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di Giorgio Bongiovanni e Karim El Sadi

Il nuovo libro di Antonio Massari sul maxi scandalo del Csm e dell'ANM

In Italia la trasparenza, il rigore, l’umiltà e l’intransigenza sono valori che trovano poco spazio in ambienti grigi come “il fu Csm” e “il fu Anm" di Luca Palamara (per parafrasare il romanzo di Pirandello). Un vespaio di figure istituzionali aventi amicizie strettissime con uomini della politica, del mondo imprenditoriale e finanziario dai quali intercorreva un ricco scambio di favori di carattere carrieristico e corruttivo. In questo ambiente magistrati del calibro di Nino Di Matteo, pm del processo sulla Trattativa Stato-mafia, erano visti come una minaccia per certe assodate dinamiche di potere. Ecco perché il magistrato che oggi siede al Csm, in qualità di consigliere togato dopo il “reset” premuto direttamente dal capo dello Stato Sergio Mattarella a seguito del caos procure, è stato ripetutamente attaccato, deriso e ostacolato da quel coacervo di toghe sporche. Sul tema ne parla in maniera chiara e puntuale il giornalista e scrittore Antonio Massari nel suo ultimo libro “Magistropoli. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sul Csm e sul caso Palamara” (ed. PaperFIRST). Massari riporta nel suo volume alcuni dei passaggi salienti e sconvolgenti delle 60mila pagine di chat trascritte di Luca Palamara e dei suoi colleghi. Tra questi più volte viene fatto riferimento a Nino Di Matteo che, come abbiamo scritto, non era certamente visto di buon occhio dall’ex amministrazione dell’Anm e del Csm.

“Bisogna bastonare Di Matteo”
Le prime chat di Palamara che i finanzieri erano riusciti a intercettare grazie al Trojan - che tra l’altro, come scrive Massari, inspiegabilmente non funzionò come avrebbe dovuto - riguardanti il pm Di Matteo risalgono ai primi giorni di aprile di due anni fa, dopo il convegno organizzato dai 5Stelle ad Ivrea in Memoria di Gianroberto Casaleggio, in cui Di Matteo era stato chiamato a parlare, dinanzi alla platea del M5S della “compenetrazione tra mafia e potere” in Italia. Il pm aveva parlato della Trattativa Stato-mafia ricordando, sempre citando sentenze, che “è stato stipulato un patto con Cosa nostra, intermediato da Marcello Dell’Utri, che è stato mantenuto dal 1974 fino al1992 dall’allora imprenditore Silvio Berlusconi”. Di Matteo aveva avanzato anche qualche idea sulla riforma della giustizia in merito alla prescrizione e all’ampliamento dell’uso delle intercettazioni e la previsione dell’uso degli operatori sotto copertura anche per i reati di corruzione. E poi il tema che gli sta più a cuore. “Quello al quale ha dedicato tutta la sua vita da magistrato: le stragi di mafia”, scrive Massari. “Non ci possiamo accontentare di verità parziali”. La platea pentastellata si era alzata in piedi per una standing ovation. In prima fila Luigi Di Maio (ex capo politico del Movimento) si era spellato le mani dagli applausi, con lui anche Alfonso Bonafede (attuale ministro della giustizia) che di lì a poco prenderà letteralmente per i fondelli lo stesso Di Matteo promettendogli il Dap e poi cambiando idea improvvisamente vertendo su Francesco Basentini. Un tema, questo, di cui parla anche Massari nel suo libro in maniera approfondita. Ad ogni modo l’intervento di Di Matteo era stato molto duro.Giorgio Mulé, ex direttore di “Panorama” e deputato di Forza Italia - scrive Massari - insorge parlando di ‘un monologo sconvolgente, che avrebbe dovuto già provocare una sollevazione in tutti coloro che hanno a cuore lo stato di diritto in Italia’”. E così aveva evocato l’intervento del CSM per eventuali azioni disciplinari aggiungendo che Di Matteo “ha partecipato e avallato l’inchiesta che portò alla condanna definitiva in Cassazione all’ergastolo di nove innocenti per la strage di via d’Amelio”. Accuse pesantissime che avevano costretto il magistrato a replicare: “Ciascuno è libero di criticare il contenuto delle mie riflessioni, ma dovrebbe avere l’onestà intellettuale di non utilizzare, nel tentativo discreditare il mio lavoro di magistrato, dati che non corrispondono a quelli reali. Nell’unico processo per l’attentato di via d’Amelio che ho seguito fin dalla fase delle indagini sono intervenute ventiquattro condanne definitive per strage che non sono mai state messe in discussione [...]. In un altro precedente processo del qualemi ero occupato solo nell’ultima fase dibattimentale io stesso avevo chiesto l’assoluzione di molti degli imputati lacui condanna è stata oggetto di revisione”. “Il 9 aprile, due giorni dopo il convegno, Luca Palamara scrive al presidente dell’ANM Francesco Minisci”, riporta l’autore nel libro. “Su di Matteo rimaniamo in silenzio?” “Tu come la vedi?” gli aveva chiesto Minisci. “Che almeno l’ANM” aveva risposto Palamara “parlo di giunta, non solo di te, lo deve bastonare. È una vergogna quello che ha fatto. Fossi stato io mi avrebbero lapidato”. “Ora vedo un po’” concludeva Minisci. L’ANM alla fine non è intervenuto. Ma la bastonata arriverà lo stesso poco più avanti.

