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di Giorgio Bongiovanni e Karim El Sadi

E sul provvedimento del procuratore di Potenza sul rilascio di copia di atti alla stampa: “Alimenta l’elusione dell'articolo 116”

E' stato chiaro il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo: "La Dda di Firenze, competente per le indagini su cinque stragi, non può permettersi meno di un quarto dei sostituti procuratori previsti dalla circolare”. Mercoledì a palazzo dei Marescialli si è tenuto il plenum del Consiglio superiore della magistratura durante il quale sono stati affrontati gli ultimi lavori delle varie commissioni. Tra questi anche quello della Settima Commissione, competente per l’organizzazione degli uffici giudiziari. Il relatore Michele Ciambellini (UNICOST) ha illustrato il progetto organizzativo del procuratore di Firenze. Un progetto che prevede l’incremento di due sostituti procuratori agli uffici della procura, di cui solo uno destinato alla Direzione distrettuale antimafia. Nino Di Matteo, già pm del processo sulla trattativa Stato-Mafia, ha detto di trovare “singolare” ed “irrazionale” “il dato che alla Dda di Firenze venga destinato un numero di magistrati che non sia pari almeno a quello del 25% rispetto all'organico totale fissato dalle nostre circolari”. “Lo trovo singolare - ha continuato - perché è noto che la procura di Firenze è impegnata in indagini su cinque episodi di strage: strage di via Fauro, strage di via dei Georgofili, strage di via Palestro, strage di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e il fallito attentato allo Stadio Olimpico contro i carabinieri”. Un’osservazione, la sua, in coerenza con quanto ha affermato la scorsa settimana a proposito del progetto organizzativo della procura di Caltanissetta nella parte relativa alla Dda nissena. “Almeno - ha continuato Di Matteo - nel progetto organizzativo di Caltanissetta c'era stata una riduzione ma rispetto ad un numero originario di componenti della Dda che era stato predeterminato in misura superiore rispetto al 25% dell'organico della procura”. “Qua invece - ha spiegato - ci muoviamo addirittura al di sotto della soglia. Si fa riferimento anche qui alla suddivisione delle competenze della Dda in relazione alla presenza di fenomeni criminali diversi e presenze criminali diverse di 'Ndrangheta, Camorra, Cosa nostra e Sacra Corona Unita ma non mi sembra che venga affrontato il tema delle stragi”. “E ritengo che non sia assolutamente possibile per noi non prendere atto del dato che la procura impegnata tuttora in una fase delicata di queste indagini non abbia nemmeno il numero minimo di sostituti addetti alla Dda previsto dalla circolare del Csm”, ha ribadito il consigliere.
Per questi motivi Di Matteo ha chiesto il ritorno in Commissione del procuratore di Firenze, “ritengo che non possiamo accettare ciò senza quantomeno attivare un'ulteriore interlocuzione specifica sul punto con il procuratore”, ha affermato aggiungendo che “il fatto che si tratti di un progetto organizzativo che riguardi un periodo passato, 2017-2019, a mio avviso non ci esime dalla necessità di interloquire sul punto. Anche perché - ha spiegato - mettere subito in tavola i nostri dubbi, se condivisi, sul punto potrà anche servire, speriamo, ad una valutazione ulteriormente ponderata dei prossimi progetti organizzativi”. Alle osservazioni del consigliere togato ha risposto il relatore Ciambellini dichiarando che “comunque in questo progetto organizzativo il numero di sostituti destinati alla Direzione distrettuale aumenta utilizzando la metà di quello che è l'aumento di organico”. L’aumento previsto dell’organico è di due unità, di cui una, “cioè il 50% della nuova forza-lavoro - ha spiegato Ciambellini - è destinato alla Dda. L’altra invece è destinata al gruppo "Minori e famiglia" che con le normative relative al cosiddetto codice rosso hanno una serie di adempimenti d'urgenza da svolgere con una supervisione diretta del pubblico ministero”. “Quindi - ha concluso - è del tutto evidente che nel caso di specie, in relazione ai flussi, questo sia stato un intervento migliorativo che porta la procura ad essere quasi in piena parità con la proporzione ideale della circolare che molto spesso non si riesce a rispettare”. Nino Di Matteo ha quindi ripreso parola affermando che “bisogna certamente tenere conto dei flussi”. Tuttavia, ha ammesso, “a me fa paura un'attività di una procura della Repubblica, tra l'altro competente per questo tipo di procedimenti, in cui soltanto l'analisi dei flussi debba determinare le scelte sulla composizione della Dda. Le indagini attuali che ci sono della procura di Firenze non possono valere un procedimento per traffico di stupefacenti anche con 60 o 100 imputati”, ha detto in maniera decisa il consigliere Di Matteo. “Io credo che non ci dobbiamo mai accontentare dell'analisi dei flussi e dei prospetti che, seppur significativi, sono soltanto relativi delle statistiche, dei numeri e di un approccio che rischierebbe a quel punto di essere soltanto burocratico”. Il vice presidente del Csm David Ermini ha quindi messo ai voti la richiesta di ritorno in commissione del procuratore di Firenze che però è stata respinta (3 favorevoli contro 13 contrari e 7 astenuti). La delibera nel merito invece è passata con 17 voti favorevoli e 1 solo voto contrario.

