L’élite finanziaria che tiene in ostaggio il pianeta, tra guerre, caos e criminalità: un calcolo spietato per accrescere i profitti
Mentre in passato si dava una parvenza di legittimità alle aggressioni militari illegali, ora il re a stelle strisce ha gettato a terra la sua maschera di ipocrisia grondante di sangue. Emblematica è stata l’operazione militare statunitense contro il Venezuela che ha portato alla cattura del presidente Nicolas Maduro assieme alla moglie Cilia Flores.
“Gli Stati Uniti stanno ora decidendo cosa fare del Venezuela” e “saranno molto fortemente coinvolti nell’industria petrolifera venezuelana”, ha dichiarato, senza filtri, un Donald Trump tronfio del successo banditesco della sua operazione militare totalmente al di fuori del diritto internazionale.
Solo una fin troppo debole pista del narcotraffico è stata messa al banco per dare legittimità all’imponente rapina che si profila nei prossimi mesi. Come abbiamo più volte evidenziato, il World Drug Report 2025 dell'UNODC ha confermato che il Venezuela rimane libero da colture illecite e appare con una menzione minima come rotta per il traffico di droga verso Stati Uniti ed Europa.
Come evidenziato dal tycoon è l’oro nero quello che interessa all’élite. Caracas detiene le maggiori riserve petrolifere comprovate al mondo, con circa 303 miliardi di barili, pari al 18% delle riserve globali totali. Un pozzo immenso di risorse naturali che chiaramente fa gola ai grandi fondi d’investimento.
È proprio su questi interessi che entra in corsa al potere la leader dell’opposizione María Corina Machado, sostenitrice di una completa privatizzazione dell’industria petrolifera e delle principali risorse del Paese, valutata in circa 1.700 miliardi di dollari di potenziale per investitori esteri. In diversi forum internazionali, dalla CERAWeek di Houston al Fortune Global Forum e ad incontri con dirigenti d’impresa a Miami, ha descritto il Venezuela post‑chavista come la più grande opportunità economica della regione, specificato quali asset statali intende mettere in vendita: ovviamente PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.), la compagnia petrolifera di stato; le industrie di base nella Guayana (miniere, acciaio); gli hotel (settore turistico) ; le telecomunicazioni; Corpoelec (compagnia elettrica nazionale); SIDOR (compagnia siderurgica statale).
Una manna dal cielo per i detentori di oltre 60 miliardi di dollari di obbligazioni del debito sovrano venezuelano in default, tra cui figurano come sempre, i maggiori gestori patrimoniali globali: BlackRock, T. Rowe Price, Fidelity, JPMorgan Chase e Ashmore.
Con la rimozione di Maduro (sanzionato dagli USA) e l'ipotetico insediamento di un governo filo-occidentale (es. Machado/González), le sanzioni che impedivano la ristrutturazione del debito verrebbero revocate. I bond, che venivano scambiati a pochi centesimi sul dollaro (distressed debt), potrebbero recuperare rapidamente valore (recovery value), generando profitti enormi (anche del 300-500%) per chi li ha acquistati a prezzi stracciati.
María Corina Machado
Il vecchio continente in mano all’élite contro Mosca
Un quadro dove l’Europa è diventata succube della strategia Neocon americana, prima malvolentieri, ma ora con orgogliosa e violenta fedeltà incondizionata.
Solo pochi giorni fa il segretario generale della NATO, Mark Rutte annunciava che "siamo il prossimo obiettivo della Russia, dobbiamo aumentare la spesa militare" e che si rischia una guerra che potrebbe essere "delle stesse dimensioni della guerra che hanno vissuto i nostri nonni e bisnonni".
A novembre 2025, il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius ha avvertito che la guerra tra NATO e Russia potrebbe iniziare già nel 2028, anticipando la precedente stima del 2029. In un'intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha dichiarato: "Alcuni analisti militari ritengono che abbiamo già vissuto la nostra ultima estate di pace".
Il capo di Stato maggiore francese, generale Fabien Mandon, è stato ancora più esplicito: "Se la Francia non è disposta ad accettare di perdere i propri figli, di soffrire economicamente, allora siamo a rischio". Ha aggiunto: "La Russia oggi è convinta che gli europei siano deboli" e "Mosca è chiaramente in una fase di preparazione per qualcos'altro", con un "conflitto con i Paesi europei intorno al 2030".
Il vecchio continente persegue la retorica della guerra a Mosca che tutto avrebbe interesse meno che muovere guerra convenzionale alle forze NATO in superiorità numerica di un rapporto di 3:1.
Ma ecco che nell’infernale cloaca bellicista, emerge un’anomalia. Donald Trump con la pubblicazione del nuovo National Security Strategy rivoluzione un linguaggio che da "vittoria sulla Russia", "sconfitta dell'aggressore" e "resistenza ucraina fino alla liberazione totale", è passato ad una semantica totalmente all’antitesi: "È interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità" per stabilizzare le economie europee, prevenire escalation involontarie e "ristabilire la stabilità strategica con la Russia".
Evidentemente la fine della guerra apre affari più redditizi se si esclude l’opzione della Terza Guerra Mondiale. Anche assumendo uno scenario conservatore, la ricostruzione dell'Ucraina con pace negoziata genera un ritorno economico per gli USA di almeno 100-150 miliardi USD superiore rispetto alla continuazione indefinita del conflitto bellico.