“Di Matteo assurdo”
Nella ricostruzione delle dinamiche della cerchia di Palamara, Massari riporta altre chat sempre riguardanti il pm palermitano. Di Matteo commentava la sentenza della Corte d’Assise di Palermo sulla Trattativa Stato-mafia: “L’ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”. Due giorni dopo, intervistato da Lucia Annunziata, Di Matteo aggiungeva: “Il verdetto ha messo un punto fermo importante sancendo che mentre la mafia, tra il ’92 e il ’93, faceva sette stragi c’era chi all’interno dello Stato trattava con vertici di Cosa nostra e trasmetteva ai governi le sue richieste per far cessare la strategia stragista”. Per poi confessare il suo stato d’animo: “Quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante e chi speravamo ci dovesse difendere è stato zitto. A partire dall’ANM e il CSM”. L’ANM aveva replicato immediatamente sostenendo di aver “sempre difeso dagli attacchi l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati e continuerà sempre a difendere tutti i magistrati attaccati, pur non entrando mai nel merito delle vicende giudiziarie”. Ecco che sempre la sera stessa Palamara e il consigliere di Unicost Francesco Cananzi commentavano in diretta le parole Di Matteo: “Di Matteo incredibile” scrive Cananzi. E Palamara: “Assurdo. Capisci la mia battaglia contro questo modo di fare”. “Io credo che si debba investigare a 360 gradi” conclude Cananzi “però i modi dell’indagine (Dambrosio Napolitano) e le esternazioni pubbliche prima e dopo non vanno bene. Non ce n’è bisogno e sono dannose. Mettono anche in difficoltà il giudice che rischia di essere strumentalizzato. Così la vedo io”. “È così” conferma Palamara. “Ancora una volta i suoi commenti dimostrano che Di Matteo non è certo il modello di magistrato che preferisce”, scrive Antonio Massari. “E a quanto pare non è solo su questa strada”.


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Si tesse la ragnatela
La sera del 6 maggio Palamara iniziava a interessarsi alla Direzione nazionale antimafia e alla sua organizzazione dopo che il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho aveva creato tre nuovi gruppi di lavoro all’interno della DNA di cui uno sulle stragi e sui delitti di mafia. Alle 20:00 Palamara scriveva a Cesare Sirignano, ex pubblico ministero della Direzione nazionale antimafia: “Questo gruppo per indagare sulle stragi tutti ne parlano. Ma ce n’era bisogno?”.
“Sì” rispondeva Sirignano “Ma non è per indagare sulle stragi. È per verificare eventuali collegamenti tra le indagini che potrebbero essere sfuggiti. O non acquisiti”. “Ti dico che non è grande mossa” ribatte Palamara. E Sirignano: “Luca ma tu non hai capito che Federico [de Raho, Ndr] rappresenta la nostra forza e deve rappresentare”. “Lo so” risponde Palamara “ma non deve sbagliare mosse”. “Tu cogli solo un aspetto che anche a me ha fatto riflettere” ribatteva Sirignano. “Ma non sai che in questo momento Lo Voi ha detto a Del Bene che non intende dargli informazioni in genere sui procedimenti. E lo ha messo in una situazione di merda. Noi dobbiamo far capire a queste munnezze che non comandano più un cazzo. E Federico è congeniale a questo progetto”. “Parole che poco hanno da spartire con la lotta alla mafia”, commenta l’autore del libro che poi chiede a Sirignano spiegazioni. “La questione del gruppo stragi nel nostro ufficio, ma in generale, è sempre stata vista come qualcosa che andava a incidere nei rapporti tra la Direzione nazionale antimafia e le distrettuali [le DDA, ndr]”, si difende Sirignano. “Poiché i gruppi stragi sono luoghi di lavoro in cui si va a elaborare una capacità investigativa che, per varie ragioni, non era stata fatta”. “Potevano quindi essere sviluppate delle iniziative attraverso l’analisi di documenti. Ma questo non vedeva tutti d’accordo. Sia il gruppo stragi sia quello latitanti erano dei gruppi su cui l’ufficio ha avuto una elaborazione interna e non tutti erano d’accordo su questa vicenda”.

