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di Giorgio Bongiovanni
Il boss Giuseppe Graviano e la sfida allo Stato!

Quelli trascorsi sono stati mesi duri e lunghi. L'emergenza sanitaria del coronavirus ha messo a dura prova l'intero Paese. Seppur lentamente anche la macchina della giustizia sta ripartendo e pian piano sono ripartiti diversi processi. Tra questi vi è anche il processo di Reggio Calabria, 'Ndrangheta stragista, condotto dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e che vede come imputati lo 'Ndranghetista Rocco Santo Filippone e la belva sanguinaria mafiosa di Brancaccio Giuseppe Graviano, entrambi accusati come mandanti degli attentati ai carabinieri in Calabria, tra il 1993 e il 1994, in cui persero la vita anche gli appuntati Vincenzo Garofalo e Antonino Fava.
Il periodo di pausa, però, non deve aver fatto bene alla bestia sanguinaria, stragista, assassina di bambini (su tutti basti ricordare Nadia e Caterina Nencioni, di nove anni ed appena 50 giorni di vita che hanno perso la vita in via dei Georgofili la notte tra il 26 e il 27 maggio 1993).
Chissà cosa ha provato nel vedere diversi colleghi boss mafiosi, anche detenuti al 41 bis, che sono usciti dal carcere, ottenendo la detenzione domiciliare proprio grazie all'emergenza Covid-19. Boss come Pasquale Zagaria, Francesco Bonura, Vincenzino Iannazzo, lo stesso Rocco Santo Filippone, per citarne alcuni, tutti membri di un elenco di oltre trecento detenuti tra 41 bis ed Alta sicurezza. Per alcuni di questi, dopo gli allarmi di magistrati, addetti ai lavori, familiari vittime di mafia ed organi di informazione, si sono riaperte le porte del carcere, in particolare grazie all'impulso dato dal nuovo Dap, composto da Dino Petralia (capo) e Roberto Tartaglia (vice), in seguito alle dimissioni del disastroso ex direttore del Dap, Francesco Basentini, e l'arrivo di due decreti legge, tanto necessari quanto tardivi, volti proprio ad arginare l'emorragia delle scarcerazioni.
Fatti su cui il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede ha, come abbiamo più volte scritto, una grave responsabilità.
Ma torniamo alla belva feroce di Brancaccio, detenuta al 41 bis nel carcere di Terni.

lombardo giuseppe da ilreggino it

Il procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo


Se fino a febbraio abbiamo visto un Giuseppe Graviano determinato a lanciare messaggi all'esterno, nervoso per le domande del pm Giuseppe Lombardo e irato contro l'avvocato Antonio Ingroia, l'atteggiamento delle ultime settimane è stato diametralmente opposto, fino a giungere al definitivo silenzio, comunicato ieri tramite il proprio avvocato, Giuseppe Aloisio.
Le motivazioni per questo nuovo silenzio, a suo dire, riguardano la mancata ricerca della verità sui motivi per cui è morto il padre. Più volte il capomafia, nelle sue esposizioni, si è scagliato contro il collaboratore di giustizia Giuseppe Contorno, e anche contro Gaspare Spatuzza che, a suo modo di vedere, sarebbe a lui direttamente collegato. In realtà, però, il suo tarlo è capire come sia stato possibile arrivare al suo arresto, il 27 gennaio 1994 ("Se i carabinieri diranno la verità su come sono andati i fatti, quelli che mi hanno arrestato, se anche D’Agostino Giuseppe dirà chi li ha aiutato a fare il provino al Milan e le società di Milano. Se indagate su questo, voi scoprirete la verità su chi sono i veri mandanti") e, dopo aver fatto alcune rivelazioni sconcertanti sui rapporti tra la sua famiglia e l'ex Premier Silvio Berlusconi, fa arrivare un messaggio chiaro verso l'esterno. "Io qui non sto facendo niente, sto solo dicendo qualcosa, ma posso dire ancora tante altre cose. Io non voglio né soldi né altro. Ho solo dato confidenza a un carissimo amico. Ma se sentissi tutte le intercettazioni potrei dire tanto altro - aveva dichiarato l'8 febbraio scorso - Io sto dando degli elementi, se volete indagare indagate, io mi sono fatto 26 anni di carcere già e me li sto facendo con dignità, io sono in area riservata senza coperte a congelare, non ho mai avuto timore degli uomini, solo di Dio, mi sta bene il carcere, siamo di passaggio in questo mondo. Tutti eroi sono in Italia... vediamo se sono eroi oppure arrivisti".
Ecco la negoziazione di Giuseppe Graviano. Una nuova idea di trattativa tra lui, che dalla morte di Totò Riina rappresenta a tutti gli effetti gli alti vertici della mafia e altri apparati dello Stato.
Giuseppe Graviano, assieme al super latitante trapanese Matteo Messina Denaro, a figure come Salvatore Biondino ed i Madonia di Palermo, Leoluca Bagarella, o il latitante di Pagliarelli Giovanni Motisi, secondo le regole di Cosa nostra, sono le figure di riferimento che comandano la mafia siciliana. Sicuramente anche il gruppo degli "scappati", tornato a Palermo, ha un ruolo importante, ma è chiaro che i segreti su patti e accordi post stragi sono in mano a questo gruppo di persone.

