di Giorgio Bongiovanni
Ieri sera, su Rai3, a “Farwest”, programma condotto da Salvo Sottile, è stata intervistata la Presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. Punto di partenza è stata l'audizione in Commissione del Procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca il quale aveva dato un valore di "zero tagliato" l’ipotesi di una "pista nera" con il coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, nelle stragi di Capaci e di via d'Amelio.
Ancora una volta grande valore è stato dato al filone investigativo sul dossier mafia-appalti che, come abbiamo spiegato già in altre occasioni, non può essere considerato come decisivo nella ricostruzione per comprendere ciò che avvenne oltre trent'anni fa con le stragi del 1992 e quelle del 1993 (gli attentati di Firenze, Roma e Milano). Stragi che tutti i processi hanno evidenziato essere collegate tra loro ma su cui la Commissione parlamentare antimafia si ostina a non effettuare approfondimenti in maniera unitaria, trattando solo il tema della strage in cui morì il giudice Paolo Borsellino assieme agli agenti della propria scorta.
Ovviamente neanche una domanda è stata fatta sulle 57 pagine di approfondimenti richiesti dal senatore della Repubblica del Movimento Cinque Stelle Roberto Scarpinato sui possibili coinvolgimenti di mandanti e concorrenti esterni.
Diversamente nella trasmissione sono state bollate le dichiarazioni di Alberto Lo Cicero (ovvero colui che parlò del coinvolgimento di Delle Chiaie) come depistanti, alla stessa stregua delle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino che si autoaccusò del furto della 126 usata per la strage di via d'Amelio.
"De Luca ha paragonato Alberto Lo Cicero al famoso Vincenzo Scarantino, per far capire a casa il falso pentito che provocò uno dei più gravi depistaggi sulla strage di Via D'Amelio. Secondo lei qualcuno sta cercando di mettere in atto un nuovo depistaggio?" ha chiesto Sottile.
La Presidente ella Commissione antimafia Colosimo ha risposto con queste parole: "Questa domanda me la sono fatta anch'io. Ringrazio il servizio pubblico perché se la fa, e continuo a farmela? E la risposta purtroppo deve partire da un racconto. C'è qualcuno che a Scarantino ha creduto. C'è qualcuno che anche quando Scarantino iniziò a ritrattare nel 1998 difese Scarantino. Quel qualcuno è un procuratore che ancora oggi fa il procuratore, che parla di tutto e del contrario di tutto e che accusa anche la Commissione Parlamentare Antimafia di fare depistaggio istituzionale. Parliamo del PM Di Matteo che come noto si occupò di questo, dal '94 in poi entrò nel procedimento Borsellino e che insieme ad altri autorevoli procuratori hanno creduto a Scarantino. Allora io credo che prima di lanciare accuse anche al lavoro che sto facendo io bisognerebbe un po' guardarsi intorno e anche fare un mea culpa. Scarantino era un depistatore. E per tanti anni qualcuno ha sostenuto che Scarantino diceva la verità. E questo ha portato oggi, dopo 34 anni, a non sapere ancora la verità sulla strage di Via D'Amelio".
Così come l'avvocato Fabio Trizzino ed i figli di Paolo Borsellino, anche la Colosimo afferma in maniera totalmente errata, magari condizionata da qualche "amico degli amici", che il magistrato Nino Di Matteo partecipò al depistaggio su via d'Amelio.
Affermarlo non solo è falso, ma è anche grave perché si delegittima e si espone ancor di più un magistrato che è stato oggetto di una vera e propria condanna a morte espressa dai capi di Cosa nostra di allora Totò Riina e Matteo Messina Denaro.
Quando si parla del cosiddetto "depistaggio Scarantino" la Presidente della Commissione Parlamentare omette diversi dettagli.
Nessun riferimento è stato fatto ad Arnaldo La Barbera, il capo della Squadra Mobile di Palermo dell'epoca con un passato nei servizi di sicurezza, che ha avuto un ruolo decisivo, come ricostruito nel processo Borsellino quater, nel depistaggio della strage.
Sempre quel processo ha messo in evidenza che le dichiarazioni di Scarantino non erano tutte da buttare.