Nino Di Matteo estromesso
Sempre in quei giorni Palamara diceva a Cesare Sirignano che de Raho: “Non deve fare il gruppo [...] con Nino di Matteo”.
“A Palamara, Nino Di Matteo, già nel pool di magistrati che si occupavano della Trattativa Stato Mafia, sembra non piacere affatto”, commenta Massari. “E alla fine la sua sembra essere una premonizione”, aggiunge. Perché il 26 maggio, esattamente venti giorni dopo questa intercettazione Di Matteo viene rimosso dal pool che deve coordinare da Roma le indagini delle Procure territoriali sulle “entità esterne nelle stragi e negli altri delitti di mafia”. Nessun nesso con le considerazioni espresse da Palamara. “Il motivo dell’allontanamento risiede invece nell’intervista ad Atlantide del 18 maggio 2019 nella quale il magistrato parla di cose già dette, ma con una sfumatura nuova “riproponendo la teoria sulla trattativa Stato-mafia, dicendo che Totò Riina avrebbe accelerato i tempi per l’uccisione di Paolo Borsellino in quanto venuto a conoscenza di un contatto tra Vito Ciancimino e i carabinieri del ROS”, spiega Massari. Un tema in larga parte già noto, quindi, ma il magistrato siciliano finisce comunque nel mirino della DNA per aver risposto alle domande del conduttore Andre Purgatori. Nella DNA si ritiene che le sue parole abbiano interrotto il “rapporto di fiducia all’interno del gruppo e con le direzioni distrettuali antimafia”. Il 27 maggio fonti della DNA spiegano a “Il Fatto Quotidiano” che il procuratore Cafiero de Raho si è mosso per tutelare i delicati equilibri interni al suo ufficio e ancor di più quelli con le Procure territoriali. Il punto sarebbe che lo stesso Di Matteo stava valutando il senso da attribuire a quegli episodi con i colleghi del suo gruppo nella DNA e con quelli delle Procure. Ad ogni modo quel che è certo è che Nino Di Mateo è stato estromesso dal pool ingiustamente. “È stata enorme l’amarezza perché io ho lavorato per decenni sulle stragi, la vita professionale di molti magistrati ancora più autorevoli ancora prima di me è stata costellata da continue amarezze continue, delegittimazioni e solitudini”, ha detto un anno più tardi a Il Fatto Quotidiano Di Matteo. Oggi abbiamo la dimostrazione che quelle delegittimazioni, quegli attacchi e sgambetti non avevano ragione di esistere perché Nino Di Matteo è stato reintegrato nel pool stragi con effetto immediato.

Grande servizio di informazione
Nel suo libro Antonio Massari ha rappresentato in maniera trasparente e onesta la realtà dei fatti senza travisamenti, come dovrebbero fare (il condizionale è d’obbligo) tanti altri giornalisti e scrittori. Leggere, meditare e dedurre è il metodo da seguire. Ma Massari non si è limitato a questo, ha approfondito il caso Palamara, spulciando carte, documenti, tabulati facendo emerge quell’intreccio di interessi di cui era costituito tutto l’affaire Csm. Una ragnatela in cui sarebbe dovuto finire Nino Di Matteo che l’autore di Magistropli descrive “come uno dei magistrati antimafia più preparati del nostro Paese”. “Dovremmo immaginare che la procura nazionale Antimafia, che dovrebbe occuparsi dell’emergenza mafiosa tuttora esistente, a partire dalla interminabile latitanza di Matteo Messina Denaro, consideri Di Matteo tra gli esponenti più ambiti da valorizzare al suo interno. - scrive Massari - Ma non è così". In “Magistropoli”, Massari sottolinea inoltre l’indipendenza del magistrato palermitano riportando la recente vicenda della decadenza di Piercamillo Davigo da membro del Csm. Una decisione che il plenum ha preso in maniera tutt’altro che unanime con 13 voti a favore della sua decadenza, 6 contrari e 5 astenuti. Tra i favorevoli c’era anche Nino Di Matteo che è stato eletto al Csm proprio in virtù della candidatura di A&I, la corrente fondata da Davigo. Eppure, osserva l’autore del libro, “Nino Di Matteo non ha scelto secondo una logica correntizia - che avrebbe invece dovuto indurlo a preferire la permanenza di Davigo al CSM -, ma secondo la sua coscienza. Si può considerare la sua posizione giusta o sbagliata, ma senza dubbio è stata autonoma e indipendente. Come ogni decisione di un magistrato dovrebbe essere”, scrive Massari che poi aggiunge “se davvero c’è possibilità di un cambiamento, all’interno della magistratura, a mio avviso non è legata alle riforme che pure, ovviamente, restano indispensabili a correggere un sistema”. “La possibilità di un vero cambiamento la indica proprio Di Matteo, pur non essendo questo il suo obiettivo, quando alla logica correntizia, allo schema amici-nemici, alla scelta più utile o più comoda, preferisce mantenere l’autonomia e l’indipendenza del proprio pensiero e del proprio convincimento. Perché l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non valgono solo all’esterno del mondo togato. Al contrario: servono soprattutto nei rapporti al suo interno. E Di Matteo - conclude - l’ha difesa fino infondo”.

Foto © Imagoeconomica

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