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di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

Video e Foto
Ad Agrigento il ricordo del giudice Rosario Livatino

Alla tavola rotonda intervenuti anche il Procuratore Patronaggio e il Presidente della Camera Fico

Trent'anni sono passati da quando il giudice Rosario Livatino è stato ucciso lungo la vecchia Strada statale 640 nei pressi di Canicattì mentre si recava in tribunale ad Agrigento. Lunedì si terrà la commemorazione, ma già oggi la sezione agrigentina dell'Associazione nazionale magistrati ha voluto ricordare il magistrato organizzando un convegno dal tema 'Il ruolo della magistratura a 30 anni dall'uccisione di Rosario Livatino'. Un appuntamento importante che ha visto la presenza di ospiti di rilievo come il Presidente della Camera, Roberto Fico, il Cardinale Francesco Montenegro, il Consigliere del CSM Antonino Di Matteo e il Procuratore della Repubblica Luigi Patronaggio, moderati dalla giornalista Elvira Terranova. Un'occasione per fare memoria e, al tempo stesso, fare il punto della situazione sulla giustizia e la lotta alla mafia, partendo dall'esempio di chi, come Rosario Livatino, nel suo sacrificio ha tracciato una strada netta da seguire nell'impegno quotidiano di chi vuole essere magistrato.
"Livatino ha svolto la sua funzione per 11 anni. Era un magistrato che ha incarnato la forma più virtuosa dell'essere magistrato - ha ricordato Nino Di Matteo - Ispirato e caratterizzato dall'attenzione per l'autonomia e l'indipendenza con lo scopo primario di attuare la Costituzione. E' un esempio per tutti noi che svolgiamo questa funzione".
"Già 36 anni fa indicava la strada da percorrere parlando di un giudice capace di condannare, ma anche di capire - ha aggiunto il Procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio - Livatino nel suo essere religioso aveva rispetto per la laicità dello Stato". Patronaggio, che nel suo intervento ha anche letto dei passi degli scritti del giudice per cui è in corso una valutazione di beatificazione, ha evidenziato come Livatino fosse "lontano da cene eleganti". Un modo anche per rimarcare subito la differenza rispetto a quanto emerso dallo scandalo del caso Palamara che ha sconquassato la magistratura colpendo anche il cuore dell'organo di autogoverno del Csm.
"Quanto è lontano l'esempio e il comportamento di Rosario Livatino dagli sms di Palamara pubblicati dal Csm? - si è chiesto Patronaggio - La magistratura italiana ha bisogno di una vera e propria rivoluzione morale, necessaria per recuperare autorevolezza e prestigio". E poi ha aggiunto: "La magistratura sta attraversando un momento di grave crisi determinato da due gravi vicende. Innanzitutto il caso Saguto e poi il caso Palamara. E' emerso uno spaccato clientelare dove la funzione giudiziaria non ha rappresentato il baluardo di democrazia e libertà e ha risposto a logiche di natura affaristica. I sondaggi dicono che la fiducia verso la magistratura è ai minimi storici, abbiamo rivisto un contesto grigio e opaco che sembrava appartenere al passato. E' un grave danno per tutti noi, per i magistrati onesti e per la gente onesta che dobbiamo servire. E allora quale migliore occasione del ricordo di Rosario Livatino per avviare una rivoluzione morale che restituisca credibilità e autorevolezza alla magistratura?".



"Probabilmente la magistratura oggi si è allontanata da quel disegno vestito addosso dalla Costituzione per cui i magistrati sono tutti uguali tra di loro e si distinguono solo per le funzioni che svolgono. E ci deve essere indipendenza interna, intesa come l'autonomia del magistrato verso le scelte dei suoi capi, e un'esterna, intesa come l'autonomia da ogni forma di potere economico e politico. Noi dobbiamo ritornare a quella figura il cui fine unico è offrire un servizio al cittadino - ha aggiunto - Oggi si segue il modello del carrierismo e della ricerca del potere. Per questo credo che la vera riforma della magistratura è quella morale e deve venire dall'interno.
Il binomio vincente è: autorevolezza e professionalità. Non ci sono altre strade che scuoterci e dare un segnale a tutti che vada in questa direzione".il patto sporco alt 300 interna
Ma la tavola rotonda è stata anche l'occasione per riflettere sullo "stato dell'arte" della lotta alla mafia, tutt'altro che sconfitta nonostante stragi e delitti.

