di Giorgio Bongiovanni
L’ultima intervista del magistrato assassinato
La notizia di oggi è che la procura di Caltanissetta ha nuovamente chiesto l'archiviazione per Marcello Dell'Utri, coinvolto nell'inchiesta sulla strage di via D'Amelio. La posizione dell'ex senatore, fedelissimo di Silvio Berlusconi, era stata riaperta per via del sospetto che l'eccidio fosse stato anticipato per via di un'intervista rilasciata da Borsellino a due giornalisti francesi e non andata in onda per lungo tempo.
In attesa di conoscere i motivi della Procura, non abbiamo dubbi che stampa di regime e politicanti della maggioranza prenderanno la palla al balzo per esprimere i soliti veleni e continuare ad allontanarsi dalla verità sulla ricerca dei mandanti esterni delle stragi.
Un'operazione che da tempo viene condotta in Commissione parlamentare antimafia.
L'indagine a senso unico che si occupa della sola strage di via d'Amelio, seguendo l'unica pista mafia-appalti, può essere considerata a tutti gli effetti un depistaggio istituzionale.
Lo ripetiamo per l'ennesima volta: l'inchiesta mafia-appalti, seppur di interesse, non è certamente decisiva per spiegare ciò che avvenne negli anni delle stragi.
La Presidente Chiara Colosimo, con lo scudo dei figli di Borsellino, in quella sede sceglie di non approfondire quei punti che il senatore Roberto Scarpinato (che questo governo vorrebbe estromettere dalla Commissione con una legge ad hoc) ha segnalato in 57 pagine di documento.
Un documento in cui si mettono in fila tutti quegli elementi da approfondire su possibili legami tra Cosa nostra, ambienti legati alla destra eversiva e 007 italiani ed esteri, massonerie e molteplici interessi che si intrecciano e si amalgamano nel disegno stragista del 1992-'94.
Elementi che emergono in maniera chiara in tutti questi anni di processi ed indagini compiute che, se davvero si ha a cuore la ricerca della verità, meriterebbero di essere scandagliati da una Commissione parlamentare seria.
Realtà rovesciata
Niente da fare. Il depistaggio nel depistaggio viene attuato proprio mistificando la realtà.
Si vuol far credere all'opinione pubblica che le stragi sono un fatto di mafia, legato all'interesse che Cosa nostra aveva nel mondo degli appalti; che le stragi del 1993 non esistono e se esistono sono slegate da quelle del 1992 (altrimenti in Commissione antimafia si allargherebbero gli orizzonti investigativi); che le responsabilità di depistaggi e mancate verità sono da ricercare solo nella magistratura.
La verità, però, è differente.
In passato ci siamo occupati più volte degli elementi che dimostrano l'esistenza di mandanti e concorrenti esterni. Abbiamo ricordato il “testamento” di Agnese Borsellino, che ai magistrati aveva indicato testualmente le motivazioni che portarono alla morte il marito (“Dopo la strage di Capaci mio marito disse che c'era un dialogo in corso già da molto tempo tra mafia e pezzi deviati dello Stato". "Mio marito mi disse testualmente che c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato". "Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la 'mafia in diretta', parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano”).
Abbiamo raccontato tutti quel che è emerso nel processo trattativa Stato-mafia sulle operazioni cupe che furono poste in essere dai vertici del Ros, non solo nel dialogo avviato con il sindaco mafioso Vito Ciancimino.
E vale la pena ricordare come nella Sentenza della Corte d'Assise di Firenze sulle stragi '93, datata giugno 1998, divenuta definitiva, "l'iniziativa del Ros" viene valutata in questi termini: "L’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. Sotto questi profili non possono esservi dubbi di sorta, non solo perché di 'trattativa', 'dialogo', ha espressamente parlato il cap. De Donno (il gen. Mori, più attento alle parole, ha quasi sempre evitato questi due termini), ma soprattutto perché non merita nessuna qualificazione diversa la proposta, non importa con quali intenzioni formulata (prendere tempo; costringere il Ciancimino a scoprirsi o per altro) di contattare i vertici di 'Cosa nostra' per capire cosa volessero (in cambio della cessazione delle stragi). Qui la logica si impone con tanta evidenza che non ha bisogno di essere spiegata".
