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Il consigliere togato del Csm Di Matteo: "In questo modo si realizza obiettivo delle stragi"

Che posizione avrà nel governo Draghi la lotta alla mafia? Ce lo siamo chiesti un mese fa a pochi giorni dalla sua nascita. La risposta non si è fatta attendere e quanto accaduto oggi è indubbiamente un segnale grave che il Sistema criminale integrato, di cui le mafie fanno parte, colgono con estremo favore: i permessi premio anche per i boss condannati all'ergastolo non sono più un tabù e per ottenerli la collaborazione con la giustizia non è affatto necessaria.
Non c'è che dire. Una "manna dal cielo" per i vari Giuseppe e Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, i Biondino, i Madonia, gli 'ndranghetisti, i camorristi e chi più ne ha più ne metta.
Durante l'udienza pubblica alla Consulta pure l’avvocatura dello Stato - che in teoria avrebbe dovuto difendere le leggi vigenti sull'ergastolo ostativo per conto del governo - ha nei fatti aperto alla liberazione condizionale ai condannati all’ergastolo ostativo, anche gli irriducibili stragisti.
Come? Non chiedendo più di considerare inammissibile la richiesta della Cassazione di dichiarare incostituzionale la norma che vieta ai condannati all’ergastolo ostativo - cioè i detenuti che abbiano trascorso almeno 26 anni in carcere ma non dai condannati ad una pena perpetua per reati di particolare gravità, come terrorismo e mafia - la liberazione condizionale se non collaborano con la magistratura.
Diversamente ha invitato la Consulta a emettere una sentenza interpretativa di rigetto, in cui si riconosce al giudice di sorveglianza il potere di valutare a sua discrezione ogni caso.
"Il Giudice di sorveglianza deve verificare in concreto... quali sono le ragioni che non consentono di realizzare quella condotta collaborativa nei termini auspicati dallo stesso giudice" ha affermato l'avvocato di Stato, Ettore Figliolia intervenendo durante l'udienza pubblica in Consulta (giudice relatore Nicolò Zanon), rimarcando che "una interpretazione costituzionalmente orientata di queste norme... potrebbe consentire di procedere ad una esegesi della normativa", tanto più che anche nelle sentenze della Corte di Cassazione "mi pare che si sia proceduto ad una maggiore valutazione sulle ragioni per le quali non era stata data quella collaborazione".
Nell'intervento sono state citate sia la pronuncia della Corte Costituzionale che quella della Corte europea dei diritti dell'uomo Viola, del 13 giugno 2019. "Si potrebbe procedere - ha suggerito Figliolia - ad una interpretazione di queste norme nel senso in qualche modo di ritrattare ogni forma di possibile automatismo ed andare a consentire al giudice di sorveglianza di verificare in concreto le motivazioni che vengono addotte dal detenuto per non poter assicurare quella condotta collaborativa sugli altri". "Il governo ritiene che ci sia la possibilità di praticare un'esegesi - conclude l'avvocatura dello Stato - potremmo dire maggiormente corrispondente alla ratio della norma, assicurando praticamente uno spazio discrezionale al magistrato decidente in termini di verificare in concreto le motivazioni su quella mancata collaborazione che è condizione per ottenere il beneficio". Secondo l’avvocato dello Stato “il Governo non può non tenere in debita considerazione sia i principi evocati dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 253 del 2019, che della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo Viola, del 13 giugno 2019. Questi principi debbono essere adeguatamente sfruttati, soppesati, calibrati rispetto a quelle che sono le peculiarità della liberazione condizionale, peculiarità che sono evincibili dalla lettura dell’articolo 177 del codice penale”.
Un cambio di posizione clamoroso nel momento in cui, in un primo momento, aveva chiesto di dichiarare l’inammissibilità o l'infondatezza della questione di costituzionalità sollevata dalla Cassazione.
Per il verdetto della Consulta si dovrà attendere dopo Pasqua, ma resta la gravissima presa di posizione dell'avvocatura dello Stato che di fatto rappresenta la linea del governo sul fronte.
Sul punto in passato si sono espressi diversi addetti ai lavori ed oggi il consigliere togato Nino Di Matteo è tornato ad evidenziare le criticità di una presa di posizione che potrebbe davvero segnare un cedimento della lotta alla mafia, permettendo alla stessa di ottenere quei risultati da sempre voluti, sin dai tempi delle stragi.
“Poco alla volta, nel silenzio generale, si stanno realizzando alcuni degli obiettivi principali della campagna stragista del 1992-1994 con lo smantellamento del sistema complessivo di contrasto alle organizzazioni mafiose ideato e voluto da Giovanni Falcone" ha detto Di Matteo rilasciando una dichiarazione al 'Fatto Quotidiano'.
Del resto un’eventuale sentenza di accoglimento della Consulta potrebbe aprire la strada ad appelli e ricorsi da parte di boss di primissimo piano che hanno messo a ferro e fuoco il Paese, uccidendo Falcone e Borsellino, le scorte e tanti cittadini inermi.
E' noto, dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, ma anche dalle intercettazioni in carcere di capomafia, che l'attenuazione dell'ergastolo e 41-bis erano i punti principali del cosiddetto 'papello' di richieste che Totò Riina fece avere allo Stato subito dopo la strage di Capaci.
Se la Consulta si esprimerà in maniera favorevole diventa sempre più alto il rischio, come evidenziato in passato dallo stesso Di Matteo, "che i capimafia ergastolani continuino a comandare e sarebbe un segnale di possibile riaffermazione anche simbolica del loro potere". "Da magistrato che per decenni si è occupato delle vicende stragiste e che ha il dovere di ricordare le loro vittime e i motivi che hanno scatenato la mano di Cosa Nostra - aveva ricordato già nel 2019 - spero che l’efficacia dell’ergastolo non venga vanificata da decisioni che inconsapevolmente rischiano di far realizzare alle organizzazioni mafiose un obiettivo per loro fondamentale. Se ciò si verificasse, si realizzerebbe un passo indietro complessivo nel sistema di contrasto alle organizzazioni criminali".

