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di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

L'Anno giudiziario nelle parole di Di Matteo, Ardita e Scarpinato

Seppur in forma ridotta e senza la presenza del solito pubblico, l'emergenza pandemica non ha fermato lo svolgersi dell'inaugurazione dell'anno giudiziario nei vari distretti del Paese. Ovviamente molti occhi erano puntati su Palermo e Caltanissetta, da sempre considerati punti nevralgici per quel che concerne il contrasto nella lotta alle mafie e, soprattutto, per quel che riguarda, sul piano storico, la ricerca della verità sulla terribile stagione delle stragi che hanno segnato, non solo la Sicilia, ma l'intera Nazione.
Immediatamente dopo le relazioni dei rispettivi Presidenti delle Corti d'appello, Matteo Frasca e Maria Grazia Vagliasindi, che hanno fatto il punto sulle questioni che riguardano la lotta alla mafia e le attività giudiziarie nei territori, di particolare interesse sono sicuramente stati gli interventi del Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato e dei consiglieri togati del Consiglio superiore della magistratura Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo.
Interventi che riportiamo anche in via integrale negli articoli correlati, ma che, in alcune considerazioni, meritano di essere qui ricordate.

Stragi '92 e la ricerca dei mandanti esterni
Proprio partendo da Caltanissetta, dove di recente sono state depositate le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater e dove si sono tenuti i processi sulle stragi di Capaci e via d'Amelio, il consigliere togato Nino Di Matteo ha ribadito l'importanza di un impegno che su certi fatti non può essere mai ridotto.
"Non nascondo che avverto emozione per essere nel palazzo di giustizia in cui, dal 1992 al 1999, magistrato di prima nomina, ho ricoperto l'incarico di sostituto procuratore della Repubblica - ha detto nel suo intervento - Non posso non ricordare il periodo che vissero gli uffici giudiziari nisseni in quel contesto di poco successivo alle stragi di Capaci e via d'Amelio.
Questi uffici, non solo per la competenza ad indagare e giudicare su quegli eventi delittuosi così complessi, ma ancor prima per l'allora recente previsione del sistema ordinamentale delle direzioni distrettuali antimafia, si trovarono improvvisamente catapultati da una dimensione di normalità ad una di importanza e rilevanza nazionale e internazionale; senza però essere messi nella condizione di poter immediatamente sostenere un peso così gravoso. Eppure, grazie allo sforzo immane di molti magistrati, inquirenti e giudicanti spesso giovani di prima nomina, tra mille difficoltà, in un cammino disseminato di trappole, gli uffici di questo distretto contribuirono in maniera decisiva alla prima reazione dello Stato alla più grave offensiva mafiosa alle istituzioni democratiche che la storia della Repubblica ricordi"
.
Quella stagione, ha ricordato il magistrato, non fu segnata solo dalle indagini e dai processi per le stragi "i cui esiti parzialmente ribaltati da sentenze di revisione delle condanne inflitte ad alcuni imputati hanno invece per numerosissimi altri prodotto condanne definitive mai messe in discussione, ma anche con vicende processuali altrettanto delicate e complesse: quelle relative all'omicidio del giudice Saetta e del figlio Stefano; all'omicidio del giudice Livatino; alla riapertura dell'inchiesta e al nuovo processo sulla strage Chinnici; al primo maxi processo alle cosche mafiose del nisseno, denominato "Leopardo"; ai processi per i centinaia di omicidi scaturiti dalla guerra di mafia nel gelese. Da allora l'impegno e la centralità degli uffici giudiziari del distretto non sono mai venuti meno".
In questi anni, ha sottolineato Di Matteo "sono stati compiuti ulteriori e importanti passi in avanti nel contrasto alla criminalità mafiosa e sono state, negli ultimi anni, individuate pericolose sacche di illegalità e di abuso consolidatesi anche all'interno delle istituzioni sul simulacro di una fasulla e strumentale antimafia di facciata".
Quindi si è rivolto direttamente ai magistrati del distretto: "Intendo rappresentarvi la consapevolezza dell'intensità degli sforzi che ancora dovranno essere fatti nella direzione della ricerca di mandanti e moventi ulteriori, anche e soprattutto esterni alla criminalità mafiosa in senso stretto, delle stragi del 1992. Sarete chiamati a lavorare con impegno, coraggio, costanza, umiltà, intelligenza, senza tentennamenti, senza arretramenti e senza assecondare la pericolosa logica, alimentata oggi da più parti, della rassegnazione a considerare impresa impossibile quella di colmare le evidenti lacune di verità che ancora residuano. Il vostro sarà un lavoro duro e difficile che vi esporrà a prevedibili attacchi e delegittimazioni e rischi di ogni tipo.
Ecco perché avete una ragione in più, avete tutto il diritto di percepire l'organo di Autogoverno della magistratura come vostro baluardo. Ecco perché dovete pretendere che il Csm funga da scudo contro quegli attacchi che all'indipendenza della magistratura, e di ciascun magistrato, vengono mossi dall'esterno e dall'intento dell'ordine giudiziario".