La Commissione parlamentare antimafia, però, preferisce non vedere questi fatti.
Non ci si concentra sulla sparizione dell'agenda rossa, nonostante vi siano immagini che documentano i movimenti della borsa di Borsellino negli attimi immediatamente successivi all'attentato.
Non si tiene conto delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Totò Cancemi il quale aveva raccontato che Riina era stato “accompagnato per la manina” nell’organizzazione di quelle stragi.
Nel Borsellino ter, condotto dai magistrati Nino Di Matteo ed Anna Maria Palma, il boss di Porta Nuova fece anche i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri affermando che Riina li indicava come soggetti da appoggiare "ora e in futuro" rassicurando gli altri boss della Cupola che la strage Borsellino sarebbe stata alla lunga "un bene per tutta Cosa nostra".
Sono gli stessi Dell'Utri e Berlusconi finiti indagati dalla Procura di Firenze (con l'indagine condotta dal procuratore aggiunto Luca Tescaroli, assieme al pm Luca Turco) come mandanti esterni delle stragi del 1993.
L'ultima intervista di Borsellino
Fatto che in pochi ricordano è che di Berlusconi e Dell'Utri aveva parlato anche Paolo Borsellino nella sua ultima intervista rilasciata ai giornalisti di Canal Plus Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi.
Ma la plateale rimozione e manipolazione della verità si manifesta anche nel non parlare di certi episodi.
Così oggi riproponiamo questa storia ai nostri lettori.
Al tempo i due giornalisti francesi di Canal Plus stavano realizzando un'inchiesta sui rapporti fra Cosa nostra e la politica italiana, concentrandosi in particolare sui collegamenti, presunti all’epoca e poi dimostrati con una sentenza di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, fra la mafia palermitana e Marcello Dell’Utri, fondatore di Pubblitalia e successivamente del partito Forza Italia, e braccio destro di Silvio Berlusconi.
Paolo Borsellino con scrupolo ed equilibrio rispose alle domande a lui rivolte e per la prima volta parla dei rapporti tra Vittorio Mangano, boss mafioso della famiglia di Porta nuova, di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, sempre evidenziando che di quei fascicoli non si stava occupando direttamente ma che da altri dibattimenti emergevano alcuni elementi.
Nel numero de L'Espresso dell'8 aprile 1994 fu pubblicata una trascrizione mentre fu mandata in onda da Rai News 24 per la prima volta nel 2000 ma si trattava solo di una parte di 30 minuti, quella originale è invece di cinquantacinque minuti ed è stata poi pubblicata da Il Fatto Quotidiano in un DVD.
Accelerazione via d'Amelio
Quel dialogo venne acquisito nel 2002 dalla Corte d’Assise d'Appello di Caltanissetta, nel processo per la strage di via d’Amelio, che l'ha inclusa tra le cause che portarono Totò Riina a uccidere Borsellino a soli 57 giorni dall'assassinio di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta.
Secondo i giudici della corte nissena presieduta da Francesco Caruso, si legge nelle motivazioni della sentenza, Borsellino “pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato come testa di ponte della mafia in quel medesimo ambiente”. Pertanto non si può escludere, prosegue la sentenza della corte d'assise d'appello, “che i contenuti dell’intervista siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che questa Corte ritiene... che il Riina possa aver tenuto presente, per decidere la strage, gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro”. Cioè Berlusconi e Dell’Utri, come disse Cancemi.
Per questo l'ultima intervista di Borsellino è “il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. (Bisognava) agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario”. Parole e materiali poi acquisiti nel quarto capitolo del processo sulla strage di via d'Amelio ma discussi marginalmente nel dibattimento ormai quasi giunto alla sua conclusione, nonostante sia scritto nero su bianco che quell'intervista fu tra le ragioni che portarono ad un'accelerazione della condanna a morte per Borsellino, in quanto il giudice fece i nomi di coloro che rappresentavano il nascente partito Forza Italia nei confronti del quale Cosa nostra nutrì delle aspettative politiche.
L'intervista dimostra che Paolo Borsellino, se non fosse stato ucciso, come procuratore aggiunto avrebbe potuto prendere in mano il fascicolo che all'epoca era ancora istruito dal giudice istruttore Leonardo Guarnotta (si era nel pieno del passaggio dal nuovo al vecchio rito).