La politica assente e la delega alla magistratura
Sul punto proprio Nino Di Matteo, nel suo intervento, ha evidenziato le maggiori criticità: "Da più parti si cerca di far passare il messaggio che lo Stato ha vinto, ma ho dubbi sempre più forti sulla reale volontà dello Stato di combattere la guerra al sistema mafioso per vincere su tutti i fronti e per debellare definitivamente il fenomeno”. Quindi ha proseguito: "Da troppo tempo la politica, a mio avviso, ha rinunciato ad esercitare quella sua primizia nell'assunzione del ruolo di primo piano nella lotta alla mafia. Non può bastare ed essere sufficiente una politica che, pur correttamente rispettando il lavoro della magistratura, aspetti solo l'esito delle sentenze. C'è bisogno di una politica attiva, che agisca come fece Pio La Torre,che ebbe il coraggio di denunciare fatti e collusioni di alto livello tra mafia e ambienti di potere prima ancora che i fatti entrassero nei rapporti di polizia. Ad oggi è delegata alla magistratura una lotta che dovrebbe costituire per ogni governo, di qualsiasi colore, la priorità assoluta. Da troppo tempo la politica ha abbandonato l'ambizione di fare piena luce sulle stragi e gli omicidi eccellenti nel timore che vengano accertati scenari e responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra, che hanno ispirato e contribuito alla realizzazione di quei fatti estremamente gravi".

La mafia oggi
Di Matteo ha quindi proseguito il suo intervento, parlando del contesto che ha portato all'omicidio del giudice Livatino, ricordando che "la nostra è l'unica mafia del mondo che è riuscita a realizzare una scia di stragi e delitti eccellenti che hanno riguardato non soltanto magistrati e alti ufficiali, carabinieri, funzionari polizia di Stato e polizia penitenziaria, ma anche la politica di primo livello, rappresentati di partiti del governo e dell'opposizione, di medici, imprenditori, giornalisti, sacerdoti".
Quindi ha ricordato come tra le peculiarità di Cosa nostra vi sia la "strategica capacità politica che l'organizzazione mafiosa ha sempre dimostrato per un verso con la capacità di interessare e mantenere rapporti con il potere ufficiale, dall'altro la capacità di condizionare ad alti livelli le scelte politiche".
Il consigliere togato ha ricordato le sentenze passate in giudicato (da quella Andreotti a quella Dell'Utri, passando da quelle sulle stragi) ma anche quelle dei processi ancora in corso che hanno comunque "evidenziato dei fatti", come quella sulla trattativa Stato-Mafia.
Proprio partendo da questo ha evidenziato come su questi argomenti si sia sollevata una "campagna di disinformazione in quanto il muro di gomma su certi temi fa comodo. È meglio far credere che la mafia sia solo un'operazione di bassa macelleria sociale. In realtà è stata abbandonata volutamente l’idea di far piena luce sulle stragi per il timore che emerga il vero contesto che ha ispirato quella stagione".