Il Csm e quello sforzo per voltare pagina
Ovviamente, anche rispetto ai recenti sviluppi che hanno riguardato il caso Palamara e le difficoltà intercorse all'interno dello stesso Csm, non poteva mancare un riferimento allo sforzo che l'organo di autogoverno sta compiendo per cercare di ripartire dopo gli scandali che lo hanno travolto negli ultimi anni. "Il Consiglio superiore della magistratura - ha ribadito Di Matteo - si sta impegnando con i fatti a cambiare pagina.
Dobbiamo combattere per debellare per sempre quelle logiche che lo avevano trasformato in un centro di potere lontano quando addirittura non ostile a magistrati più liberi, indipendenti e coraggiosi. Quello appena trascorso non è stato un anno facile. Il Consiglio superiore sta ancora affrontando l'onda lunga dei fatti emersi dall'inchiesta della Procura di Perugia. Fatti e situazioni che ci devono indignare ma che non ci possono sorprendere. Non dobbiamo essere ipocriti. Essi rappresentano la fotografia nitida di una patologia che rischia di minare l'intero sistema della magistratura. Una malattia che solennemente si era diffusa come un cancro, con la prevalenza di logiche di clientelismo, di appartenenza correntista o di cordata, collateralismo con la politica. Un sistema malato che si è financo estrinsecato in scelte giudiziarie dettate più dall'opportunità che dalla doverosità dell'agire. Un sistema che non esitava ad adoperarsi per isolare e neutralizzare i magistrati che non lo assecondavano.
Logiche perverse che hanno allontanato il Consiglio dalla funzione immaginata dal legislatore costituente, e alimentate fuori dal Csm da comportamenti di troppi magistrati sempre più pervasi dal male oscuro del carrierismo e della folle corsa a incarichi direttivi. Ciò che è emerso ha provocato un grave discredito nella magistratura, ma nello stesso tempo, ne sono convinto, costituisce un'occasione irripetibile per ripartire con un nuovo spirito".
E poi ancora ha aggiunto: "Il Csm sta cercando di intraprendere un percorso di reale cambiamento prima che altri, mossi dal malcelato intento di ridimensionare il controllo di legalità della magistratura, cambino loro le regole e le volgano, magari iniziando dalla separazione delle carriere dei pm da quella dei giudici, in direzione di una compressione definitiva delle prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza. Il Csm sta tentando di incamminarsi sulla strada del rinnovamento e sulla strada del riscatto. Una strada impervia ed in salita che passa necessariamente dall'affrancamento di ogni singolo consigliere da condizionamenti di correnti, o comunque esterni. E passa anche dal doloroso, ma indispensabile approfondimento, per i diversi aspetti di competenza consiliare, dall'enorme mole di documenti trasmessi dall'autorità giudiziaria di Perugia. Il recupero di credibilità e autorevolezza della magistratura non può prescindere dalla cooperazione di ciascun magistrato. Se si continuasse a ritenere accettabile ciò che è sempre avvenuto, come se sempre dovesse avvenire; se non ci sarà a livello individuale una rivalsa forte e diffusa dell'etica di magistrati ogni sforzo sarebbe vano".
Ed infine ha concluso: "Vorrei chiudere il mio intervento con una riflessione ed una speranza. La magistratura sta vivendo un periodo buio, pervasa da scandali e forti tensioni. Non dobbiamo avere paura di affrontare la situazione con rigore, attenzione per le garanzie di tutti, ma senza sconti per nessuno. Negare, minimizzare e archiviare frettolosamente questa triste vicenda, questa triste pagina, sarebbe un ulteriore e fatale errore. Poi c'è la speranza. Resteremo consapevoli ed orgogliosi, anche in memoria dei nostri morti, della fondamentale importanza che la magistratura ha avuto, ha assunto e continuerà ad avere, e ad assumere, nella difesa dei diretti e delle libertà costituzionali di ogni cittadino. Resteremo consapevoli dell'impareggiabile bellezza di servire il Paese con la toga sulle spalle, forti soltanto della nostra autonomia e indipendenza da ogni altro potere".