Il "casus belli"
Il caso finito in Consulta, su cui dovrà esprimersi la Corte, è quello del mafioso di Partinico Salvatore Francesco Pezzino, rappresentato all'udienza pubblica dall'avvocatessa Giovanna Beatrice Araniti, che vorrebbe accedere alla libertà vigilata senza collaborare.
Nel 2018 Pezzino ha chiesto al Tribunale di sorveglianza de L’Aquila di riconoscergli la libertà condizionale, prevista per tutti i detenuti che hanno scontato 26 anni di carcere, salvo, appunto, quelli condannati per reati di mafia che non hanno collaborato con la giustizia. Un divieto previsto dall’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, e dal decreto legge 306 del 1992, ispirato da Giovanni Falcone già con un decreto dell’anno precedente, e approvato dopo la strage di Capaci per provare a rompere la breccia di omertà di Cosa nostra, all’inizio della stagione delle bombe.

Silenzio assenso di Governo
E non sorprende che la presa di posizione dell'Avvocatura dello Stato avvenga proprio ora che al Ministero della Giustizia siede Marta Cartabia, già vicepresidente di quella Corte Costituzionale che nell'Ottobre 2019, sulla scia della pronuncia della CEDU, dichiarò proprio l'illegittimità dell’articolo 4-bis di fatto aprendo alla possibilità per gli ‘ergastolani ostativi’ di accedere a permessi premio nel corso della loro detenzione. Se da una parte si può comprendere che quella decisione muoveva dall’esigenza di tutelare diritti costituzionalmente garantiti, dall'altra non possiamo dimenticare come le mafie mortificano i diritti costituzionalmente garantiti dei cittadini.
Da quando è divenuta Guardasigilli la Cartabia non è intervenuta mai nel tema specifico ma ha semplicemente parlato della funzione rieducativa della pena. Ieri, però, è intervenuto il sottosegretario Francesco Paolo Sisto, di Forza Italia, che ha espresso una considerazione totalmente fuori dal mondo affermando che "un elemento ostativo non può derivare da una scelta processuale di collaborare o non collaborare. L’ergastolo non deve essere legato alla collaborazione con la giustizia: io posso non collaborare ma aver rescisso i rapporti o collaborare e non averli rescissi”.
E' un fatto noto, purtroppo, che da Cosa nostra, dalla 'Ndrangheta ed altre organizzazioni criminali si possono avere solo due modi per uscire: o collaborando con la giustizia o da morti.
Dunque è evidente che questo provvedimento, nei fatti, disincentiverebbe anche la collaborazione con la giustizia da parte dei boss criminali.
Capomafia sanguinari che ora attendono così come aveva dichiarato Giuseppe Graviano nel processo 'Ndrangheta stragista: "Io non ho fatto né trattative né patti. Ho avanzato le mie lamentele per il carcere nei confronti di tutti i politici. Alcuni politici più garantisti, a loro dire. Invece di mantenere gli impegni presi con mio nonno hanno fatto leggi ingiuste, vergognose e incostituzionali. Tanto è vero che l'Italia non fa altro che prendere sempre multe dalla Corte europea per i diritti dell'uomo. Il 41 bis? E' normale che stiamo male al 41 bis ma io non piango e non faccio la vittima. Io lotto per quello che mi permette la legge. Sul 41 bis, sul 4-bis, o l'ergastolo io cerco di infilarmi sulla mia condizione con chiunque, di sinistra o di destra, che possa portare a compimento questa situazione". Nei mesi scorsi il fratello, Filippo Graviano, ha affermato ai magistrati fiorentini di essersi dissociato ed al contempo ha chiesto proprio di poter accedere ad un permesso premio. Oltre a loro aspettano il verdetto della Consulta anche altri 1.271 detenuti condannati al “fine pena mai”. Tutt'altro che coincidenze.
E comunque andrà a finire è chiaro che il segnale di Governo è stato lanciato, con la mafia pronta a coglierlo. E vedere organi altamente istituzionali che si adeguano, calandosi le brache, a certi dettami (europei e non solo) è scandaloso quanto offensivo per tutti quei martiri, a cominciare da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che hanno lottato contro i Sistemi criminali.

In foto di copertina da sinistra: Beppe Grillo, Mario Draghi e Silvio Berlusconi © Original Imagoeconomica

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