E' altamente probabile che Paolo Borsellino abbia appuntato certe cose anche sull'agenda rossa scomparsa, o quantomeno abbia dato riscontro dell'incontro avuto con i due giornalisti francesi.
Le dichiarazioni di Di Feo
Ad anni di distanza sappiamo che anche il giornalista Gianluca Di Feo, il 30 giugno 1992, si incontrò con Paolo Borsellino. Una vicenda raccontata da Il Fatto nel settembre 2024.
Di Feo, mandato a Palermo per approfondire le vicende di mafia e riciclaggio al Nord, chiese a Borsellino di Giuseppe Lottusi, finanziere arrestato l’ottobre dell’anno precedente con l’accusa di aiutare la mafia a riciclare i soldi del traffico di droga. Il magistrato però, alla domanda su Lottusi, tirò fuori all’improvviso il nome di Berlusconi. “Sono tanti gli imprenditori in grado di riciclare 10 milioni di lire - disse - ma se devi riciclare 10 miliardi di lire gli imprenditori che possono farlo si contano sulle dita di una mano e uno di quelli che avrebbe questa capacità è Silvio Berlusconi”.
Di Feo in quell’occasione non approfondì la cosa anche perché i legami tra mafia e Berlusconi verranno fuori, nella loro gravità e notorietà, solo anni più tardi.
Stando al racconto del giornalista non disse che indagava su Berlusconi, né che avrebbe voluto farlo. Ma come dicevamo non è possibile escluderlo a priori.
Se Berlusconi e Dell'Utri fossero finiti sotto indagine per mano di Paolo Borsellino non vi sarebbe mai stata la nascita di Forza Italia.
E di conseguenza non ci sarebbe neanche questo governo che non ha solo Fratelli d'Italia e Lega (i brutti anatroccoli della destra fascista), ma proprio quel partito fondato da un uomo della mafia.
Una Commissione antimafia che si rispetti indagherebbe a 360° anche solo per allontanare ogni ombra su di sé. Invece no. Si preferisce l'omertoso silenzio.
L'intervista non viene presa in considerazione. Così come non vengono prese in considerazione le testimonianze.
Indagini da approfondire
Sappiamo che nel 2019 la Procura di Caltanissetta aveva chiesto una rogatoria internazionale per sentire il giornalista Calvi (oggi deceduto). Fu assunto a verbale nell'ottobre 2020 e il documento è secretato.
Ovviamente non sappiamo cosa abbia detto il giornalista francese, ma sappiamo che nel 2021 i colleghi de “L'Espresso”, Paolo Biondani e Leo Sisti, raccontavano che Fabrizio Calvi, poco prima di morire nell'ottobre 2021, aveva parlato di due fatti che avrebbero potuto spiegare il motivo per cui quell'intervista non venne trasmessa nell'immediato dalla tv francese.
Il primo elemento offerto da Calvi sarebbe una confidenza che Moscardo (anche lui morto nel 2010) gli fece, seppur con qualche imbarazzo. "Il regista gli ha rivelato che era stato contattato da un emissario, incaricato di offrirgli ‘un milione di dollari' per avere i filmati completi, cioè tutte le 50 ore di girato. Una proposta fatta a nome di uno dei manager più vicini a Berlusconi".
Secondo quanto avrebbe detto Calvi, Moscardo gli disse di aver rifiutato la proposta, ma sul punto aveva l'impressione che non avesse detto tutto.
Il secondo elemento riportato da L'Espresso riguarda la rivelazione di Calvi il quale prima di morire avrebbe dichiarato: "So chi è stato il traditore". E nelle ultime interlocuzioni avrebbe fatto anche il nome, "un manager francese che ha lavorato per Canal Plus, ma è stato anche consulente delle tv di Berlusconi". E sarebbe stato lui ad offrire i soldi per il girato a Moscardo.
Diversamente, l'ex dirigente della rete francese Michel Thoulouze, interpellato dal Fatto disse che era stato Moscardo a offrire il film a una persona vicina a Berlusconi e quello aveva rifiutato.
La procura di Caltanissetta, nel tentativo di vederci chiaro, sentii in seguito Leo Sisti, amico di Calvi e autore dell'articolo dell'Espresso, ma non andò oltre.
E' su questi fatti che Calvi è stato sentito dalla Procura nissena?