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Il plenum del Csm © Imagoeconomica


Consiglio superiore come organo di garanzia
Della necessità di rinnovamento del ruolo del Csm ha parlato, intervenendo a Palermo, anche il consigliere togato Sebastiano Ardita, facendo riferimento ad una necessaria riforma culturale: "Quelli che verranno dovranno essere tempi di riflessione, di studio e di proposta affinché la magistratura, la sua rappresentanza, il suo autogoverno si mettano alle spalle la grave crisi di immagine e di funzionamento che si portano dietro. In questo quadro la magistratura non deve temere né il confronto, né il giudizio o la critica della pubblica opinione, degli avvocati e delle altre categorie professionali. E' tempo che il consenso e la fiducia tra base dei magistrati e componenti e organo di autogoverno avvenga su un terreno diverso, che non sia esclusivamente la carriera". "Ma soprattutto occorre riportare il CSM alla sua originaria funzione di organo di garanzia - ha detto ancora - Non affezionarsi all'idea di un accentramento di competenze e funzioni in pochi luoghi di influenza; impedire che l'autonomia dei singoli magistrati guadagnata verso l'esterno sia poi perduta a vantaggio dei centri di potere interno".
Altri argomenti affrontati hanno riguardato il carcerario ("Bisogna rilanciare l'importanza della questione penitenziaria, come momento centrale dell'azione sociale dello Stato, supportando e incoraggiando le iniziative di reinserimento dei detenuti attuate con sacrificio dall'amministrazione penitenziaria in un quadro di regole e di civiltà della pena") e il rapporto con l'avvocatura ("E' tempo di superare conflittualità, riguadagnare la fiducia degli operatori, abbattere ogni muro con l'avvocatura evitando atteggiamenti di incomprensibile e ingiustificata superiorità. Occorre condividere con tutti gli operatori una posizione di garanzia verso i cittadini - parti offese ed imputati - partendo dal basso, dai disagiati, dai soggetti desiderosi di giustizia, e riportando così la funzione giudiziaria alla sua originaria istanza di strumento per la difesa dei deboli").
Successivamente ha anche ravvisato la necessità di nuove strategie nel contrasto contro le mafie: "Alla luce della grave carenza di intervento sociale, occorre rivedere le strategie, anche culturali, di contrasto alla mafia troppo spesso incentrate sulla esclusiva condanna di chi è nato e vissuto in quartieri a rischio ed ha conosciuto un solo welfare, quello di cosa nostra. E riservare perciò altrettanta attenzione al contrasto di chi ha dato copertura e forza ai poteri mafiosi, anche distogliendo le risorse che sarebbero servite per dare dignità a cittadini che vivono nel disagio o sotto la soglia della povertà". "Un'antimafia che trascuri questi aspetti - ha concluso - rischia di dare luogo ad una giustizia di ceto, dove la sotto-protezione sociale finisce per diventare la causa del delitto ma anche l'unica vera ragione della repressione".

