Procura nazionale antimafia, quando era procuratore aggiunto a Palermo diede a lungo la caccia al boss trapanese, spiegò in Commissione antimafia che "Messina Denaro è protetto da una rete massonica".
Di fronte a questo quadro disarmante la politica cosa fa?
In questi anni di Governo di “non cambiamento” abbiamo registrato un certo immobilismo sul fronte della lotta alla mafia. Al di là dei proclami (nel programma stilato da Movimento Cinque Stelle e Pd la lotta alla mafia era relegata ad un miserabile 13esimo posto) c'è stato poco o nulla. Ed ancor più grave è ciò che è avvenuto dopo con il tradimento di Grillo che ha portato i pentastellati al governo accanto a Berlusconi. E il fatto che oggi si parli di una possibile fine per 41 bis ed ergastolo ostativo è l'ennesima prova del disastro.
Matteo Messina Denaro non può che esserne felice e vincente perché Cosa nostra ottiene così ciò che ha sempre voluto.
La politica non parla della ricerca della verità sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia, di fatto, escludendo i lavori della Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Nicola Morra, è piombato un oscuro silenzio dal giorno della sentenza di primo grado del 20 aprile 2018.
In un intervento pubblico a Milano Nino Di Matteo, oggi consigliere togato al Csm, aveva ricordato come “per andare avanti c’è bisogno di tutto e di tutti. Ci sarebbe bisogno di una politica che, non soltanto con la commissione parlamentare antimafia, ma anche con le direttive che i ministri dovrebbero dare alle forze di polizia, spinga per il completamento di quel percorso di verità. E invece quando la magistratura va avanti loro frenano piuttosto che spingere”.


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Il collaboratore di giustizia, Nino Giuffrè


Un'inerzia certificata dalla lunga serie di mancati provvedimenti a cominciare dall'incremento delle stesse forze di polizia, necessarie per un'efficace ricerca di latitanti, o quelli per intervenire in materia di carcerario per impedire, nonostante le richieste che arrivano dall'Europa, l'indebolimento del 41 bis.
In assenza di misure simili è possibile ipotizzare che vi sia ancora oggi, dopo il sangue versato da martiri ed innocenti, una trattativa in corso tra la politica e Cosa nostra?
E' possibile che la stessa si basi su quel "quieto vivere" che trova le sue radici proprio nel patto Stato-mafia stipulato a colpi di bombe tra il '92 ed il '94?
I dati raccontano di una Mafia che non è stata sconfitta e che raggiunge profitti pari a circa 150 miliardi di euro l'anno, che è in grado di investire in borsa e di ottenere ingenti capitali grazie al traffico internazionale di stupefacenti.
Traffico di stupefacenti che è in mano alla 'Ndrangheta (detiene il monopolio mondiale con un giro d'affari pari a 80 miliardi di euro l'anno) e che incredibilmente entra nel calcolo del Pil, così come viene richiesto dalla stessa Ue.
Anche da questo dato si può cogliere il perché, ad oggi, la lotta alla mafia non è vista come una priorità da una politica che resta colpevolmente silente.
E' lo specchio di quel che sta accadendo nel nostro Paese in cui la magistratura, sconquassata da recenti scandali giudiziari che hanno coinvolto alcuni rappresentanti, dopo essersi leccata le ferite è riuscita a trovare il coraggio di processare se stessa ed avviare un profondo rinnovamento.
Basta osservare le recenti azioni del Consiglio superiore della magistratura. Un organo che abbiamo criticato aspramente in passato, definendolo anche come un Sinedrio, partendo da una serie di interventi sconsiderati rivolti contro i magistrati in prima linea sin dai tempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Oggi il Csm sta dimostrando di avere un nuovo spirito, cercando di abbandonare le logiche correntizie ed adottando criteri meritocratici nell'assegnazione dei ruoli direttivi, avviando pratiche a tutela nei confronti di magistrati impegnati in delicatissime inchieste, o anche aprendo procedimenti di trasferimento per altri colleghi che si sono resi protagonisti di un modus operandi quantomeno discutibile.
Diversamente la politica, marcia nel suo animo, sembra essere allergica alle riforme e all'assunzione di responsabilità. E la dimostrazione è nel dibattito che ancora oggi si manifesta ogni qual volta si parla di riforma della giustizia, di prescrizione, di intercettazioni. O ancora nell'illogica scelta di non inserire la lotta alla mafia ai primi posti dell'agenda politica.
In questi anni abbiamo assistito a tante promesse di cambiamento rimaste nell'etere. Abbiamo visto politici onesti, che non sono collusi, essere, loro malgrado, fagocitati o privati di qualsiasi possibilità di azione. E' la logica perversa dei patteggiamenti e delle trattative che lo Stato-mafia conduce nel 21°secolo. Matteo Messina Denaro lo sa bene e ringrazia. Finché non sarà abbattuto il Sistema criminale che infiltra lo Stato la sua latitanza è destinata a durare ancora a lungo!

(Fine)


LEGGI LA PRIMA PARTE
Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra protetto dallo Stato-Mafia



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