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di Giorgio Bongiovanni e Francesco Ciotti

Droni, missili e radar in fiamme: l’impero non ha fatto i conti con un popolo unito in grado di piegare l'Occidente

Il buffone amico di Epstein che fa anche il finto presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, ha intrapreso la più folle guerra dai tempi del Vietnam che Washington perderà con grande umiliazione. 
Nonostante i suoi proclami trionfali, accompagnati da quelli del segretario alla Difesa Pete Hegseth sull’efficacia degli attacchi degli ultimi giorni, a porte chiuse, secondo quanto riporta la CNN citando due fonti presenti ai briefing militari di Capitol Hill, viene riconosciuto che i droni iraniani di attacco rappresentano “un serio problema”, mentre il Washington Post lancia l’allarme sul rapido esaurimento dei missili di difesa aerea. Il segretario di Stato Marco Rubio ha addirittura ammesso che i pasdaran sarebbero in grado di produrre 100 missili al mese a dispetto di 6 intercettori americani dispiegati nella stessa unità di tempo.
Nonostante i proclami di vittoria del tycoon, secondo cui “le forze statunitensi hanno distrutto decine di navi iraniane, messo fuori uso gran parte della potenza aerea e colpito strutture legate al programma nucleare, infliggendo un colpo decisivo alle capacità militari dell’Iran”, l’idea di azzerare davvero l’arsenale missilistico di Teheran mediante soli bombardamenti aerei e missilistici resta una mera utopia.
Per decenni l’ex impero persiano si è preparato alla possibile invasione statunitense, disseminando in tutta la nazione vere e proprie città sotterranee missilistiche e tunnel scavati nelle profondità delle montagne, fino ad 800 metri sotto terra. Non c’è bombardamento convenzionale che possa scalfire queste strutture.
La vastità del territorio iraniano – quattro volte l’Iraq e più del doppio della Francia – e la presenza di catene montuose e aree scarsamente popolate offrono inoltre un ambiente ideale per disperdere lanciatori e depositi. Una quota significativa dei missili non è in silos fissi, ma su lanciatori mobili che possono spostarsi, lanciare e ridispiegarsi rapidamente, spesso camuffati da normali camion pesanti. A questo dobbiamo aggiungere il supporto silenzioso di Pechino che riceve il 15% del suo petrolio dall'Iran. La Cina, nei mesi scorsi ha fornito a Teheran perclorato di sodio, sostanza chiave per la produzione del propellente solido dei missili balistici. Tra il 2025 e l’inizio del 2026 avrebbe ricevuto complessivamente oltre 3000 tonnellate del composto, abbastanza per ricostruire l’intero arsenale impiegato nella “guerra dei dodici giorni”. Una quantità di materie prime che consente all'ex impero persiano di continuare ad armarsi nel sottosuolo.
Sul piano difensivo, i costi per Washington crescono vorticosamente di giorno in giorno: recenti immagini satellitari mostrano la distruzione o il grave danneggiamento di almeno tre radar strategici statunitensi – due AN/TPY 2 collegati al sistema THAAD in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti, e un radar AN/FPS 132 in Qatar – per un valore stimato di circa 2 miliardi di dollari, che sale a circa 4 miliardi se si considerano anche sensori meno sofisticati colpiti in Kuwait, Bahrein e Iraq. Analisti citati da Bloomberg e dal James Martin Center sottolineano come la sostituzione di questi asset richiederà anni: per un nuovo AN/FPS 132 sono necessari tra cinque e otto anni e almeno 1,1 miliardi di dollari, mentre per un AN/TPS 59 servono comunque da 12 a 24 mesi e decine di milioni di dollari. A complicare il quadro c’è la dipendenza da materie prime critiche come il gallio, di cui il 98% dell’offerta mondiale proviene dalla Cina, e l’enorme consumo di munizioni: “Nelle prime 36 ore di guerra, Stati Uniti e Israele hanno sparato più di 3.000 munizioni e intercettori di alta precisione”, mettendo in luce una catena di approvvigionamento vulnerabile e già sotto stress.
Le ricadute economiche globali confermano l’insostenibilità di una guerra prolungata. Il ministro dell’Energia del Qatar Saad al Kaabi ha avvertito che, se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi e bloccare i flussi energetici, il prezzo del greggio potrebbe toccare i 150 dollari al barile in appena “due o tre settimane”. Trump ha liquidato il tema con fatalismo – “Se dovessero aumentare, allora significherà che aumenteranno. Gli elettori giudicheranno” – assicurando che, una volta “sconfitta” l’Iran, i prezzi si attenueranno, ma i mercati stanno già scontando uno scenario ben più cupo. Il Brent è balzato a 93 dollari al barile il 6 marzo, quasi il 30% in più in una settimana, mentre il WTI ha toccato i 90 dollari con un rialzo dell’11% in una sola seduta, sull’onda delle dichiarazioni presidenziali secondo cui solo la “resa incondizionata” di Teheran porrà fine alla guerra.


