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L’intervento del sostituto procuratore alla Dna a Monaco di Baviera insieme a Petra Reski

"In questo momento in Italia vorrebbero riformare la Costituzione ma in realtà servirebbe applicarla. Applicare il principio del ripudio della guerra, applicare il principio di uguaglianza di tutti davanti alla legge". E ancora: "Io non avrei mai immaginato di vivere una situazione di imbarbarimento della situazione internazionale come quella che stiamo vivendo, una situazione in cui le regole del diritto internazionale vengono continuamente calpestate".
Con queste parole il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo ha lanciato un forte allarme durante l’incontro pubblico che si è svolto ieri sera a Monaco di Baviera, in dialogo con la giornalista Petra Reski. Un confronto nel quale il tema della lotta alla mafia si è intrecciato con una riflessione più ampia sullo stato della democrazia, sui rischi per l’equilibrio costituzionale e sulla crisi delle regole del diritto internazionale.





"Una situazione in cui le ragioni della forza prevalgono sulle ragioni del diritto - spiega il magistrato -. L'art. 11 della nostra Costituzione dice che l'Italia ripudia la guerra. Eppure, questa norma è stata disattesa nel momento in cui l'Italia, ma anche altri Paesi europei ad eccezione della Spagna, non ha avuto il coraggio di prendere posizione netta contro lo sterminio programmato di decine di migliaia di palestinesi; o nel momento in cui l'Italia e l'Europa non hanno preso posizione contro una guerra di aggressione come quella che Israele e USA stanno conducendo nei confronti dell'Iran". "Qui non si tratta - aggiunge - di esprimere opinioni politiche. Si tratta di cercare di essere aderenti alle disposizioni del diritto e dei trattati internazionali: ciò che è avvenuto a Gaza e ciò che sta accadendo in questi giorni in Iran è completamente fuori dal diritto. E credo che il silenzio inizi a diventare complicità". "Io non so e non vorrei ipotizzare nemmeno di se e come le mafie approfitteranno di questo momento di crisi internazionale - continua Di Matteo -. Non lo so e credo che in questo monto ci sia qualcosa di ancora più grave e urgente da valutare con una urgenza di ripristinare le regole del diritto e dei trattati internazionali. Non posso accettare che un ministro degli Esteri del mio Paese ad un certo punto - rispetto all'avvicinamento della Flottilla alle coste palestinesi - abbia detto che il diritto internazionale conta fino a un certo punto. in questo momento in Italia vorrebbero riformare la costituzione ma in realtà servirebbe applicarla; applicare il principio del ripudio della guerra, applicare il principio disuguaglianza di tutti davanti alla legge, applicare le norme che riguardano il diritto alla salute".

Secondo Di Matteo, la difesa della legalità non riguarda soltanto il contrasto alle organizzazioni mafiose, ma anche la salvaguardia delle istituzioni democratiche. Il magistrato ha ricordato che "alcuni processi che si sono celebrati in Italia e che hanno riguardato anche importanti politici e imprenditori" sono stati possibili proprio perché la Costituzione italiana garantisce una magistratura autonoma e indipendente dal potere politico. "La nostra Costituzione è basata su una rigida separazione dei poteri", ha spiegato, sottolineando che proprio questo assetto ha consentito alla magistratura di indagare anche su settori del potere.


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Petra Reski


Per questo motivo ha espresso forte preoccupazione per le riforme della giustizia attualmente in discussione. Secondo il magistrato, il vero obiettivo sarebbe "limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura per creare uno scudo di protezione per la politica". Una prospettiva che, a suo avviso, rischia di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e di compromettere il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. "Se un ministro ha la possibilità di dire a un procuratore della Repubblica di prioritizzare un reato piuttosto che un altro o se ha il potere di sostituire un procuratore con un altro, la politica ha la possibilità diretta o indiretta di controllare la magistratura", ha osservato.
Nel suo intervento Di Matteo ha richiamato anche le parole di alcuni esponenti politici che hanno definito la magistratura un “plotone di esecuzione”. Parole che il magistrato ha giudicato gravissime. "Noi magistrati i plotoni di esecuzione li abbiamo affrontati veramente", ha ricordato, sottolineando come nella storia della Repubblica siano stati uccisi 28 magistrati nella lotta contro la mafia. "Ed è gravissimo che una parte della politica additi la magistratura come un qualcosa di cui liberarsi. È un messaggio che anche involontariamente si dà alla mafia".