livatino busto agrigento evento sett2020

Il riscatto per la magistratura
Di Matteo ha affermato con forza il ruolo della magistratura nell'essere stata "avamposto nel contrasto alla criminalità organizzata, al terrorismo e a difesa della Costituzione".
"A tutti i livelli - ha proseguito - specie noi magistrati, abbiamo la grande responsabilità di soffocare sul nascere ogni pericolo di ritorno al passato, a quei contesti in cui trovarono terreno fertile stragi e delitti eccellenti. E quindi di rigettare la tentazione, sempre strisciante, dell'oblio e dell'appiattimento delle logiche nel quieto vivere del falso e del solo efficientismo burocratico".
Successivamente il consigliere del Csm è tornato a parlare dell'emergenza in cui si trova coinvolta la magistratura con il caso Palamara. "Ci ritroviamo in un contesto di opacità che credevamo appartenesse al passato, adesso non ci resta che reagire con orgoglio per restituire credibilità - ha detto - Quello che è emerso nelle ultime inchieste avremmo dovuto avere il coraggio di denunciarlo anche prima senza ipocrisie. Non dobbiamo essere ipocriti. Costituiscono purtroppo una fotografia nitida, ma per fortuna molto parziale, di una patologia che rischia di minare il sistema di autogoverno della magistratura e la magistratura tutta. Una malattia che si è diffusa come un cancro con una prevalenza di logiche di clientelismo, di appartenenza correntizia o di cordata, di collateralismo con la politica. Un collateralismo che, a mio avviso, non è quello di chi si confronta con la politica partecipando a dibattiti organizzati da partiti o movimenti politici. E nemmeno quello di chi, ad un certo punto, decide di intraprendere una carriera politica o di lasciare la toga per svolgere un ruolo politico. Non è quello il problema. Il collateralismo politico più pernicioso e pericoloso per un magistrato è quello che fa valutare ad un Procuratore della Repubblica, a un Pm o un giudice non la doverosità del suo provvedimento o di una sua azione, ma quello dell'opportunità politica. Per la quale magari, in un certo momento, si considera che una determinata inchiesta non si debba fare o approfondire perché andrebbe a far saltare equilibri politici fino a quel momento consolidati". Il magistrato ha quindi ricordato l'esempio, nel corso del procedimento sulla trattativa Stato-Mafia, in cui alcuni colleghi, pur valutando l'operato corretto nella richiesta di audizione dell'allora Capo dello Stato, dissero che la stessa azione "non era opportuna".
Di fronte agli scandali che hanno minato la credibilità della magistratura Di Matteo si è comunque detto ottimista, guardando alla possibilità che si ha, in questo momento, "di ripartire con un nuovo spirito, per cambiare prima che altri, mossi dall'intento malcelato di cambiare le regole e volgerle verso una compressione dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura". Un'azione che passa dalla "responsabilità e dal coraggio". Ed infine ha ricordato che "non sarà solo attraverso le nuove leggi, fossero anche le più opportune, che si potrà porre rimedio ai fenomeni delle cordate, delle cooptazioni dall'alto e in definiva della vera e propria occupazione delle istituzioni da parte di persone che non ricoprono con dignità ed onore,come prescrive la Costituzione, la loro funzione. Anche la migliore delle riforme del sistema di designazione dei membri togati al Csm non servirebbe a nulla senza una svolta etica individuale, e di corpo, della magistratura". Quindi ha concluso: "Le figure di Rosario Livatino e Antonino Saetta (tra pochi giorni ricorre anniversario dell'uccisione, ndr) siano punto di riferimento e fulcro di quella svolta di cui hanno disperato bisogno non solo la magistratura ma tutte le istituzioni del Paese, senza la quale siamo destinati allo svilimento della nostra libertà e della nostra democrazia".

di matteo patronaggio terranova agrigento sett2020

Le valutazioni della Cedu

Sul valore di Livatino è intervenuto anche il cardinale Francesco Montenegro. Questi non solo ha ribadito che "il processo di beatificazione di Rosario Livatino è in atto", ma ha anche affermato che "l'indipendenza del giudice, seguendo l'esempio di Livatino, va raggiunta attraverso comportamenti coerenti e indipendenti anche fuori dalle aule di giustizia, nella vita sociale e nelle scelte delle amicizie". Ed anche il Presidente della Camera Roberto Fico, nella sua introduzione, ha evidenziato le peculiarità del giudice ("Aveva il senso delle regole, della giustizia e della legalità. E' un esempio che dobbiamo seguire tutti. Lo Stato ha bisogno di fare rispettare le regole e bisogna iniziare da ciascun cittadino").
Ultimo argomento toccato, su domanda specifica della Terranova, la notizia del permesso premio concesso a Giuseppe Montanti, uno dei mandanti dell'omicidio Livatino, da parte del Giudice di Sorveglianza di Padova. "Il giudice ha agito legittimamente, in linea con le indicazioni della Corte europea dei diritti dell'uomo e della stessa Corte Costituzionale, ma il problema vero è se siamo in grado di permetterci questo passaggio. - ha commentato Patronaggio - La mafia continua a esercitare, è stato detto, una forma di condizionamento su tutta la nostra vita democratica. A Strasburgo la vedono diversamente, hanno una distanza maggiore... probabilmente l'odore del tritolo di Capaci non arriva fino a Strasburgo...". Ed infine ha concluso: "Non basta la dissociazione, ma serve partecipare attivamente a un processo che porti alla sconfitta di Cosa nostra. Anche la Chiesa cattolica vuole un pentimento operoso, e se lo vuole la Chiesa penso che anche la nostra coscienza lo voglia". Della stessa idea anche Di Matteo che a latere del convegno, parlando con i giornalisti, ha ribadito: "Rispetto le decisioni della Corte europea, ma forse il governo italiano dovrebbe essere più abile a spiegare che si resta affiliati alla mafia per sempre. Si esce solo morendo o pentendosi, non basta comportarsi bene in carcere come ha fatto Montanti".

Foto © ACFB

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