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di matteo toga processoDopo il silenzio istituzionale sulla condanna a morte ecco l'isolamento
di Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari

“Cinque pm entrano nella Dda, fuori Di Matteo”. Così questa mattina hanno titolato alcuni quotidiani riportando la notizia delle nuove nomine all'interno della Procura di Palermo con nuovi incarichi per i pm Claudio Camilleri, Ennio Petrigni, Gaspare Spedale, Siro De Flammineis ed Alessia Sinatra. Magistrati, sicuramente competenti e preparati, che in questi anni si sono occupati di vari crimini, (chi inserito nel gruppo criminalità diffusa, chi si è occupato di reati finanziari e chi ha compiuto indagini su quei reati contro le fasce deboli) che porteranno a ventitré il numero dei pm che si occupano di criminalità organizzata. Nomine “figlie” di due bandi indetti dal Procuratore capo, Francesco Lo Voi, per rafforzare i gruppi che indagano sulla mafia palermitana ma in particolare quella di Agrigento dove presto (da metà novembre circa) non si potrà contare sull'apporto di Rita Fulnatelli, nominata dal Csm per la Procura generale. Tecnicamente parlando nulla da eccepire se non fosse che tra i magistrati esclusi, oltre a Maria Teresa Maligno e Maurizio Bonaccorso, vi è anche Nino Di Matteo.
Un'esclusione clamorosa, motivata dal fatto che al pm, titolare dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, non sono scaduti ancora i termini necessari per la nomina. A stabilirlo è una circolare del Csm che prevede che chi sia stato in Dda per il termine massimo dei 10 anni possa tornare a far parte del pool antimafia solo trascorso un periodo di “congelamento” di 5 anni.

“Congelamento” che per Di Matteo, condannato a morte da Riina in persona, scadrà il prossimo 26 novembre. Neanche due mesi di attesa, ma procediamo con ordine.

Anche in virtù della nomina della Fulnatelli alla Procura generale da parte del Csm, lo scorso luglio, esattamente il 31, è partito il primo bando per quattro posti alla Dda. Chi era interessato ad entrare alla distrettuale antimafia avrebbe dovuto presentare domanda entro e non oltre il 15 settembre. Così è stato e il 5 ottobre il Procuratore capo, valutate le varie candidature, ha optato per Camilleri, Petrigni, Spedale e De Flammineis. Il primo si occuperà proprio delle indagini sulla mafia agrigentina, Petrigni e De Flammineis sono stati assegnati al gruppo che coordina le inchieste sulla zona est di Palermo mentre Spedale si occuperà delle indagini sulle cosche dei quartieri occidentali del capoluogo. Non è però il primo bando a far discutere ma il secondo, anch'esso valido per un posto in Dda, con l'interpello che si sviluppa dal 21 al 30 settembre 2015. Ed è a questo bando che Nino Di Matteo partecipa presentando domanda, nonostante i termini di “congelamento” non siano ancora scaduti. Diversamente da quanto accade solitamente (basti pensare che le nomine del primo bando sono avvenute due mesi dopo che lo stesso era stato indetto) i tempi per prendere una decisione su chi nominare sono stati decisamente più rapidi e ieri Lo Voi ha decretato l'ingresso in Dda di Alessia Sinatra assegnandola al gruppo che lavora sempre sull'agrigentino. Tutto regolare, niente di illegittimo. Ma il nostro è un Paese dove i segnali sono importanti e quello che emerge da questa nuova “porta sbattuta in faccia” a Nino Di Matteo non è di poco conto. C'era davvero la necessità di indire un secondo bando per la Dda mentre ancora si dovevano effettuare le nomine del primo? Perché tanta urgenza se il trasferimento alla Procura generale del pm Rita Fulnatelli non si concretizzerà prima di metà novembre? Non sarebbe stato possibile “congelare” il secondo bando per poi indirlo in quel momento? Non sarebbe stato possibile posticipare la decisione di un mese o anche nominare Di Matteo assegnando l'incarico a partire dal 27 novembre 2015? Senza nulla togliere ai pm che sono stati scelti è innegabile che un'eventuale nomina in Dda sarebbe stato come uno scudo protettivo ad un magistrato che, nonostante le molteplici conferme che arrivano sul progetto di attentato nei suoi riguardi, è circondato dal più assoluto silenzio istituzionale. Silente è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Silente è il Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Silente è il Consiglio superiore della magistratura, giunto a Palermo lo stesso giorno in cui si apprendeva la notizia che il pentito Francesco Chiarello confermava la presenza dell'esplosivo a Palermo per colpire Di Matteo. Silente fino a qualche giorno fa anche l'Anm, poi autrice di un comunicato frutto degli appelli lanciati da altri colleghi. All'insediamento di Lo Voi come Procuratore capo avevamo più volte auspicato la sua presenza in qualche udienza del processo trattativa Stato-mafia. Un segnale importante per esprimere quella vicinanza al lavoro del pool che indaga su quanto accaduto in quegli anni torbidi in cui l'Italia veniva sventrata dalle bombe. Ad oggi siamo ancora in attesa di un tale gesto ma anche far tornare Di Matteo in Dda sarebbe stato altrettanto importante. Così facendo si sarebbe dato un impulso forte alle indagini sulla mafia, sfruttando al meglio la ventennale esperienza sul campo del magistrato, ma anche, se non soprattutto, un impulso alle indagini che proseguono, bis e ter, sulla trattativa.
E' vero, come hanno scritto tutti quest'oggi, che Di Matteo resta applicato al processo Stato-mafia ed anche alle indagini antimafia che ha iniziato a condurre prima di uscire dalla Dda. Indagini che procedono a passo meno spedito anche a causa della mole di “processetti” a cui il magistrato deve far fronte quotidianamente.
Così facendo Lo Voi avrebbe anche allontanato una volta per tutte quel sospetto che si era diffuso di seguito alla sua nomina come Procuratore capo a Palermo, ovvero di essere stato preferito dal Csm a Sergio Lari e Guido Lo Forte, per “moderare il clima” all'interno del Palazzo di Giustizia in particolare proprio rispetto all'indagine sulla trattativa Stato-mafia. Un'indagine talmente scomoda che si è montato un caso, con tanto di conflitto di attribuzione sollevato per la mancata distruzione delle telefonate tra il Capo dello Stato e l’imputato al processo trattativa Stato-mafia (all’epoca indagato) Nicola Mancino, anziché sostenere la ricerca della verità costi quel che costi.
Ed è illogico pensare che la mancata nomina in Dda sia dovuta all'attesa di un pronunciamento del Tar rispetto alla domanda presentata da Di Matteo per la Direzione Nazionale Antimafia bocciata beffardamente dal Csm in maniera tanto assurda, quanto inspiegabile.
Un sapore di beffa, forse addirittura più dolorosa, che si ripropone oggi di fronte ai “nuovi muri” che vengono innalzati con quel “No” al ritorno in Dda. Anche così si manifesta l'isolamento. Forse chi è al vertice della Procura non se ne rende conto?

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