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Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, è ormai quasi paralizzato: il numero di petroliere in transito è crollato dell’88% e quello delle navi per il gas di petrolio liquefatto del 94%, costringendo Paesi come il Kuwait a ridurre la produzione perché i serbatoi di stoccaggio si stanno riempiendo per l’impossibilità di esportare. Secondo le stime di J.P. Morgan, se il blocco dovesse protrarsi, Iraq e Kuwait potrebbero essere costretti a tagliare le esportazioni fino a 4,7 milioni di barili al giorno entro il diciottesimo giorno di conflitto, con ripercussioni devastanti sull’economia globale. Le Borse europee hanno già bruciato centinaia di miliardi di capitalizzazione in pochi giorni, con lo Stoxx 600 in calo di oltre il 5% nella sua peggiore settimana da mesi, mentre Wall Street ha aperto in forte ribasso e i nuovi dati sul lavoro americano – 92.000 posti persi a febbraio e disoccupazione al 4,4%, contro attese di segno opposto – suggeriscono che lo shock energetico sta arrivando su un’economia tutt’altro che solida.
Qualcuno dovrebbe insegnare a Trump che l'Iran è la Persia, un tempo di Dario, Serse e tanti altri grandi imperatori, esistente da oltre 2500 anni. Era un impero, poi è una nazione dello scià, fino a divenire la repubblica islamica con gli ayatollah, ma il suo popolo è rimasto lo stesso: quello dell'antica Persia, che come tutti i popoli, soffre di problemi interni, divisioni, arroganze, lotte politiche, a poi, quando vengono attaccati e qualcuno li vuole conquistare, si chiudono a riccio e diventano una forza potente della natura, come infatti sta succedendo.
Tutti i disordini, le proteste delle donne e per i diritti umani in Iran sono finiti, perché adesso la gente è tutta con gli ayatollah. Non si arrenderà mai, venderà cara la pelle e ucciderà centinaia di soldati israeliani, centinaia, se non migliaia, di soldati americani prima di soccombere, se soccomberà. Perché per farla soccombere davvero ci vuole l'arma nucleare.
Soluzione che Israele e Stati Uniti d'America si guardano bene dal porre in essere, perché significa Terza Guerra Mondiale, significa che la Cina e la Russia, a quel punto, saranno proprio costretti, e non lo vogliono, difendere l'Iran, perché un attacco atomico significherebbe una minaccia nucleare globale, significa una minaccia anche per la sicurezza nazionale di Mosca e Pechino, che interverrebbero nel conflitto.
Dunque, siccome Israele e nemmeno gli Stati Uniti non sganceranno nessuna bomba atomica, l'Iran ucciderà centinaia e centinaia e centinaia di soldati in tutto il mondo, compresa l'Europa, che sarà investita anch’essa dai droni, i missili, gli attentati terroristici che ci saranno, perché piaccia o non piaccia – a noi non piace – gli iraniani, cioè l'antica Persia, si difendono così, in tutti i modi possibili, e attaccano tutto ciò che è alleato del nemico principale che li sta aggredendo.
Le prime avvisaglie ci sono già. Dopo che Francia, Germania e Regno Unito hanno paventato possibili "azioni difensive" contro missili e droni iraniani, inclusa la neutralizzazione di siti di lancio, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il portavoce Esmaeil Baqaei hanno dichiarato che qualsiasi azione militare europea sarebbe considerata un "atto di guerra" con risposta immediata.
Quindi nessuno ormai è al sicuro, ma questo l'hanno scatenato gli Stati Uniti d'America attraverso il pagliaccio Trump sul quale è necessario fare una doverosa analisi politica.  


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Trump, tra l'incudine e il martello dei guerrafondai e dei MAGA

