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violante-luciano-webVi spiego perché lo Stato-mafia attacca la procura di Palermo
di Giorgio Bongiovanni - 21 agosto 2012
Ha scritto Eugenio Scalfari su Repubblica del19 agosto 2012: “Falcone aveva accertato quale fosse la struttura mafiosa e aveva mandato a processo la 'cupola' di allora o perlomeno la sua parte emersa. Andò in Usa per interrogare il 'soldato' Buscetta che era lì detenuto. Dopo l'interrogatorio Buscetta gli disse che avrebbe potuto rivelargli qualche altra cosa di più a proposito del coinvolgimento di uomini politici. La risposta di Falcone fu che aveva già risposto alle sue domande ed altre non aveva da fargli e questo fu tutto. Riteneva che non fosse ancora venuto il momento di inoltrarsi su quel cammino. Buscetta riferì alla Commissione antimafia quanto sopra. Falcone non era un magistrato che rilasciasse facilmente interviste a destra e a manca. Prima d'arrivare alla 'zona grigia' di cui conosceva benissimo l'esistenza saltò in aria sulla bomba di Capaci”.

Di fronte a queste affermazioni che offendono la memoria di Giovanni Falcone e che spero indignino anche la Signora Maria Falcone e la spingano ad intervenire in difesa del fratello e a smentire le bugie pilotate del signor Eugenio Scalfari basta in realtà ricordare quanto a conoscenza anche di un qualsiasi scolaretto che ha letto le basi di storia dell’antimafia italiana. (Questa mattina la dottoressa ha ristabilito la verità in una intervista al Fatto quotidiano restituendo dignità alla memoria del fratello ndr.).
Fu il giudice Falcone a porre a Buscetta domande su mafia e politica e fu il “soldato” Buscetta a rispondere che lo stato italiano non era ancora pronto per la verità provocando così l’irritazione del magistrato che gli rispose che era invece necessario verbalizzare tutto quanto a sua conoscenza.
Voglio ricordare al signor Scalfari che Giovanni Falcone dovette ricorrere a tutta la sua acuta professionalità per convincere a verbalizzare le accuse del Buscetta ai cugini Salvo, mafiosi democristiani al servizio di Andreotti e sicuramente gli uomini più ricchi della Sicilia di quell'epoca (1984).
Ora però la questione non è tanto se accertare o meno la natura dei deliri del signor Scalfari o se sia affetto da una malattia depressiva, cosa cui non crediamo affatto, ma piuttosto preme domandarsi il significato profondo della delicatissima, drammatica e pericolosissima situazione venutasi a creare tra il sistema criminale di potere integrato, la Procura della Repubblica di Palermo o meglio di alcuni magistrati del distretto siciliano: Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Francesco del Bene, Lia Sava e il loro procuratore capo Francesco Messineo.
Noi siamo assolutamente convinti, seppur con l’ansia di pasoliniana memoria di non avere tutte le prove necessarie, ma di certo non completamente privi, che la parte più manifesta del potere (che nella sua essenza resta occulto), si stia muovendo attraverso suoi altissimi rappresentanti affinché la tragica verità sulle stragi non venga alla luce. Una verità comunque terribile perché se da una parte libererebbe il nostro Paese dall’inferno dell’inganno, dei compromessi e delle collusioni,  dall’altra comprometterebbe irrimediabilmente il sistema stesso.
Contro questo piccolo pool di magistrati coraggiosi e onesti è stata scagliata una sesta flotta capitanata dal Presidente della Repubblica con il noto conflitto di attribuzioni su quelle scomode intercettazioni, sicuro irrilevanti penalmente, ma probabilmente molto molto inopportune. A seguire lo stesso presidente del Consiglio che con dichiarazioni al limite dell’eversione ha accusato un altro potere dello stato, la magistratura di Palermo, di abuso nell’esercizio delle proprie funzioni senza averne nemmeno le prove.
Non sono un caso neppure le intimidazioni ai danni del procuratore Roberto Scarpinato mascherate da procedimenti disciplinari.
Poi si sono scatenati i presunti leader di partito come Casini, che ha accusato i magistrati di eversione, e i vari scendiletto Gasparri e Cicchitto nel rivoltante silenzio del capo della presunta opposizione di questo Paese, Pier Luigi Bersani e della cosiddetta sinistra. Che si è invece distinta con le ultime dichiarazioni di uno squallido traditore della causa come Luciano Violante, che pur di coronare la sua smisurata ambizione di presidente della corte costituzionale farebbe qualsiasi cosa.
Ovviamente non potevano mancare alla lista il senatore pregiudicato Marcello Dell'Utri e l’ex agente della CIA Giuliano Ferrara.
Hanno fatto eccezione solo Antonio Di Pietro, Sonia Alfano, Giulietto Chiesa, il senatore Luigi Li Gotti e pochi altri.
