di Giorgio Bongiovanni
È morto Nitto Santapaola, storico e irriducibile capo di Cosa nostra.
Il boss catanese, 87 anni, detenuto dal 1993, è deceduto all’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato ricoverato lo scorso 25 febbraio. La Procura di Milano ha disposto l’autopsia per accertare le cause del decesso.
Santapaola era stato arrestato nel 1993 in un casolare di Mazzarrone, nell’hinterland catanese, dopo undici anni di latitanza. Fu trovato mentre dormiva accanto alla moglie e non oppose resistenza. Da anni era detenuto al regime di 41 bis, il cosiddetto “carcere duro” previsto per i detenuti ritenuti particolarmente pericolosi.
Soprannominato “il cacciatore”, Santapaola è stato uno dei protagonisti della stagione più sanguinosa di Cosa nostra.
Fu mandante delle stragi di Capaci e via d’Amelio e fu responsabile dell’omicidio dell’ispettore Giovanni Lizzio e di quello del giornalista Pippo Fava, assassinato a Catania nel 1984 per le sue inchieste sui rapporti tra mafia, politica ed economia.
Alla guida del clan catanese, Santapaola, che poteva contare su relazioni di altissimo livello, trasformò l’organizzazione in una vera e propria holding criminale, capace di infiltrarsi nell’economia legale, negli appalti e nei circuiti finanziari grazie all’impero di casinò in suo possesso in Italia e nell’hinterland dell’Est Europa.
Le indagini e le sentenze hanno accertato anche i rapporti del boss stragista con ambienti della ’ndrangheta, in un sistema di alleanze che rafforzò il controllo sulla Sicilia orientale e su rilevanti traffici illeciti, in particolare quello degli stupefacenti.
Pochi anni fa, sentito nel 2019 durante il processo 'Ndrangheta stragista, il collaboratore di giustizia Biagio Grasso, ex imprenditore nel campo dell'edilizia che da vittima era divenuto una persona vicina alla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto ed anche uomo di fiducia del nipote di Nitto Santapaola, Enzo Romeo, raccontava così la forza dei Santapaola: "I Santapaola difficilmente esercitavano la forza intimidatoria se non strettamente necessario. Ed anche la gestione dei rapporti con gli ambienti politici e di altre associazioni sono diversi. Con chi eravamo in contatto? Il gruppo Santapaola aveva rapporti con amministratori, personaggi delle forze dell'ordine, avevamo talpe all'interno del tribunale, eravamo in contatto con investigatori, con gente della massoneria e a livello nazionale con persone che avevano agganci con la Camera dei Deputati".
Pippo Fava
Holding criminale
Il giornalista Pippo Fava lo aveva capito già diversi anni prima che nei suoi articoli, denunciando le centinaia di miliardi di lire con cui Cosa nostra era in grado di ricattare lo Stato, faceva riferimento proprio alla famiglia Santapaola ed ai legami che aveva con personaggi appartenenti ad ambienti di potere quali i quattro “Cavalieri dell'Apocalisse Mafiosa” - per usare le parole di Pippo Fava: Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo - con soggetti di spicco della massoneria e persino amicizie interne alla magistratura.
Dal 1982, quando fu inseguito da un mandato di cattura per l'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo, al 1993 ha goduto di una latitanza super protetta.
Segreti e legami di Stato-mafia
Quel che è certo è che il boss catanese era uno dei conoscitori dei segreti sui mandanti esterni alle stragi. Lo dice la sua storia.
Nel corso degli anni sono emerse anche dichiarazioni di collaboratori di giustizia che hanno ricostruito il ruolo dei clan catanesi nella stagione stragista, inclusi i collegamenti con figure come Pietro Rampulla, indicato come esperto di esplosivi vicino agli ambienti mafiosi dell’area etnea e coinvolto nelle vicende legate alla strage di Capaci.
Certamente noi ricordiamo la testimonianza di Francesco Pattarino, pentito siracusano deceduto nel 2007 in circostanze misteriose in un incidente stradale nel maceratese. Lui aveva riferito che Santapaola aveva trovato rifugio a casa di sua madre, amante del braccio destro di Nitto, Francesco Mangion, e che una volta si era recato in quel luogo a bordo di un'auto della polizia dal lampeggiante acceso.
La fuga di Terme Vigliatore
Altra vicenda inquietante che ruota attorno a Santapaola è quella del suo mancato arresto a Terme di Vigliatore, quando il blitz contro il capomafia sfuma il 6 aprile ’93, giorno in cui il capitano Sergio “Ultimo” De Caprio, che quel giorno si trova nella zona dove era stato localizzato il giorno prima Santapaola, insieme al capitano Giuseppe De Donno e altri militari del Ros individua un uomo, scambiato per il latitante Pietro Aglieri. Dopo un inseguimento viene accertato che si tratta di un giovane incensurato, Fortunato Giacomo Imbesi, figlio di un imprenditore della zona.
