La sua famiglia con un ruolo centrale nell’attentato stragista contro pm Di Matteo
Il boss di Cosa nostra Raffaele Galatolo, killer della famiglia dell'Acquasanta e fedelissimo del capo dei capi Totò Riina, già condannato all'ergastolo, ha ottenuto un permesso premio per trascorrere le festività pasquali a Palermo. A deciderlo il tribunale di sorveglianza di Napoli, in quanto Galatolo viene ritenuto un detenuto modello del carcere di Secondigliano.
E' l'ennesimo caso di un irriducibile assassino di mafia che ottiene la libertà, seppur in maniera temporanea.
Come è possibile che al boss, che non ha mai collaborato con la giustizia, sia stata data una concessione simile?
Il passato di Galatolo è quello di un boss di primo livello. Dopo la morte in carcere di Vincenzo Galatolo,Raffaele è diventato il punto di riferimento della famiglia.
In via vicolo Pipitone, nella zona dei Cantieri Navali, non vi era solo la “palazzina” di famiglia, ma anche una “casuzza” che divenne vero centro operativo dei killer corleonesi. In quei luoghi vennero consumati omicidi e furono decisi ed organizzati svariati delitti eccellenti. Più collaboratori di giustizia hanno raccontato che da quei luoghi partirono i commando per gli omicidi del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e del giudice Rocco Chinnici.
Ed è sempre in quel contesto che si colloca anche il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone, nel giugno del 1989, uno degli episodi più oscuri della stagione stragista che, come disse lo stesso Falcone nella sua intervista a Saverio Lodato, vide il coinvolgimento di “menti raffinatissime” assieme a Cosa nostra.
A quelle riunioni tra i boss spesso partecipavano anche apparati deviati dello Stato. E' un fatto noto che la famiglia dei Madonia, al vertice del mandamento di Resuttana a cui i Galatolo, boss dell'Acquasanta, facevano riferimento, aveva rapporti strettissimi con figure legate ai servizi segreti o agli apparati di polizia. Diversi collaboratori di giustizia, in questi anni, hanno raccontato di aver visto in vicolo Pipitone figure come l'ex capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera, l'ex numero tre dei servizi Bruno Contrada ed il poliziotto Giovanni Aiello, anche noto come “Faccia da mostro”.
Ma anche la storia più recente ha dimostrato quanto la famiglia Galatolo sia tra le più importanti e prese in considerazione all'interno di Cosa nostra.
Basta andare indietro nel tempo al novembre 2014 quando Vito Galatolo, figlio di Vincenzo Galatolo e nipote del neo scarcerato Raffaele, aveva deciso di togliersi "un peso dalla coscienza" rivelando il progetto di attentato nei confronti del magistrato Nino Di Matteo.
Fu quello il suo primo passo come collaboratore di giustizia ed in questi anni è stato ritenuto meritevole dell'articolo 8 (attendibilità riconosciuta dal giudice al collaboratore), in svariati processi.
Ma cosa aveva raccontato di preciso?
Nel dicembre 2012 vi era stato un summit ristretto a cui avevano partecipato, oltre lui, il suo vice, Vincenzo Graziano, ed i capi mandamento di San Lorenzo e Porta Nuova, Girolamo Biondino e Alessandro D’Ambrogio. Riferì anche che in quella occasione Biondino lesse una lettera proveniente da Matteo Messina Denaro, al tempo ancora latitante.
Una scelta certamente non casuale, quella del boss di Castelvetrano, di affidarsi ad un membro della famiglia Biondino per esprimere le proprie indicazioni.
Girolamo Biondino è il fratello di Salvatore Biondino, l'autista del capo dei capi Totò Riina. Un soggetto, Salvatore Biondino, di cui ci parlò approfonditamente il collaboratore di giustizia Totò Cancemi non solo indicandolo come uno spietato boss stragista, implicato sia nella strage di Capaci che in quella di via d'Amelio, ma anche inserendolo nel gruppo dei soggetti appartenenti alla sfera corleonese in diretto contatto con i Servizi segreti.
Tornando alle dichiarazioni di Vito Galatolo sull'attentato contro il magistrato Di Matteo vanno ricordati anche altri particolari.
Nella sua missiva Matteo Messina Denaro aveva spiegato il motivo per cui il pm doveva essere ucciso con 200 chili di tritolo provenienti dalla Calabria, in quanto “si era spinto troppo oltre”, che all'attentato avrebbe partecipato un artificiere non di Cosa nostra e garantiva che "per l'attentato a Di Matteo non era come negli anni '90, si era coperti".
Non solo. Nel primo interrogatorio, rilasciato proprio al pm Di Matteo, Galatolo disse anche che mandanti erano “gli stessi di Borsellino”.
Successivamente aggiunse ulteriori dettagli.
Furono spesi 600 mila euro per l'acquisto dell'esplosivo, messo a disposizione dalla 'Ndrangheta ed una parte di quel denaro sarebbe provenuta anche dalla vendita di alcuni box auto appartenenti all'avvocato Marcello Marcatajo (oggi deceduto).
In seguito anche da altri collaboratori di giustizia come Francesco Chiarello, Carmelo D'Amico, Alfredo Geraci sono emerse conferme e dettagli di quel progetto di morte, che godeva anche dal beneplacito di Totò Riina, con tanto di condanna a morte dal carcere.
Cosa nostra era pronta a colpire anche con l'utilizzo di armi convenzionali, a Roma, e aveva studiato anche alcuni luoghi in cui compiere l'attentato come il Palazzo di Giustizia di Palermo o nei pressi dell'abitazione del magistrato.
La Procura di Caltanissetta avviò un'indagine e nella successiva archiviazione del novembre 2017 si ribadiva come il progetto di attentato fosse “certamente operativo per gli uomini di Cosa nostra”.
Alla luce di tutti questi fatti come è possibile, dunque, che un membro di quella famiglia criminale che si era resa disponibile alla realizzazione di una simile strage, sia tornato in libertà con tanta leggerezza?
Non abbiamo dubbi che la Procura nazionale antimafia e la Procura di Palermo abbiano dato parere negativo alla scarcerazione del boss, ma è stato preso in considerazione il rischio che la famiglia Galatolo possa riprendere in mano un attentato simile? Si è fatto riferimento a questi fatti avvenuti appena una decina di anni fa? E se così è stato come è possibile che il Tribunale di Sorveglianza abbia preso una decisione simile? Le autorità preposte non hanno nulla da dire in proposito?
Elaborazione grafica by Paolo Bassani
ARTICOLI CORRELATI
Attentato a Di Matteo, indagine in archivio ma progetto ancora in atto
Si pente Galatolo, boss dell’Acquasanta: contro Di Matteo non solo Cosa Nostra
La strage di via d'Amelio, i mandanti esterni e l'attentato a Nino Di Matteo
Attentato a Di Matteo: chi e perché vuole uccidere il pm di Palermo
Attentato al pm Di Matteo, pentito conferma: ''Messina Denaro mandò un messaggio''