Tra crisi economica e infiltrazioni mafiose

Come sempre capace di fare un'ampia analisi sociale delle relazioni che caratterizzano la mafia ed il sistema criminale è stato il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato. Nel suo intervento ha evidenziato "la necessità di fronteggiare la crisi economica determinata dalla pandemia velocizzando e snellendo al massimo le procedure di erogazione dei sussidi, di finanziamenti, di misure di accesso al credito, ha prodotto infatti una legislazione di emergenza che ha privilegiato l'urgenza e l'ampliamento della discrezionalità a scapito dei controlli, aprendo così pericolosi ed ampi varchi alle manovre corruttive e truffaldine nonché alle infiltrazioni mafiose".
Del resto, guardando i dati economici "il giudizio unanime di tutti gli osservatori sociali, attestano che il covid ha ampliato le disuguaglianze economiche esistenti e che sta scavando profonde linee di frattura sociale tra coloro che hanno le garanzie di un reddito e il numero crescente dei tanti che ne sono privi. Soprattutto in territori meridionali caratterizzati da sottosviluppo, insicurezza economica e contesti di lavoro fragile. In assenza di fonti alternative al reddito vi è il completo rischio di uno scivolamento progressivo di quote significative di questa massa di popolazione nella cosiddetta illegalità di sussistenza che si declina in un'amplia e variegata tipologia di reati che, già oggi nei loro sondaggi, costituiscono una quota molto rilevante delle statistiche giudiziarie dei reati a carico delle procure, dai furti ai danni di aziende che erogano energia elettrica, gas, acqua, e furti ai danni di supermercati e altro ancora".
"La crisi pandemica- ha sottolineato il Procuratore generale - non ha certamente prodotto questi fenomeni che sono tipici di una risalente economia criminale nel sottosuolo. ma li ha aggravati in modo rilevante rendendo ancora più evidenti tutti i limiti della cosiddetta illusione depressiva. della illusione cioè di poter utilizzare la risposta penale per governare complessi problemi socio-economici la cui soluzione va invece ricercata nella pianificazione ed attuazione di politiche di risanamento sociale e di sviluppo che eliminino o riducano a monte le cause sociali che a valle producono incessantemente talune forme di illegalità. Una illusione repressiva che continua ad impegnare ancora oggi quote rilevanti di energia e di risorse degli apparati giudiziari per produrre un prodotto finale il cui esito sociale è in buona misura evanescente in termini di deterrenza e di recupero dei condannati alla cultura della legalità".
"Le indagini svolte dalla direzione distrettuale antimafia - ha proseguito il magistrato palermitano - continuano ad evidenziare il notevole tasso di consenso popolare riscosso dalle famiglie mafiose in tanti quartieri della città, caratterizzati da elevati tassi di povertà come lo Zen, Borgo Vecchio, la Kalsa, l'Arenella e tanti altri".
"Quali sono i motivi del perpetuarsi di un consenso sociale ancora così diffuso in ampie fasce popolari per la mafia? - si è chiesto Scarpinato - Nei quartieri dove non arriva lo Stato, dove lo Stato non arriva in tempo, arriva il mafioso che in cambio di consenso e fedeltà offre risposte immediate ai bisogni elementari di sussistenza, destinati altrimenti di rimanere insoddisfatti. Risposte che consistono nel reperimento di posti di lavoro presso imprese o esercizi commerciali di soggetti taglieggiati o collusi. Oppure nell'inserimento di personaggi bisognosi nelle catene produttive dell'economia criminale come i pusher o come i fiancheggiatori, o ancora nella distribuzione dei generi alimentari". Infine Scarpinato ha acceso un faro su l'anno che verrà e il rischio che le organizzazioni criminali sfruttino i fondi destinati al rilancio dopo l'emergenza sanitaria: "L'anno che ci attende è un anno determinante. I 222miliardi di euro del "Recovery plan" rappresentano un'occasione unica e imperdibile per rilanciare il Paese e rimetterlo in corsa verso il futuro mediante una pianificazione e la concreta messa in opera di un articolato piano strategico di investimento di largo respiro e di lungo periodo. siamo dinnanzi a un bivio della storia. E' una sfida che chiama in causa la responsabilità di tutta la classe dirigente in tutte le sue articolazioni interne. Se questa sfida dovesse essere perduta anche a causa del prevalere di interessi particolari, personali e corporativi, sugli interessi generali e del perpetuarsi della predazione di quote consistenti dalle risorse destinate alla ripresa attuata nelle forme più svariate anche approfittando dell'affievolirsi di controlli imposti dall'emergenza, ci troveremo più che dinnanzi ad una mera sommatoria aritmetica di responsabilità individuali dinnanzi ad un fallimento collettivo. In tal caso le future statistiche giudiziarie potrebbero essere lette come la metafora e lo specchio fedele di un Paese immobile che galleggia nel presente prigioniero dei vizi del passato e dei suoi limiti".

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