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Uno scatto d'archivio di Matteo Messina Denaro


Una conferma viene da uno dei collaboratori di giustizia più importanti degli ultimi anni, Giovanni Brusca, che qualche anno fa, al processo che vede come imputato Messina Denaro come mandante delle stragi del '92, ha dichiarato: "Totò Riinami ebbe a dire che, qualora lui fosse arrestato o che gli succedeva qualche cosa, i picciotti, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano,sapevano tutto. Queste cose me le dice alla fine del 1992, tra novembre e dicembre. Era il periodo in cui non avevamo più notizie e lui iniziava a preoccuparsi che poteva essere arrestato”.
Anche alla luce di quei possibili segreti era giusto cercare di capire se Graviano avesse davvero voglia di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Di fronte alla loquacità di questi mesi il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha messo in evidenza le contraddizioni che il boss manifestava rispetto a quelle intercettazioni, registrate nel carcere di Ascoli Piceno e disposte dalla Procura di Palermo nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.
Registrazioni di cui si parla nella sentenza della Corte d'Assise di Palermo con particolare riferimento all'audio captato il 10 aprile 2016, ovvero quello in cui, secondo quanto confermato dai giudici, si fa riferimento a "Berlusca", ad una "cortesia" richiesta e ad incontri con Dell'Utri.
Ed è giusto quell'intercettazione che Graviano non è mai riuscito a risentire in questi mesi di "dico-non dico". Problemi tecnici o burocratici imbarazzanti, tanto che ad innervosirsi è stato il capomafia, ma anche il pm e la Corte che ha disposto più volte ordinanze affinché fossero dati i dispositivi per permettere l'ascolto. Fatti che possono essere approfonditi dai magistrati di competenza.
E' chiaro che nel "flusso di coscienza" della bestia di Brancaccio si incrocino il vero e il falso, ma l'autorità giudiziaria può avere gli strumenti per distinguere ed approfondire quegli elementi che comunque sono stati portati alla luce nel corso di quattro udienze. La sensazione, ad oggi, è che Graviano abbia mescolato il mazzo per generare confusione e tenere sulla graticola i suoi interlocutori esterni al processo, nel tentativo di ottenere qualcosa.
Il silenzio ritrovato sta a significare che ha raggiunto i propri scopi?
Se l'obiettivo era quello di crearsi una strada per uscire dal carcere, è miseramente fallito.

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Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


Graviano ha affermato di aver conosciuto Silvio Berlusconi, di averlo incontrato durante la latitanza, che la sua famiglia era in affari con lui con il denaro di suo nonno che sarebbe stato investito per "Milano 3, le televisioni, Canale 5, tutto". Addirittura ha fatto riferimento ad una "carta scritta" che sarebbe stata in possesso di suo cugino Salvatore. Quindi ha detto, sempre riferendosi a Berlusconi, che "deve rispettare i patti" presi con il nonno. In questi mesi ha anche dichiarato di non aver conosciuto Dell'Utri ma non ha avuto dubbi sull'affermare che l'ex senatore "è stato tradito da Berlusconi".
Tutti elementi che andrebbero verificati.
E' noto che a Firenze c'è un'indagine aperta su Berlusconi e Dell'Utri, per essere stati i mandanti delle stragi 1993, sin dai tempi delle intercettazioni con Adinolfi.
Se davvero Graviano vuole ottenere in futuro la libertà, dopo che avrà scontato la propria pena, ha una sola via: collaborare con la giustizia.
Non ci sono altre strade. Deve chiedere di parlare con i magistrati di Firenze (che indagano sulle stragi del '92, Firenze, Roma e Milano), Palermo (che indaga sulla trattativa Stato-Mafia), Reggio Calabria (che indaga sui rapporti tra Cosa nostra e 'Ndrangheta anche nelle stragi) e Caltanissetta (che indaga sugli attentati contro Falcone e Borsellino), e dire tutto quello che sa su delitti, patti, affari, consegnando i miliardi di euro che ha accumulato.
Solo in questo modo potrà ottenere dei benefici ed iniziare una nuova vita.
Diversamente il suo destino sarà come quello dei suoi capi storici, Totò Riina e Bernardo Provenzano, morti in carcere.
A differenza dei due boss corleonesi, però, Graviano è molto più giovane, così come Matteo Messina Denaro. Anche lui, prima o poi, finirà in manette. Quando ciò avverrà davvero vorranno marcire in carcere fino alla fine dei loro giorni?
Nelle intercettazioni con Adinolfi Graviano ha detto chiaramente che il suo “unico pensiero è uscire dal carcere”.
Non potrà farlo a suo piacimento. L'unica possibilità per riabbracciare i propri cari in maniera “dignitosa”, riscattando i propri crimini, ormai la conosce. L'alternativa? Il carcere a vita. Prendere o lasciare.

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