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Note e presunte “presenze”: la longa manus dei Servizi
Ma è il “nodo” dei mandanti esterni quello che appare impossibile districare con il bandolo della matassa che spesso riconduce verso una direzione, quella che porta ai Servizi di sicurezza. In merito alla collaborazione per la raccolta delle informazioni e notizie sulla strage di via d'Amelio vi è persino una nota del Sisde datata 13 agosto 1992, che apre uno squarcio che oggi la procura nissena definisce “inquietante”. In quel documento il Centro di Palermo comunicava alla Direzione del Sisde di Roma “a seguito di ‘contatti informali’ con gli investigatori della Questura di Palermo, anticipazioni sullo sviluppo delle indagini relative alla strage di via d’Amelio circa gli autori del furto della macchina ed il luogo ove la stessa ‘sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato'”. Sul punto i magistrati di Caltanissetta, nella richiesta di archiviazione per il depistaggio, avevano evidenziato come “non è dato agevolmente comprendere come a quella data, sia pur successiva alle intercettazioni dell’utenza della Valenti (Pietrina Valenti, la proprietaria della fiat 126 destinata alla strage, ndr), gli investigatori avessero acquisito notizie sul luogo dove la vettura rubata era stata custodita”. Ci sono poi da considerare le note del 17 ottobre '92, firmata da Lorenzo Narracci (vice capocentro del Sisde di Palermo), in cui venivano inseriti i nomi di Luciano Valenti, Roberto Valenti e Salvatore Candura e quella del 19 ottobre in cui il centro Sisde di Palermo informò gli uffici centrali del servizio e quindi la Questura di Caltanissetta circa le parentele mafiose “importanti” di Scarantino. Tra queste non vi era solo il cognato Salvatore Profeta, uomo d’onore della famiglia mafiosa di S. Maria di Gesù ma che con Scarantino non aveva alcun legame di collaborazione criminale. L'intelligence ipotizzava, infatti, una lontana, ma mai accertata, parentela con la famiglia Madonia di Resuttana.

contrada 610 dossier

L'ex funzionario di Polizia ed agente segreto, Bruno Contrada


Elementi che ovviamente avvalorano la pista Scarantino ma su cui nessuno degli uomini delle istituzioni è riuscito a dare una spiegazione convincente. E’ una parentesi vergognosa la sequela di dichiarazioni pasticciate, per usare un eufemismo, da parte di uomini delle istituzioni e delle forze dell’ordine, di “non so”, “ho detto”, “non ho detto” che ha messo in piedi un vero e proprio teatrino su vicende cardine come la sparizione dell’agenda rossa e sulla presenza di Bruno Contrada in via d’Amelio. Di Matteo aveva scandagliato quella ipotesi incriminando l’allora funzionario di Polizia Roberto Di Legami che avrebbe rivelato quell’informazione a due suoi colleghi: Umberto Sinico e Raffaele Del Sole, al tempo in forza al ROS. A far emergere l’intera vicenda era stato il tenente dei Carabinieri Carmelo Canale, stretto collaboratore di Paolo Borsellino, processato e poi prosciolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Tuttavia la ricostruzione fornita da tutti questi ufficiali non è mai combaciata e tra “non ricordo”, ritrattazioni e smentite si è messa una pietra tombale sulla questione. Bruno Contrada ha sempre sostenuto di aver appreso della strage (circa un minuto dopo l’esplosione secondo i tabulati) mentre si trovava in mare aperto a bordo dell’imbarcazione dell’amico Gianni Valentino che ha sempre confermato il suo racconto. La presunta confidenza di Di Legami a Sinico raccontava anche di una relazione di servizio che attestava la presenza di Contrada in via d’Amelio e che poi sarebbe stata stracciata negli uffici della polizia di Palermo. “Sulla relazione strappata vi furono anche conferme - aveva raccontato ancora Di Matteo al quater - e io predisposi pure dei confronti. Ognuno restò sulle proprie convinzioni ma Di Legami disse 'stanno mentendo ma io so pure perché stanno mentendo’’”. Restavano dunque “testimonianze opposte” sulla “presenza sospetta di un funzionario di alto livello del Sisde sul ruolo della strage”. “Io comunque - aveva continuato il magistrato - feci una richiesta di rinvio a giudizio per Di Legami perché erano due ufficiali contro uno. Questo contrasto tra le posizioni degli ufficiali ed il fatto che uno di loro ha pure affrontato un processo per questo era sintomatico che vi fosse qualcosa che non andava. Così come tanti altri elementi che riguardavano il protagonismo di Contrada in via d'Amelio che venivano riferiti e poi ritrattati o sminuiti”.

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