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L'intervento di Valentina Fazio, presidentessa di rinascita e.V.


Proprio per questo, ha aggiunto, la difesa della Costituzione rappresenta oggi una priorità democratica. "Votare No sarà un atto di resistenza costituzionale", ha affermato, ribadendo che l’Italia non ha bisogno di modificare la propria Carta fondamentale ma di applicarla pienamente.
Accanto al tema costituzionale, il magistrato ha dedicato ampio spazio alla crisi del diritto internazionale. Di Matteo ha parlato apertamente di una fase storica segnata da un grave deterioramento delle regole che dovrebbero governare i rapporti tra gli Stati. "Una situazione in cui le ragioni della forza prevalgono sulle ragioni del diritto", ha detto.
Richiamando l’articolo 11 della Costituzione italiana, che stabilisce che l’Italia ripudia la guerra, il magistrato ha denunciato come questo principio venga spesso disatteso. "L’art. 11 della nostra Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra", ha ricordato, osservando che tale norma è stata ignorata "nel momento in cui l’Italia e molti Paesi europei non hanno avuto il coraggio di prendere posizione netta contro lo sterminio programmato di decine di migliaia di palestinesi" o contro "una guerra di aggressione".





Per Di Matteo la questione non riguarda opinioni politiche ma il rispetto delle norme del diritto internazionale e dei trattati. "Qui non si tratta di esprimere opinioni politiche", ha chiarito. "Si tratta di cercare di essere aderenti alle disposizioni del diritto e dei trattati internazionali". Secondo il magistrato, ciò che sta accadendo in diversi scenari di guerra "è completamente fuori dal diritto".
Particolarmente preoccupante, a suo avviso, è il clima di silenzio che circonda queste violazioni. "Credo che il silenzio inizi a diventare complicità", ha affermato, criticando anche alcune dichiarazioni di esponenti istituzionali italiani secondo cui il diritto internazionale "conta fino a un certo punto".
Di Matteo ha spiegato che la crisi del diritto internazionale rappresenta un pericolo non solo per la pace ma anche per la tenuta degli ordinamenti democratici. In un contesto globale segnato dall’indebolimento delle regole e dalla prevalenza della forza, anche le organizzazioni criminali possono trovare nuove opportunità di espansione. Pur senza formulare previsioni precise, il magistrato ha sottolineato come la priorità debba essere il ripristino del rispetto del diritto internazionale e dei trattati.


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In questo quadro, la difesa dello Stato di diritto assume un valore ancora più centrale. Di Matteo ha ricordato il ruolo svolto dalla magistratura italiana nella lotta contro fenomeni che hanno segnato la storia repubblicana: la mafia, il terrorismo nero e rosso, e la tutela dei diritti civili e sociali. "La magistratura in Italia con tutti i suoi difetti ha avuto sulle sue spalle la lotta alla mafia, la lotta al terrorismo", ha detto, rivendicando anche il contributo dei giudici nell’evoluzione dei diritti civili, delle minoranze e dei lavoratori.
Per il magistrato, dunque, la magistratura deve continuare a rappresentare "un argine rispetto agli altri poteri" nel rispetto della Costituzione. Un ruolo che non si pone in contrapposizione alla politica, ma che costituisce una garanzia fondamentale per la democrazia. "Il potere politico è importantissimo", ha riconosciuto. "Ma una politica che vuole riappropriarsi del suo ruolo non può farlo limitando il controllo di legalità su come il potere politico viene esercitato".
Il messaggio finale del magistrato è stato un invito a non restare indifferenti. "Non dobbiamo voltarci dall’altra parte rispetto alla mafia e nemmeno all’imbarbarimento internazionale a cui stiamo assistendo", ha concluso, ribadendo che la difesa della Costituzione e del diritto internazionale rappresenta oggi una responsabilità collettiva.


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Immagini © ACFB

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