Il provvedimento di "censura alla stampa" del procuratore di Potenza
Durante il plenum si è discusso anche della pratica inserita all’ordine del giorno nella scorsa seduta e riportata sempre da Nino Di Matteo. Si tratta di una delibera di presa d'atto di una nota del 26 maggio 2020 del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Potenza che ha ad oggetto il rilascio di copia di atti del procedimento penale agli organi di informazione, criteri, casi e modalità. Già la settimana scorsa il consigliere Di Matteo aveva sollevato perplessità in merito al provvedimento del procuratore di Potenza circa il rischio di “alimentare la sostanziale elusione della norma dell'articolo 116 del Codice di Procedura Penale che stabilisce chi sono i legittimati e quali siano i requisiti di legittimazione per ottenere il rilascio di copie, estratti e certificati”. Mercoledì il consigliere togato ha avuto occasione di esplicitare al plenum le ragioni delle sue perplessità in maniera più approfondita ricordando anzitutto che “l’articolo 116 del Codice di Procedura Penale afferma che durante il procedimento, o dopo la sua definizione, chiunque vi abbia interesse può ottenere il rilascio di copie estratti o certificati di singoli atti”. E che alla richiesta può provvedere il pubblico ministero, “o dopo la definizione del procedimento, il presidente del collegio o il giudice che ha emesso il provvedimento e non il procuratore della Repubblica. Perché - ha spiegato - potrebbero per esempio ostare dei motivi relativi alla sussistenza di indagini ulteriori in corso o chissà quale altra motivazione che però deve essere valutata proprio da chi conosce il procedimento perché lo ha trattato”.
Il procuratore di Potenza Francesco Curcio invece, secondo Di Matteo, si sarebbe attribuito in maniera esclusiva “della competenza a decidere sul rilascio di una copia di un atto chiesta da un giornalista”. Ma questo, ha sottolineato il consigliere, “è solo il primo profilo, che però non è il solo e forse non è nemmeno il più grave, che mi lascia perplesso del provvedimento del collega procuratore di Potenza”. “Qui noi stiamo parlando - ha aggiunto Di Matteo - di un rilascio di copie che può addirittura afferire alla copia di un atto processuale di un processo già concluso con sentenza passata in giudicato, o comunque può riguardare atti che non sono più relativi alla fase delle indagini preliminari”. In sostanza, quindi, ha affermato il consigliere togato “c’è un procuratore che si attribuisce questa paternità esclusiva". Sempre sotto il profilo delle competenze, ha continuato la propria esposizione al palazzo dei marescialli Di Matteo, “addirittura nel provvedimento del procuratore di Potenza, si dice che comunque potranno essere accolte le richieste che provengono dal giornalista delegato dal suo direttore di testata, non dal giornalista stesso”. Quindi, ha spiegato ulteriormente il problema che riguarda "il rapporto per ottenere, ad esempio, la copia di un decreto di perquisizione o di sequestro, ovviamente in riferimento ad atti non più coperti dal segreto, che il giornalista vorrebbe consultare o tenere in copia deve avere una delega”. Di Matteo si è chiesto: “cosa potrebbero fare per ottenere il rilascio di una copia di un atto processuale i giornalisti free lance?”. Ma questo, ha precisato, è solo un “primo aspetto”.
Perché c’è un altro dato che appare "ugualmente censurabile”. "Il provvedimento del procuratore di Potenza - ha proseguito il magistrato - nello stabilire quali atti si possono rilasciare e quali no commette, secondo me, un clamoroso errore. L’art. 116 fa riferimento al fatto che chiunque vi abbia interesse può richiedere un atto e l'atto non si rilascia in copia laddove sussistano specifici interessi, quindi con una valutazione in concreto e relativa al singolo atto. Il procuratore di Potenza invece nel suo provvedimento fa una catalogazione tra gli atti potenzialmente rilasciabili e quelli non potenzialmente rilasciabili”.
“Non è questo l'approccio!”, ha sentenziato Di Matteo. “Questo approccio rischia di essere limitativo del diritto che chiunque vi abbia interesse si vede attribuito nell’articolo 116 del Codice di Procedura Penale. Non c'è una tipologia di atti che è sempre rilasciabile, e una tipologia di atti che mai possa giustificare un legittimo interesse del giornalista ad averne copia. Questi due profili - ha concluso - relativi alla competenza del tribunale e alla previsione per categorie di atti potenzialmente rilasciabili e atti non rilasciabili in alcun caso mi lascia perplesso è chiedo che la commissione si interroghi su questi due aspetti”. A fine intervento il vice presidente del Csm David Ermini ha messo ai voti la richiesta di ritorno in commissione che è stata approvata all’unanimità.

Foto originale © Imagoeconomica

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