Negli Stati Uniti ci sono due correnti potenti che stanno minacciando il tycoon, letteralmente minacciando, e lui quindi si trova, nel giogo di queste due fazioni estremiste, di potenti famiglie miliardarie.
Le prime legate all'industria bellica. L'America ha bisogno di tenere alto il dollaro e di tenere alta la sua potenza economica con la maggiore industria che c'è al momento nel mondo, cioè l'industria degli armamenti che lo scorso anno ha beneficiato di ricavi da record. 
Lockheed Martin: nel 2025 ha registrato vendite per 75 miliardi di dollari, in aumento del 6% anno su anno; RTX (Raytheon) nello stesso anno è arrivata a 88,6 miliardi di dollari (+10% rispetto al 2024) con backlog totale a 268 miliardi (107 miliardi lato difesa), cioè anni di lavoro già “prenotati”; Northrop Grumman, altro colosso statunitense, infine ha venduto prodotti per 42 miliardi di dollari con un backlog record di 95,7 miliardi.
Pensate che nella seduta in borsa immediatamente successiva agli attacchi USA‑Israele contro l’Iran, sempre Lockheed Martin ha chiuso a +3,3%, Northrop Grumman a +6%, RTX a +4,7% e l’ETF iShares Aerospace & Defense a +2,8% toccando un nuovo massimo storico.
Complessivamente questi grandi gruppi detengono i ricavi più grandi della storia dell'umanità nella vendita delle armi, (350 miliardi di dollari) e battono 12,5 volte la Russia e 3 volte Cina su questo fronte.
Per fatturare queste centinaia di miliardi di dollari devono organizzare delle guerre.
Essendo l'Iran da anni considerato uno stato canaglia, ecco che si soddisfa quella parte estremista economica, capitanati dalle grandi industrie già menzionate (RTX, Northrop Grumman e Lockheed Martin con l'alleanza della nostra Leonardo), contro la parte “pacifica” dei miliardari perversi, che sono quelli che hanno scelto come portavoce Elon Musk, al quale non piace la guerra, vorrebbe solo fare affari.
Il nuovo National Security Strategy che gli americani hanno scritto a favore della Russia non era un rapporto di pace, era un rapporto di convenienza posto in essere da tutte e due le parti, sia quella pro-guerra che quella contro la guerra, per dare un messaggio alla Russia: "Con te non vogliamo litigare, penseremo ad altro e te la vedi con l'Unione Europea. Noi abbiamo altro da fare".
Il documento, lo ricordiamo, abbandona l’obiettivo di “vittoria” in Ucraina in favore di una rapida cessazione delle ostilità e di una stabilità strategica con Mosca. La nuova NSS chiede ai Paesi NATO di aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL entro il 2035, trasferendo sugli europei centinaia di miliardi di dollari annui in oneri aggiuntivi, scaricando sulle capitali europee la responsabilità politica e materiale di un’eventuale escalation con la Russia. Al contempo, il testo definisce l’Indo-Pacifico — e in particolare Taiwan e la Prima Catena di Isole — come il principale teatro strategico del prossimo secolo, chiedendo a Giappone, Corea del Sud, Australia e Taipei di aumentare drasticamente le proprie capacità militari per la deterrenza contro la Cina.
Per l’appunto, il focus di priorità che va al di là dell’Ucraina non cambia: fare le guerre, per fare soldi, per mantenere, come diceva Reagan, il tenore di vita degli americani che non può essere negoziato, perché sono sull'orlo dell'abisso del fallimento economico. Perché malgrado i dazi, malgrado tutte le buffonate che fa Trump, loro inportano quasi tutto senza produrre nulla.


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Il bombardamento di una nave da guerra iraniana da parte di un sottomarino Usa © Imagoeconomica


Basti pensare che nel 2025 il deficit federale statunitense ha raggiunto circa 1,8 trilioni di dollari, pari a poco meno del 6% del PIL, mentre il debito pubblico lordo si avvicina al 125–126% del PIL tra il 2025 e il 2026, con uno stock complessivo prossimo ai 38.000 miliardi di dollari. Di fronte a questi squilibri di finanza pubblica, Washington sta cercando con sempre maggiore insistenza di rilanciare il proprio ruolo di grande esportatore di materie prime, petrolio in primis e se riuscisse a prendere il controllo sull’Iran significherebbe prendere il possesso del 15% delle entrate petrolifere della Cina.
In sostanza gli americani non producono più nulla, vendono il petrolio e gas a noi che li paghiamo abbondantemente di più rispetto alla controparte russa.
Che cosa accadrà dunque?
Dipende dalla fazione che vincerà: quella MAGA che non vuole conflitti per il mondo e ricatta Trump con gli Epstein, di cui fa parte il clan di Musk – ricordiamo il suo post su x del giugno scorso: “È il momento di sganciare la bomba più grande: @realDonaldTrump è nei file di Epstein. Questo è il vero motivo per cui non sono stati resi pubblici. Buona giornata” – oppure quella che lo ricatta, minacciandolo di morte perché deve fare la guerra.
I segnali non mancano. Come ha potuto il ventenne armato, Austin Tucker Martin, entrare impunemente mentre un altro dipendente usciva in auto dal cancello nord di Mar a Lago, uno dei luoghi più sorvegliati al mondo, e riuscire a puntare il fucile verso la tenuta del presidente?
È evidente che le pressioni su Trump per una guerra insensata, suicida, che nemmeno gli americani desiderano (solo 1 statunitense su 4 è a favore all’intervento militare), deriva da pressioni e interessi di una folle fazione che è disposta a tutto pur di non accettare il crollo dell’impero americano. Ed ecco che il tycoon si accomoda sfiancato a giocarsi il tutto per tutto, perdendo anche la reputazione, pur di soddisfare le richieste dei guerrafondai sionisti. 

Elaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA

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