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rapporto-grande-orientedi Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 25 marzo 2013
«L’ufficio del pubblico ministero intende dimostrare la responsabilità di entrambi gli imputati in ordine al contestato reato di favoreggiamento continuato ed aggravato dal fine di favorire Provenzano Bernardo e l’articolazione di Cosa Nostra facente più direttamente capo al predetto allora latitante Provenzano». E' il 15 luglio 2008 quando il Pm Antonino Di Matteo (affiancato da Domenico Gozzo e successivamente da Antonio Ingroia) introduce in udienza la struttura portante del processo iniziato la settimana precedente contro il generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura del boss di Cosa Nostra. Davanti alla IV sezione penale del tribunale di Palermo presieduta da Annamaria Fazio (successivamente sostituita da Mario Fontana) i due ufficiali del ROS sono chiamati a rispondere su uno dei misteri più impenetrabili della nostra storia contemporanea.

«L’ufficio intende dimostrare – spiega Di Matteo – come nel corso degli anni 1995-1996, nonostante la già riscontrata attendibilità delle indicazioni confidenziali già rese da Ilardo Luigi, esponente di spicco di Cosa Nostra, al Colonnello del ROS Michele Riccio, gli imputati Mori e Obinu nella rispettiva qualità di vice Comandante operativo Mori e di Comandante del reparto di criminalità organizzata del ROS dei Carabinieri, abbiano in un primo momento omesso di organizzare un servizio idoneo alla cattura del latitante nonostante fossero stati informati da Riccio a sua volta informato da Ilardo, di un incontro organizzato per il 31 ottobre del 1995 tra il predetto Ilardo e il Provenzano». Nell'aula l'aria comincia a farsi pesante. Seduti tra i loro legali Mori e Obinu ascoltano attentamente. «Intendiamo dimostrare ancora – specifica il Pm palermitano – come gli odierni imputati nonostante l’immediata conferma dell’effettivo verificarsi della prevista riunione, nonché l’acquisizione di notizia relativa alla previsione di ulteriori incontri in quegli stessi luoghi e dei soggetti che gestivano la latitanza del Provenzano in quel momento, nonostante questo abbiano omesso per lungo tempo, anche successivamente all’omicidio di Ilardo Luigi, nel frattempo verificatosi a Catania il 10 maggio del 1996, l’attivazione di qual si voglia concreta attività di indagine sui luoghi e sui soggetti indicati». «Intendiamo dimostrare altresì – ribadisce il magistrato – come tale lunga altrimenti inspiegabile inerzia, si sia sviluppata in un contesto di assoluta carenza di informazioni alla competente direzione distrettuale antimafia che coordinava le attività di ricerca per Provenzano e ciò nonostante l’esistenza di precise direttive del procuratore distrettuale di Palermo sulla necessità per le forze di Polizia di comunicare alla direzione distrettuale antimafia anche semplicemente gli spunti investigativi scaturenti dalle attività sul territorio». Nino Di Matteo chiede alla Corte di acquisire la sentenza di un processo su uno degli aspetti più inquietanti della storia della lotta alla mafia: la mancata perquisizione al covo di Riina dopo la sua cattura. Un procedimento penale che tra il 2005 e il 2006 ha visto alla sbarra gli ufficiali dei ROS Mario Mori e Sergio De Caprio (il capitano Ultimo) imputati di aver favorito Cosa Nostra a seguito di quella “omissione”. Mori e De Caprio sono stati assolti il 20 febbraio del 2006 «perché il fatto non costituisce reato». Ma su quella sentenza di assoluzione pesa ancora come un macigno la lettera dell'associazione tra i familiari vittime di via dei Georgofili inviata al pm dell'accusa Antonio Ingroia: «La perquisizione tempestiva del nascondiglio di Riina – scriveva la portavoce dell'associazione Giovanna Maggiani Chelli – avrebbe potuto evitare le stragi del 1993? Oggi i nostri parenti sarebbero ancora vivi?». Un interrogativo angosciante che nessuno ha potuto ancora sciogliere. «Intendiamo altresì sottoporre alla verifica dibattimentale – sottolinea Di Matteo introducendo il cuore del processo – l’inquadramento dei fatti in contestazione in un contesto causale più ampio, che trae la propria origine nei rapporti intrattenuti già a partire dal periodo del 1992 a cavallo tra la strage di Capaci del 23 maggio e la strage di via D’Amelio del 19 luglio, dall’odierno imputato Generale Mori con Vito Ciancimino, esponente mafioso in contatto diretto all’epoca dei fatti con Provenzano Bernardo, anche in funzione della cattura dell’allora latitante Riina e della auspicata cessazione della strategia corleonese di frontale attacco allo Stato e in particolare per quest’ultimo aspetto relativo alla cosiddetta trattativa, che vi chiediamo l’acquisizione della sentenza relativa alla mancata perquisizione del covo di Riina». Il “patto scellerato” tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra entra così a gamba tesa in questo processo a due uomini dello Stato. Dal canto suo l'avvocato difensore degli imputati, Piero Milio (deceduto il 19 giugno 2010, al quale è subentrato il figlio Basilio), punta essenzialmente a dimostrare «l'assoluta estraneità  del generale Mori e del colonnello Obinu, integerrimi e leali ufficiali del ROS dei carabinieri, oggi bersaglio di infamante accusa». Il legale spiega alla Corte che intende rendere manifesta «la prova dell'inattendibilità del colonnello Riccio, le mistificazioni da lui operate, le ragioni del risentimento e di odio verso il ROS e verso gli ufficiali che allora lo comandavano». L'attacco dell'avvocato difensore prosegue anticipando l'utilizzo di numerosi provvedimenti giudiziari nei confronti di Michele Riccio «che ne hanno demolito la credibilità». Una guerra all'ultimo sangue senza alcuna esclusione di colpi. Ma questa storia va raccontata dall'inizio.