Matteo Messina Denaro
La Corte d'Assise di Caltanissetta (presidente Antonio Balsamo) in primo grado aveva evidenziato come, "pur essendo sicuramente inattendibili, contengono elementi di verità". "Sin dal primo interrogatorio reso dopo la manifestazione della sua volontà di 'collaborare' con la giustizia, in data 24 giugno 1994 - avevano scritto i giudici - lo Scarantino ha affermato che l’autovettura era stata rubata mediante la rottura del bloccasterzo, e ha menzionato l’avvenuta sostituzione delle targhe del veicolo. Nel successivo interrogatorio del 29 giugno 1994 egli ha specificato che, essendo stato rotto il bloccasterzo dell’autovettura, il contatto veniva stabilito collegando tra loro i fili dell'accensione. Nelle sue successive deposizioni, lo Scarantino ha sostenuto che la Fiat 126 era stata spinta al fine di entrare nella carrozzeria (circostanza, questa, che presuppone logicamente la presenza di problemi meccanici tali da determinare la necessità di trainare il veicolo). Egli, inoltre, ha aggiunto di avere appreso che sull’autovettura erano state applicate le targhe di un’altra Fiat 126, prelevate dall’autocarrozzeria dello stesso Orofino, e che quest’ultimo aveva presentato nel lunedì successivo alla strage la relativa denuncia di furto". Queste circostanze sono "del tutto corrispondenti al vero ed estranee al personale patrimonio conoscitivo dello Scarantino, il quale non è stato mai coinvolto nelle attività relative al furto, al trasporto, alla custodia e alla preparazione dell’autovettura utilizzata per la strage". Gli stessi riferimenti saranno anche raccontati da Gaspare Spatuzza (l'ex boss di Brancaccio che si è autoaccusato del furto dell'auto, ndr), come potevano essere note dai cosiddetti suggeritori? Secondo i giudici "è del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state a lui suggerite da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte".
La Colosimo non si chiede nulla in proposito?
Perché la Colosimo, nel suo intervento televisivo, omette di dire che furono gli stessi pm di allora, Nino Di Matteo e Anna Maria Palma, per alcuni degli ingiustamente condannati, a chiedere ed ottenere le assoluzioni per il delitto di concorso in strage?
Parliamo di Giuseppe Calascibetta, Gaetano Murana e Antonino Gambino. Soggetti poi condannati in successivi gradi di giudizio. Si preferisce solo evidenziare che fu chiesta la condanna nei confronti di Vernengo, di La Mattina e di Gaetano Scotto oltre che di Natale Gambino.
E spesso si dimentica che i processi istruiti da Di Matteo sulle stragi hanno portato alla condanna definitiva di decine e decine di capomafia della Cupola di Cosa nostra tra i quali Riina, Provenzano, Santapaola, Biondino ed altri. Con sentenze e condanne mai messe in discussione e non interessate dal processo di revisione.
Parliamo del Borsellino Ter, dove la figura di Scarantino viene demolita dalla sentenza.
Non viene mai detto che proprio i pm Antonino Di Matteo ed Anna Maria Palma decisero di non far entrare nel processo il "picciotto" della Guadagna.
Di Matteo viene tirato assurdamente in ballo anche quando lo stesso non è mai stato neanche indagato dalla Procura di Messina (che per competenza ha condotto l'inchiesta sui magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia. Un'indagine archiviata dal Gip in quanto venivano considerati "insussistenti gli elementi probatori certi e univoci tali da consentire la sostenibilità in un eventuale futuro dibattimento dell'accusa di calunnia a carico degli indagati".
In questi anni è stato chiarito di fronte a più sedi (Commissione parlamentare antimafia, Csm, processo Borsellino quater ed anche in questo processo), carte alla mano, dallo stesso Di Matteo come fu valutata la vicenda Scarantino.
Ma l'attacco nei confronti del magistrato palermitano, la costante delegittimazione e denigrazione è proseguita in maniera costante.
Ancor di più avviene in questi giorni dove anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio ed il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri hanno tirato in ballo Di Matteo, strumentalizzandolo, per sostenere le tesi del Sì al prossimo referendum costituzionale sulla cosiddetta "separazione delle carriere".
