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dalla chiesa setti carraro 610Padre della Patria ucciso dallo Stato-mafia
di Giorgio Bongiovanni
Ma chi ca... se ne fotteva di ammazzare dalla Chiesa... E perché glielo dovevamo fare questo favore...”. A pronunciare queste terribili frasi è il medico e capomandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, boss mafioso che spiega a uno dei suoi soldati come e perché i capi di Cosa nostra diedero l’ordine di uccidere il generale Carlo Alberto dalla Chiesa la sera del 3 settembre 1982. Ad intercettare le parole del boss, nel 2001, sono i magistrati di Palermo coordinati dal pm Nino Di Matteo, che indagano sull’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, poi condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia.

Già da questa intercettazione si può considerare un dato di fatto come non fu solo la mafia ad uccidere dalla Chiesa, poichè Cosa nostra fu solo il braccio esecutivo. Ben altri furono, infatti, i mandanti esterni spiegati già nella sentenza del maxiprocesso quando, in riferimento alla strage di via Carini - in cui oltre al generale furono uccisi la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo - parlò di “convergenza di interessi tra Cosa nostra e settori politici ed economici”. Una contesto descritto anche nella sentenza definitiva del delitto dalla Chiesa, che condannò i killer (Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, insieme ai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci) e i mandanti interni a Cosa nostra (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci). Già la sentenza della Corte d’assise di Palermo sottolineò “la coesistenza di specifici interessi - anche all’interno delle istituzioni - all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del Generale”. Tuttavia, restano ancora molti buchi neri sull’eccidio del 3 settembre ‘82.

Come non ricordare, a questo proposito, la sparizione delle carte contenute nella cassaforte di dalla Chiesa quando, la notte tra il 3 e il 4 settembre, qualcuno - forse uomini di Stato? - si introdusse a villa Pajno, nell’abitazione del generale? O l’analoga, misteriosa sparizione delle carte contenute nella borsa che dalla Chiesa aveva con sè la sera dell’attentato? Una borsa che poi fu ritrovata soltanto nel 2013 nei sotterranei del Tribunale di Palermo. E che, manco a dirlo, era vuota.

Dalla Chiesa, ucciso dopo soli cento giorni dal suo arrivo a Palermo, era a conoscenza di molti segreti di Stato, come quelli sul rapimento di Aldo Moro, e sulla vera essenza della loggia massonica P2, nei cui elenchi fu ritrovato anche il nome del generale proprio perché, in quanto infiltrato, avrebbe sgominato e forse annientato, se non fosse stato eliminato, una delle più potenti logge occulte del nostro Paese. Nei libri del figlio, Nando dalla Chiesa, si ritrova tutta la consapevolezza del padre dell’altissima componente mafiosa della corrente Dc andreottiana in Sicilia, legata a doppio filo con i poteri al di là dell’Atlantico e con Cosa nostra. Un testamento che fa eco alle recenti dichiarazioni del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato quando, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, parlò del fatto che “l’ordine di eliminare dalla Chiesa arrivò a Palermo da Romafacendo il nome del “deputato Francesco Cosentino.

Da Falcone a Borsellino, da Chinnici alle stragi del ‘93, il filo rosso dei delitti eccellenti si snoda lungo i momenti-chiave della storia della nostra Repubblica. Sullo sfondo, quei mandanti esterni che vollero e ordinarono anche la strage di via Carini, e che con tutta probabilità sono ancora lì, a costituire quel crocevia di poteri chiamato Stato-mafia.

LIBRI
Carlo Alberto dalla Chiesa. In papà con gli alamari
Dalla Chiesa. Storia del generale dei carabinieri che sconfisse il terrorismo e morì a Palermo ucciso dalla mafia

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