Dall’interno della magistratura solo Giancarlo Caselli e pochi altri hanno messo nero su bianco il loro pensiero e l’Anm solo oggi ha preso la posizione in difesa dei magistrati di Palermo, mentre come al solito il sinedrio del consiglio superiore della magistratura ha dato il suo silenzio assenso rendendosi complice della flotta stato-mafia.
A lanciare i razzi si è incredibilmente candidata la Repubblica con il già citato Scalfari che, oltre a insultare l’intelligenza del giudice costituzionale Zagrebelsky e dei lettori, è stato
affiancato per l’occasione dall’articolo di Umberto Rosso che ha disegnato un retroscena di scontro tra Messineo e i suoi aggiunti e sostituti sulla vicende delle intercettazioni completamente falso. Ricostruzione infatti pienamente smentita da un comunicato del Procuratore:
"Allo stato della attuale normativa la distruzione delle intercettazioni senza contraddittorio davanti al giudice non appare ammissibile. Sul punto non vi è mai stato alcun mutamento di opinione, anche se esiste la massima disponibilità ad esaminare soluzioni giuridicamente valide. Tali soluzioni però allo stato non emergono non apparendo praticabile lo schema della pur argomentata e ben costruita 'circolare Salvi'''. "Sul regime giuridico da applicare alla distruzione delle intercettazioni non vi è mai stato con i colleghi Sava, Del Bene, Di Matteo e Ingroia, assegnatari del procedimento nessun contrasto e nessuna differenza di vedute. Siamo, infatti, pienamente convinti che è nostro dovere, come magistrati, applicare la legge esistente, spettando ad altre istituzioni statali la produzione di norme nuove e diverse, che comunque, se introdotte, applicheremo fedelmente".
Scalfari ha anche dichiarato che le procure di Palermo e di Caltanissetta hanno raggiunto “risultati mediocri” in questi anni, in merito ci auguriamo un intervento dei grandi giornalisti Bolzoni e Viviano visto che sono stati testimoni, con i loro puntuali articoli, di questa come di tante altre stagioni in cui le procure hanno dato ampia dimostrazione del loro lavoro.
E anche alcuni dei magistrati di Caltanissetta e Firenze non sono stati e non sono esenti da continui attacchi proprio affinché non arrivino a scoprire il volto dei mandanti esterni delle stragi.
Poche, davvero pochissime le voci controcorrente, a livello nazionale solo il Fatto Quotidiano ha reagito a protezione di questi magistrati e con loro solo alcune associazioni come le agende rosse di Salvatore Borsellino e testate minori come ANTIMAFIADuemila.
La grande paura che ha fatto scattare l’offensiva è che a ottobre se il gip Morosini riterrà che debba celebrarsi un processo si vedranno alla sbarra, per la prima volta assoluta nella storia, uomini dello stato e uomini della mafia accusati degli stessi reati.
Un precedente pericolosissimo per il potere, al di là delle possibili condanne, con un impatto dirompente paragonabile a quello del maxi processo quando il pool di Falcone e Borsellino mise in gabbia i mafiosi fino a quel momento intoccabili, dato che la mafia tanto per i notabili quanto per la chiesa cattolica non esisteva nemmeno.
Significa che d’ora in poi giovani magistrati cresciuti alla scuola di Scarpinato e Ingroia potranno avere l’ardire di alzare il dito e di accusare i potenti, rispettosi soltanto del dettato costituzionale dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
E questo concetto vale anche per i magistrati di Caltanissetta e di Firenze impegnati nelle indagini sui mandanti esterni.
Lo Stato-Stato, per dirla con il procuratore Teresi, sarà riuscito a far processare lo stato-mafia.
Questo potrebbe anche stimolare qualche grosso boss mafioso stufo di essere stato usato e gettato al 41 bis a colmare quei vuoti investigativi che ancora mancano per completare tutto il puzzle.
E il sistema criminale integrato questo non lo può permettere ed è per questo che sta accerchiando quel pool di magistrati di Palermo.
Una volta la P2 era costretta a muoversi nell’ombra, nell’occulto, oggi quegli stessi poteri che l’hanno generata: massoneria deviata, servizi deviati, finanza spregiudicata si muovono platealmente attraverso il maggior quotidiano del Paese, nel silenzio complice di quasi tutta la stampa e di quasi tutta la politica.
Un’ultima parola mi sia concessa per Violante. Poco prima che Giovanni Falcone venisse ucciso venne raggiunto da una serie di anatemi a cura dell’illustre firma. Non soddisfatto dell’esito di questa sua prima pagliacciata, Violante ci riprova e scommettiamo che poi sarà il primo a sedersi, a beneficio delle telecamere, davanti alle bare di quelli che magari tre giorni prima aveva violentemente attaccato e offeso.

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