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aula bunker palermo panoramaIl pm: “Non fuggo da Palermo, né dal processo sulla trattativa”
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo
“Nessuna volontà di fuggire da Palermo. Ho già rifiutato, nei mesi scorsi, la proposta del Csm di essere trasferito altrove per 'eccezionali ragioni di sicurezza'”. E' il pm Nino Di Matteo ad affidare all'Adnkronos la sua replica dopo gli articoli di stampa usciti oggi su una sua possibile “fuga” da Palermo - e soprattutto dal processo sulla trattativa - a seguito dell'ennesima azione pilatesca in merito alla sua domanda di nomina alla Dna. La scena che si consuma davanti agli occhi di un'opinione pubblica anestetizzata è tanto semplice quanto machiavellica. Mentre si attende l’udienza del Tar Lazio sul ricorso del pm contro il Csm, il Consiglio giudiziario decide di non esprimere alcun parere e di rimettere gli atti al Csm. Il Consiglio avrebbe motivato la decisione spiegando che nella domanda per la nomina alla Dna mancherebbe il parere per merito e attitudini del mini Csm del distretto giudiziario di Palermo, Agrigento e Trapani. O meglio, il parere ottenuto da Di Matteo quando si era candidato per la procura di Enna non basta più. Il cavillo burocratico sul quale fa perno il Consiglio giudiziario girerebbe attorno al fatto che Enna è un ufficio di piccole e medie dimensioni mentre il posto di Consigliere alla Dna riguarda un ufficio classificato come “specializzato”. In soldoni: viene modificata una clausola relativa alla presentazione di un'istanza di avanzamento di carriera e invece di avvisare il diretto interessato in tempo reale, affinchè possa aggiungere alla sua domanda quanto richiesto ex-novo, lo si informa a giochi fatti per dirgli che a fronte di questa nuova regola la sua istanza non va più bene. Norma ad hoc per un magistrato sgradito al sistema? Ma soprattutto: perchè il Consiglio giudiziario fa lo struzzo di fronte alla condanna a morte che pende sulla testa di Di Matteo? Il progetto di attentato nei confronti del pm palermitano “è ancora operativo”, ha dichiarato recentemente il pentito Vito Galatolo. Il tritolo - nascosto nella città di Palermo, o nelle vicinanze - non è stato ancora trovato, ma la questione evidentemente non interessa agli eccellentissimi componenti del Consiglio giudiziario. Che - senza alcun ritegno - si uniscono al coro dei loro colleghi del Csm, dichiaratamente sordi ai segnali di morte che ruotano attorno al magistrato più scortato d'Italia. E in questa accozzaglia di “menti raffinatissime”, che arrivano perfino a mettere in dubbio l'esistenza stessa del tritolo destinato al pm, non possono mancare prestigiosi commentatori - di ogni specie e razza - che si affannano a gridare: Di Matteo abbandona il processo sulla trattativa! Esternazioni farneticanti che si sono ulteriormente accavallate soprattutto dopo la requisitoria al processo di Appello nei confronti degli ex ufficiali del Ros Mori e Obinu nella quale il Pg Scarpinato ha voluto sganciare il movente della trattativa dalla decisione del Ros di favorire la latitanza di Provenzano. Che, in quel periodo - assieme a Totò Riina - era ai vertici di Cosa Nostra. E' del tutto evidente che aver favorito la sua latitanza ha rafforzato l'organizzazione mafiosa, e questo, al di là di aver scelto di togliere l'aggravante dell'articolo 7 nei confronti dei due imputati. La condotta addebitata a Mori e Obinu non rientra all'interno di una trattativa tra Stato e mafia? C'è una Corte che è stata chiamata ad esprimere un giudizio. E, fino a prova contraria, la logica e il buon senso vanno ben oltre le speculazioni giudiziarie e mediatiche di questi tempi.
“Anche in caso di trasferimento - ha dichiarato oggi Di Matteo - chiederei di completare il mio lavoro di pubblico ministero nel processo sulla trattativa Stato-mafia e nelle indagini collegate, ancora aperte. Ritengo, anzi, che alla Direzione nazionale antimafia potrei proseguire il mio impegno con più incisività e in condizioni migliori di quelle attuali”. In quale altro Paese “civile” un magistrato - condannato a morte - deve affidarsi ai media per chiedere un po' di attenzione allo Stato che sta servendo? “Non voglio fuggire da Palermo - ha concluso il pm - ma lavorare in condizioni migliori”. Condizioni che si potrebbero realizzare appunto con una promozione alla Dna, oppure assegnandogli la reggenza di qualche importante Procura, o anche con un incarico di procuratore aggiunto a Palermo. Proprio recentemente il Procuratore di Palermo Francesco Lo Voi ha dichiarato di auspicare che si arrivi ad una sentenza di primo grado sul processo trattativa “entro l'anno”. Bellissime parole, per carità. Che si scontrano, però, con una realtà un po' diversa che vede Di Matteo, pm di punta di quello stesso processo, letteralmente sommerso di cause “ordinarie” da smaltire: dai balconi abusivi alle liti condominiali. Per non parlare dei turni che lo vedono impegnato (a rotazione) come un qualsiasi altro magistrato, con tutte le difficoltà e i rischi che ne derivano. Ma quelle “condizioni migliori” per poter lavorare a cui si riferisce Di Matteo non interessano a chi preferisce - consapevolmente o no - continuare a mantenere lo status quo di uno stillicidio quotidiano nei suoi confronti (sotto le più svariate forme) con l'obiettivo, questo sì, di sfiancarlo definitivamente così da fargli abbandonare Palermo e il processo sulla trattativa. Con buona pace dei (tanti) farisei del XXI Secolo.

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