Ma torniamo alla Colosimo ed alle non domande poste dal conduttore Salvo Sottile (figlio del “grande” giornalista Giuseppe Sottile che fu interrogato da Giovanni Falcone che lo indicava come portavoce dei cugini Salvo, gli esattori siciliani longa manus di Cosa nostra nel mondo economico).
Non una domanda è stata fatta alla Colosimo sulla foto in una "posa poco istituzionale (come la stessa Chiara Colosimo l'ha definita), che risalirebbe ai tempi in cui lei era Consigliera regionale del Lazio (2010-2013), assieme al conclamato terrorista Luigi Ciavardini, ex componente dei Nuclei Armati Rivoluzionari già condannato a 30 anni per la strage di Bologna, a 13 anni per l’omicidio del poliziotto Francesco Evangelista e a 10 anni per l’assassinio del giudice Mario Amato.
Colosimo si è sempre giustificata dicendo di aver conosciuto Ciavardini in occasione di iniziative legate al reinserimento dei detenuti e di recente si è scusata per quello scatto. Ma il fatto resta. E poco importa se ha chiesto scusa ai familiari delle vittime delle stragi.
Ugualmente nulla è stato chiesto sull'altro scatto con l'imprenditrice dello spettacolo Pamela Perricciolo, ed in primo piano anche un busto del Duce.
Che autorità può avere una Presidente della Commissione antimafia che porta con sé certe simpatie e poi si rifiuta in ogni modo di fare un'indagine a 360° sulle stragi, pista nera compresa?
Come si permette di fare insinuazioni su magistrati che ancora oggi sono a rischio vita (nell'archiviazione della Procura di Caltanissetta sull'attentato nei confronti di Di Matteo si parla di "attentato ancora in corso")?
La Colosimo dovrebbe farsi la domanda: come mai Cosa nostra vuole morto Di Matteo se lui, a suo dire, avrebbe depistato le indagini su via d'Amelio?
La verità è un'altra e l'ha raccontata il collaboratore di giustizia Vito Galatolo.
Vito Galatolo
A dare l’input al progetto dell’attentato contro Di Matteo sarebbe stato il boss allora latitante Matteo Messina Denaro. “Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre” sarebbe scritto in una lettera che il capomafia trapanese manda a Palermo alla fine del 2012 per chiedere formalmente alle famiglie mafiose del capoluogo di organizzare un attentato contro Di Matteo. Chi avrebbe dato queste indicazioni a Messina Denaro? “Gli stessi mandanti di Borsellino”, aveva assicurato Galatolo.
Non solo. In merito all'attentato nei confronti del magistrato Galatolo aveva spiegato che sarebbe stato Messina Denaro a mettere a disposizione un artificiere. “Avevamo l'ordine che non dovevamo presentarci con questa persona – aveva dichiarato al processo trattativa Stato-mafia - Questo ci stupiva, il fatto che non dovevamo sapere chi era questo uomo di Messina Denaro. Noi capimmo che era esterna a Cosa nostra e che poteva essere qualcuno dello Stato che era interessato a fare questa strage. Secondo noi non era una cosa solo di Messina Denaro, c’era qualcuno al di fuori di Cosa Nostra. Questo serviva a far capire a tutti che la mafia era ancora viva”. Alla domanda su quali fossero le garanzie ricevute da Cosa nostra il pentito aveva aggiunto: “Era arrivato il via libera di Messina Denaro per fare questo attentato. A Cosa Nostra non conveniva fare queste cose, sarebbero tornati gli anni ’90 con gli arresti e l’esercito nelle strade, ma c’era l’ordine che si doveva fare. Il fatto delle coperture che erano presenti era proprio scritto nella lettera. Era scritto che facendo quell’attentato non ci dovevamo preoccupare perché questa volta non sarebbe stato come negli anni ‘90 e saremmo stati coperti. E quindi abbiamo accettato”.
Sono questi solo alcuni degli atti che, qualora la Colosimo volesse convocarci in Commissione antimafia, potremmo esporre. Elementi che mettono in evidenza come vi sia una ferma volontà di certi apparati di mettere definitivamente a tacere Di Matteo e, come lui, tutti quei magistrati che non si rassegnano alla ricerca della verità sui mandanti esterni delle stragi.
E allora basta con le menzogne e le falsità. E se ha un briciolo di coscienza la Colosimo si dimetta. E' ancora in tempo.
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