Antefatto
E' l'anno 1993, in Italia scoppiano le bombe a Roma, Firenze e a Milano disseminando morti, feriti e distruzione del patrimonio artistico. Nel carcere di Lecce c'è un mafioso siciliano che esterna alla Dia la sua intenzione di parlare dei mandanti di quelle stragi ed anche di diversi “omicidi eccellenti”. Si tratta di Luigi Ilardo, nipote del patriarca mafioso della provincia di Caltanissetta, Francesco “Ciccio” Madonia e cugino del boss sanguinario Giuseppe “Piddu” Madonia. Il capo della Dia, Gianni De Gennaro, chiama il suo uomo di fiducia a Genova, il colonnello Michele Riccio, e gli affida il caso. Riccio, già in servizio all'Antiterrorismo insieme al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, accetta e si mette immediatamente all'opera. Seguono diversi incontri al carcere di Lecce. Ilardo comprende subito di potersi fidare di Riccio. Nel gennaio del '94, a pena estinta, Luigi Ilardo lascia il carcere e torna in Sicilia in veste di confidente infiltrato della Dia, nome in codice: “Oriente”. Si susseguono così numerosi incontri tra l'infiltrato e il colonnello dei carabinieri durante i quali Ilardo confida a Riccio l'evoluzione del sistema mafioso dopo l'arresto di Riina. Grazie alle rivelazioni del confidente vengono arrestati importanti latitanti delle famiglie mafiose di Catania, Caltanissetta e Agrigento, vengono rinvenuti arsenali di armi e soprattutto vengono individuati i fiancheggiatori di Provenzano. Luigi Ilardo comincia a instaurare con il capo di Cosa Nostra un rapporto di fiducia, si scambia pizzini fino a conquistarsi la stima e l'affetto del vecchio boss. Ed è quasi sul punto di farlo catturare quel 31 ottobre 1995, così come anticipa al colonnello Riccio. Ma qualcosa non va e dai vertici del ROS decidono che non è il momento. Passano sette mesi e Ilardo viene ammazzato in circostanze più che sospette. Ma per capire “i dettagli” dietro i quali, come disse Georg Hegel, “si nasconde il diavolo”, bisogna ascoltare le parole di chi questa storia l'ha vissuta sulla propria pelle: l'ex boss di Cosa Nostra, Luigi Ilardo e l'ex colonnello del ROS, Michele Riccio.

