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Capitoli bui
Ma ci sono anche altri elementi, emersi in questi anni, su cui è necessario scavare per fare luce su uno dei capitoli più bui della nostra storia. Ad esempio il ruolo di personaggi come Elio Ciolini, il quale, con le sue lettere mandate alle varie agenzie giornalistiche e al governo, anticipava le stragi che avrebbero fatto saltare in aria le strade e i palazzi di Palermo, a Firenze, Roma, Milano. Quell'uomo non risulta appartenere a Cosa nostra. Come è possibile allora che fosse a conoscenza di questi avvenimenti, che lo stesso ministro Scotti apprese con considerevole allarme?
E perché nel 1993, quando ancora le stragi in Continente non erano avvenute, non venne dato peso alle dichiarazioni dell’ex boss di Trani, Salvatore Annacondia? Al processo trattativa il collaboratore di giustizia, sentito nel giugno 2015 ha dichiarato di essere venuto a conoscenza delle stragi grazie ad un certo Antonino Cucuzza, che all'Asinara era detenuto nella sezione napoletana, durante un trasferimento avvenuto a fine settembre 1992, e di aver poi allertato un funzionario della Dia di Bari: “A gennaio '93, quando non era successo ancora niente, ne avevo già parlato alla Dia di Bari, solo che non hanno dato peso alla notizia, non so cosa sia successo, parliamo di un funzionario… non fu fatto verbale, forse fu preso sottogamba".
Altra figura ambigua inserita nel contesto delle stragi è l’artificiere Pietro Rampulla, colui che preparò il sofisticato telecomando che poi Brusca ha premuto in esecuzione della strage di Capaci proprio perché Rampulla, che doveva svolgere questo compito, all'ultimo momento sparì dallo scenario adducendo un impegno familiare. Rampulla è uomo di Cosa nostra ma anche appartenente ai movimenti eversivi di estrema destra (implicato in alcuni episodi di terrorismo) che partecipò all'assemblaggio dei vari esplosivi ricavati dai residuati bellici che, opportunamente miscelati, vennero posti sotto l'autostrada di Capaci.
E poi ancora la “strana coincidenza” della presenza di un bigliettino, scoperto da Luca Tescaroli, rinvenuto intorno alla macchina distrutta del giudice Falcone, a Capaci. Quel bigliettino recava scritto un numero di telefono dei servizi segreti.

donadio 610 dossier

Il pm Gianfranco Donadio


Parlando di “elementi che sono emersi e che possono ancora essere sviluppati” Gianfranco Donadio, magistrato della Procura nazionale antimafia e consulente per la Commissione Moro, alla conferenza di ANTIMAFIADuemila a Palermo, lo scorso 17 luglio, ha ricordato che “nel luogo della strage vennero trovati dei frammenti di plastica di un telecomando particolare. Gli investigatori riuscirono ad arrivare alla società che aveva prodotto quel telecomando, la Telcoma, che produceva sistemi di innesco radiocomandati che funzionavano anche oltre 30 km distanza, e che era in grado di sfuggire ad ogni tipo di interferenza”. “Thu era il modello del telecomando costruito in poche centinaia di pezzi – ha precisato Donadio – aveva subito alcune modifiche e quegli elementi stabilirono l’anno di costruzione: non erano tantissimi e si realizzò una mappa, qualcuno di quei telecomandi era stato venduto in Sicilia da un’azienda catanese’’. “Cosa nostra - ha quindi concluso Donadio - è stata rifornita da qualcuno di questi telecomandi”.
Non possiamo non tener conto, poi, dell’incredibile marcia indietro di Riina che, all’improvviso, interrompe il progetto di uccidere Falcone a Roma, dove era necessario un solo killer, prendendo la decisione di far saltare in aria un'intera autostrada a Palermo. Perché si scelse quella via più eclatante?
Domande a cui le nuove indagini delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, anche alla luce delle intercettazioni che hanno visto protagonista Giuseppe Graviano con il camorrista Umberto Adinolfi, dovrebbero avviare.
E qualora si avessero ancora dubbi sul genere di potere che voleva morti Falcone e Borsellino basterebbe girare ulteriormente indietro le lancette dell’orologio del tempo, riportando al 1989 quando, all’indomani dell’attentato fallito all’Addaura, lo stesso Falcone disse in un’intervista a Saverio Lodato: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. Parole profetiche.
E’ vero. Il ruolo del magistrato è quello di trovare i riscontri, ma alla luce dei fatti la presenza di collegamenti “esterni” a Cosa nostra sono tutt’altro che apparenti.
Ecco la verità. A Caltanissetta ci sono stati magistrati che hanno cercato i mandanti esterni della strage di via d’Amelio e Capaci. E sono stati stoppati. Oggi più che mai è necessario andare oltre i depistaggi di queste stragi di Stato. Occorre continuare a cercare - ognuno nel proprio ruolo, che sia all'interno della magistratura, nell'ambito giornalistico o politico-istituzionale - quei mandanti dal volto coperto; prima che la voragine dell'oblio e dell'impunità inghiotta definitivamente la ricerca della verità.

* ha collaborato Miriam Cuccu

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