Perché la Commissione parlamentare antimafia, se davvero vuole ricercare la verità, non si fa consegnare questi documenti? Perché la commissione non sente Michel Thoulouze, la moglie di Fabrizio Calvi o i parenti di Moscardo? Perché non sente gli stessi Biondani e Sisti?
Perché non si cerca di capire perché quell'intervista alla fine non fu trasmessa su Canal+, ma solo anni dopo in Italia?
Alla fine dell’intervista Borsellino aveva anche consegnato un centinaio di fogli stampati precedentemente in Procura e diceva “qualcuno di questi fogli di computer riguarda questa faccenda di Dell’Utri-Berlusconi e non so sino a che punto sono ostensibili… io glieli do, l’importante è che lei non dica che glieli ho dati io”.
Che fine hanno fatto queste carte?
Qualche anno fa, intervistato da Sekret, canale di approfondimento della tv del Fatto Quotidiano, Calvi disse di averle ancora conservate da qualche parte. Sono state recuperate?
Non è dato sapere. Ci si concentra solo sul tema “mafia e appalti” e su come archiviare definitivamente le indagini sui mandanti esterni delle stragi, anche a costo di estromettere dalla commissione l’ex procuratore generale di Palermo Scarpinato e il collega Federico Cafiero de Raho.
Del resto, come già detto, in ballo c'è la storia passata e presente della nostra Seconda Repubblica, nata sul sangue di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E accanto ai mandanti esterni vi sono tanti complici morali.
Una storia di Stato-mafia in cui tutti i governi, di destra e di sinistra, hanno recitato una parte ed ostacolato la ricerca della verità.
A trent'anni dalle stragi il cosiddetto “papello” di Totò Riina sta trovando il suo compimento. Oggi vengono messi in discussione ergastolo ostativo, 41 bis e legge sui beni confiscati, proprio come voleva il “Capo dei capi”.
Persino gli stragisti stanno ottenendo benefici carcerari in un percorso di smantellamento delle normative antimafia che ha avuto luogo nel tempo, anche a causa della sinistra, che conosceva i fatti e che ha "inciuciato" con Berlusconi (vedi la bicamerale).
Destra e Sinistra unite
Se il primo governo Berlusconi, con il "decreto Biondi" (anche conosciuto come "Salvaladri"), tentò di introdurre alcune norme pro mafia è grave ciò che avvenne nei mesi successivi.
L'Ulivo di Prodi, con l’appoggio del centrodestra dal ’96 al 2001, arrivò a decretare la chiusura di Pianosa e Asinara, l'abolizione di fatto dell’ergastolo (per due anni), e la predisposizione di una legge anti-pentiti.
Ciò non bastava a Cosa nostra che al punto 2 del papello di Riina recitava: “Annullamento decreto 41-bis”.
Nel 2002, dopo la lettera proclama di Bagarella, il governo di centrodestra con la legge 279 trasformò il carcere duro per i mafiosi da provvedimento amministrativo straordinario, rinnovato di semestre in semestre dal ministro della Giustizia, in una misura stabile dell’ordinamento penitenziario.
Quello che in apparenza sembrava come un duro attacco alla mafia, però, sortì un effetto opposto. E così vi furono centinaia di boss che ottennero la revoca del 41-bis dai Tribunali di sorveglianza, per una serie di difficoltà interpretative della nuova legge e perché la riforma agevolava le richieste di annullamento.
Nel 2006, con il governo di centrosinistra in auge, ma anche con l'appoggio del centro destra, vi fu il mega-indulto Mastella di tre anni, che includeva anche i reati collegati a quelli mafiosi e il voto di scambio politico-mafioso. Votarono contro Idv, Pdci e Lega.
Negli anni successivi partiti di destra e sinistra, in maniera quasi compatta, si scagliarono contro la Procura di Palermo che indagava proprio sugli anni delle stragi e la trattativa Stato-mafia.
Un isolamento costante e continuo volto ad isolare sempre più quei magistrati che invece volevano mettere a nudo il Sistema criminale. Un'azione che viene compiuta ancora oggi.
Ma è giunto il momento di dire basta. Siamo ancora in tempo. Ma si riparta dall'intervista di Paolo Borsellino. Anche se la Procura nissena vuole andare in archivio.
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