Secondo la ricostruzione della Procura generale i militari del Ros, però, non si trovavano casualmente a Terme di Vigliatore, “ma ricevettero lo specifico ordine di servizio di recarsi quel giorno, in quel luogo, perché si doveva eseguire una operazione di polizia effettuando una preventiva ricognizione del territorio”, e alcuni dei quali “furono fatti venire anche da Milano e da altre sedi”. Non solo. I militari che diedero inizio all’operazione parcheggiarono “le autovetture dinanzi ad una villa posta a 50 metri di distanza dal locale nel quale il giorno precedente era stato intercettato il Santapaola ed invece di fare irruzione in quel locale, fecero una irruzione armata nella villa degli Imbesi”. Della vicenda il Ros non ritenne di informare né la magistratura che aveva intercettato il boss latitante, né il maresciallo Scibilia, della sezione anticrimine di Messina. Neppure negli atti ufficiali si trova traccia dell’incursione a villa Imbesi, nel cui verbale non viene indicato il nome dei militari che presero parte alla perquisizione e in cui manca la sottoscrizione delle persone che subirono la perquisizione. Ovviamente, a seguito dell’irruzione, Santapaola non si recò più nel luogo dove era stato individuato e la polizia lo arrestò solo il mese dopo, il 18 maggio.

Giuseppe De Donno © Imagoeconomica
La spinta al silenzio
Ad un certo punto, però, Santapaola, che aveva appoggiato l'ascesa dei "corleonesi" nella guerra di mafia, aveva iniziato a non condividere il progetto strategia di attacco frontale contro lo Stato voluto da Riina.
Santapaola, a detta di diversi pentiti, sarebbe stato più vicino alle idee di Provenzano. I due, pur non opponendosi agli attentati del 1992-1993 (tanto che furono condannati come mandanti) furono favorevoli ad una linea "trattativista".
A causa di quei tentennamenti espressi dallo "zio Nitto", Riina decise di appoggiare l'ascesa di Santo Mazzei, “u' carcagnusi”, appartenente a un'organizzazione criminale non mafiosa e soggetto inviso a Santapaola, addirittura affiliandolo a Cosa nostra.
In quel periodo Santapaola scelse di defilarsi, sempre mantenendo la "regia" delle decisioni, chiedendo di nominare il fratello maggiore Salvatore capomandamento di Catania.
A dare un ulteriore segnale della caduta dell'astro di Santapaola era stato un ex boss catanese che, dal carcere aveva segnalato che da un momento all'altro sarebbe stato ucciso il padrino catanese.
Ed è forse in questa vicenda che si inserirebbe l'arresto di Santapaola, avvenuto nel 1993 nelle campagne di Mazzarrone, grazie alle indicazioni di un fedelissimo di Santapaola, Marcello D’Agata, che avrebbe dato indicazioni ad Antonio Manganelli, allora capo dello Sco (il Servizio centrale operativo della polizia) indicando il luogo dove Nitto Santapaola si nascondeva per farlo arrestare.
Come è stato possibile?
Forse per scongiurare il pericolo dell'omicidio voluto da Riina? Certo è che al tempo Aldo Ercolano era vicino alle idee di Riina.
E qualche tempo dopo vi sarà l'assassinio della moglie di Nitto, Carmela Minniti.
Ad eseguire l'omicidio fu Giuseppe Ferone appartenente a un'organizzazione criminale catanese esterna a Cosa nostra. Dopo il suo arresto, Ferone decise di collaborare con la giustizia, ma in quel 1° settembre del '95, dopo essere “sfuggito” al controllo del Servizio Centrale di Protezione per recarsi a Catania - luogo a lui proibito dal programma dei collaboratori - vestito da poliziotto, bussò alla porta della Minniti per poi colpirla in pieno volto.
Una vicenda inquietante che ancora oggi solleva una serie di interrogativi.
Come è possibile che un collaboratore di giustizia all'improvviso getti alle ortiche il contratto da lui stipulato con le istituzioni? Può essere stato quello un omicidio di Stato?
Lo abbiamo scritto anche in altre occasioni.
Un delitto di quella portata doveva necessariamente avere degli appoggi specie se, come è dimostrato dagli atti, ancora oggi la famiglia dei Santapaola-Ercolano è quella predominante a Catania.
Dunque quel delitto è un messaggio che fu dato non ad una famiglia caduta, ma ad un capomafia nella pienezza della sua autorità che, nonostante la gravità dell'accaduto avrà una reazione per certi versi inspiegabile.
In uno dei processi a suo carico il boss, nel momento delle dichiarazioni spontanee, dichiarò di perdonare il killer della moglie e di volere la pace.
Secondo alcune fonti esiste un retroscena a questa “dichiarazione di pace” da parte del boss catanese, sul fatto che Santapaola avrebbe contattato una potente personalità religiosa etnea, paventando la possibilità di una sua collaborazione con la giustizia.
Una collaborazione che sarebbe potuta essere prorompente a tutti i livelli del Sistema criminale e non solo.
Possibile che l'uccisione della moglie del capomafia catanese fosse un "invito" a non collaborare che poi fu accolto dal boss con il "perdono dato al killer"?
Su queste vicende non si è mai riusciti a fare completa chiarezza.
L'unico che avrebbe potuto farla, forse, era proprio lo stesso Santapaola.
Con la morte di Santapaola si chiude una delle pagine più lunghe e controverse della storia di Cosa nostra in Sicilia orientale: un capitolo segnato da violenza, intrecci tra criminalità organizzata ed economia e da processi che hanno contribuito a fare luce su una stagione drammatica della Repubblica italiana.
Rielaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani
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