Vite rubate
«Mi chiamo Luigi Ilardo, sono nato a Catania il 13 marzo 1951, attualmente ricopro l’incarico di vice rappresentante provinciale di Caltanissetta, coprendo anche l’incarico di provinciale in luogo di Domenico Vaccaro, detenuto. Ho deciso formalmente di collaborare con la giustizia, dopo essermi reso conto di quello che effettivamente ho perduto durante questi anni, passati lontano dai miei familiari e dai miei figli, nella speranza che il mio esempio possa essere di monito e d’aiuto ai ragazzi che, come me, si sentono di raggiungere l’apice della loro vita entrando in determinate Organizzazioni, come fu allora per me, che sono arrivato a prendere il mondo nelle mani il giorno che fui fatto “uomo d’onore”. Spero che la mia collaborazione dia atto di quanto tutto ciò che fanno apparire è falso, non c’è niente se non tutte quelle scelleratezze di cui alcune persone si sono macchiate». L'uomo d'onore è seduto in macchina insieme al carabiniere. Da pochi giorni ha formalizzato davanti ai magistrati la sua intenzione di passare dallo status di confidente a quello di collaboratore di giustizia. Ma non sa che gli resta poco tempo da vivere. Qualche giorno appena. Il registratore del colonnello Michele Riccio continua a girare. Impercettibile. Anni dopo in una sorta di lunghissimo diario il col. Riccio ci racconta la storia di una vita rubata. Su fronti opposti anche la sua vita è stata depredata, pur senza arrivare all'eliminazione fisica. A Riccio non viene perdonata la sua scelta di rimanere integro all'interno di un sistema dal volto di un giano bifronte. «Ricordo ancora – comincia a raccontare l'ufficiale dei carabinieri ormai in pensione – il giorno in cui registrai quelle frasi, successivo di pochi giorni all’incontro del 2 maggio ‘96 con i magistrati di Palermo e Caltanissetta in Roma, ed anche quella volta, come le altre, ci ospitava una delle campagne di un diverso paese che raggiungevamo da distinte direzioni percorrendo le solite trazzere che, come vene di un corpo, segnano quelle terre». «Principale obiettivo dell’inchiesta per la quale l’Ilardo si era riservatamente rivolto al Dr. Gianni De Gennaro, allora vice direttore della DIA, era di dare avvio ad un’indagine giudiziaria, destinata a scoprire gli autori e i mandanti, anche istituzionali, di quei noti attentati stragisti degli anni ‘90 dei quali affermava di conoscere molti degli attori e impedire il proseguimento di quella criminale strategia e non una “trattativa”». Dietro il resoconto di Riccio si iniziano a intravedere scenari da guerra fredda, con uomini delle istituzioni dalle personalità multiple, legati a doppio filo con grigie entità extra-istituzionali. «Molti di quegli oscuri attori – spiega il colonnello Riccio –, come rappresentava Ilardo nella sua iniziale segnalazione, appartenevano ad un variegato contesto, di cui, in seguito, avrebbe fornito indicazioni più precise e del quale facevano parte anche affiliati alla Massoneria e indicava i nomi di tale Ghisena Gianni, ucciso nel 1981 nel carcere di Fossombrone e di Savona Luigi». «L’Ilardo mi raccontava ancora che il Provenzano era legato a personaggi appartenenti ad ambienti politico-istituzionali ed imprenditoriali diversi dal Riina, con i quali continuava a “dialogare” perseguendo una strategia più occulta e “coinvolgente” che lo aveva condotto anche a gestire le “vicende” dell’amico e ad affermare, con sicurezza quasi medianica per quei giorni, che lo stato di fatto attuale sarebbe mutato entro 5 – 6 anni». Ma chi aveva garantito al capo di Cosa Nostra che in quel lasso di tempo si sarebbero raggiunti cambiamenti positivi per l'organizzazione criminale?

Mezzojuso
Michele Riccio prosegue quel viaggio dentro la memoria rivivendo la tensione dei giorni prima del summit con Provenzano. «Il 29 Ottobre 1995 Ilardo mi segnalava che il martedì 31 si sarebbe dovuto trovare con Vaccaro Lorenzo al bivio di Mezzojuso (un piccolo comune a una quarantina di km da Palermo, nda), lungo la superstrada che collega Palermo ad Agrigento, dove avrebbe incontrato Ferro Salvatore per poi andare da Provenzano Bernardo. Informazione che subito trasmettevo al ROS ricevendo direttive in merito». «La sera di Lunedì 30 a Catania incontravo Ilardo che mi confermava l’invito ricevuto da Provenzano per incontrarlo. Dopo una giornata di ansie e preoccupazioni, nella tarda sera di Martedì 31, incontravo finalmente, nel buio di una  campagna nei pressi di Catania, un Ilardo stanco, teso, ma soddisfatto che appena mi vide disse: “Ha visto che ce l’abbiamo fatta!”. L'incontro c'era stato. Provenzano continuava a manifestare fiducia e affetto nei confronti di Ilardo. Ma nonostante la possibilità di catturare il capo di Cosa Nostra, quel blitz non era mai scattato. Dal ROS avevano posto un inspiegabile stop. Nel suo rapporto di servizio il colonnello Riccio aveva successivamente scritto, con non poca amarezza, che non c'erano stati i mezzi necessari a disposizione per portare a termine la cattura e che pertanto si era accordato con l'Ilardo affinché cercasse di ottenere un ulteriore incontro de visu con il capo di Cosa Nostra. Il paradosso sarebbe emerso nei giorni a seguire quando dal comando del ROS avevano comunicato a Riccio la loro difficoltà ad individuare la trazzera dove si trovava la masseria in cui si era svolto il summit. Quel luogo sarebbe rimasto inviolato per anni. Provenzano lo avrebbe tranquillamente frequentato anche dopo l'omicidio di Ilardo e in quella stessa masseria sarebbe stato arrestato nel 2001 il pericolosissimo latitante Benedetto Spera, fedelissimo di Provenzano. (segue)

Tratto da: “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” (Bongiovanni-Baldo, Aliberti 2010)

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