C’è stato un momento in cui la pace sembrava essere funzionale alle mire economiche dei 127.
Ed ecco che l’Europa serva si è subito riallineata. Nel vertice Ue del 18-19 dicembre è stata accantonata, dopo ore di discussione, l’ipotesi più “guerrafondaia” di usare subito i beni russi congelati per finanziare Kiev, e i leader hanno trovato un compromesso su un prestito “semplice e tradizionale” da 90 miliardi di euro, a tasso zero, per il biennio 2026‑2027, garantito dal bilancio comune dell’Unione e quindi da nuovo debito condiviso.
All’uscita dal vertice, Emmanuel Macron ha collegato il sostegno militare e finanziario a Kiev alla necessità di riaprire un canale diretto con il Cremlino, affermando che “tornerà ad essere utile parlare con Vladimir Putin” e che, se maturerà una prospettiva concreta di cessate il fuoco e negoziati, “è di nuovo utile parlare con il leader del Cremlino”.
Emmanuel Macron
In Germania si registra un mutamento altrettanto significativo: il ministro della Difesa Boris Pistorius, che in passato aveva avallato toni molto allarmistici, definisce ora le parole del segretario della NATO Mark Rutte - secondo cui l’Alleanza deve prepararsi a una guerra “delle stesse dimensioni sperimentate dai nostri nonni e bisnonni” - come “molto probabilmente un’esagerazione figurativa”, aggiungendo di non credere a uno scenario di guerra globale Russia‑NATO.
Un clamoroso dietrofront che sancisce la prova definitiv dei burattini facenti capo all’Unione Europea e che sembrava riallineare il vecchio continente al piano stabilito per una rapida cessazione delle ostilità.
Ma ora i piani, dopo l’assalto al Venezuela sembrano nuovamente cambiati.
Il golpe contro Maduro che vede Mosca nel mirino
L’attacco a Caracas rappresenta di fatto una riuscita operazione di assedio verso il Cremlino. Il Paese godeva di “un’ampia protezione politica, economica e militare da parte di Cina e Russia”, con Mosca “principale fornitore di equipaggiamento militare” e legata da un “Accordo di Associazione Strategica e Cooperazione” decennale firmato nel 2025 tra Putin e Maduro, esteso a energia, estrazione mineraria, trasporti, comunicazioni, sicurezza e “lotta al terrorismo”.
Rosneft e Igor Sechin avevano investito “circa 9 miliardi di dollari in Venezuela”, con partecipazioni in quattro progetti petroliferi e “il 40% della joint venture nel gas PetroMonagas con PDVSA”. Ora la conquista dei giacimenti consentirebbe a Washington di controllare più della metà delle riserve mondiali di petrolio. Come avvertito dall’oligarca russo Oleg Deripaska, “se i nostri ‘partner’ americani riuscissero a raggiungere i giacimenti petroliferi del Venezuela (e hanno già raggiunto quelli della Guyana), sotto il loro controllo si troverebbero più della metà delle riserve petrolifere mondiali” e “nei loro piani c’è quello di assicurarsi che il prezzo del nostro petrolio non superi i 50 dollari al barile”.
Da qui il risvolto strategico contro Mosca: un petrolio stabilmente sotto i 50 dollari “metterà in seria difficoltà la Russia che vende oro nero in mezzo mondo”, indebolendo un bilancio militare stimato in “circa 150–160 miliardi di dollari” e pari al “7–7,2% del PIL” per il 2025, e logorando uno “scudo militare.
Con il successo dell’operazione è ripresa l’offensiva volta a sabotare ogni negoziato.
Oleg Deripaska
Trump ora alza i toni con Mosca: pressioni economiche e truppe NATO in Ucraina
Nelle ore successive alla cattura di Maduro, Trump ha immediatamente rilanciato la leva dei dazi e delle sanzioni come strumento di pressione su Mosca e sui Paesi che ne sostengono l’export energetico: “Potremmo aumentare le tariffe per l’India, se non aiuteranno a risolvere il problema del petrolio russo”, avverte, aggiungendo che Washington “può aumentare i dazi su di loro molto rapidamente” se Nuova Delhi non ridurrà gli acquisti di greggio. Il quadro è quello di tariffe già molto elevate e di proposte di legge che autorizzano “dazi fino al 500 per cento” contro chi continua a comprare petrolio, gas e altre materie prime russe a prezzi scontati, mentre i nuovi strumenti legislativi “consentono al presidente di fare ciò che vuole” sul fronte delle sanzioni, rendendo l’inasprimento economico un’“opzione” pronta a essere usata se i negoziati rallentano.
In parallelo il 6 gennaio, al vertice di Parigi della “Coalizione dei volenterosi”, Zelensky, Macron e Starmer hanno firmato una dichiarazione d’intenti per schierare una forza multinazionale in Ucraina “successivamente alla cessazione delle ostilità”. Macron ha addirittura evocato la possibilità che “migliaia di soldati francesi potrebbero essere schierati per sostenere la pace (nel Paese, ndr) dopo il cessate il fuoco”, con il compito di “fornire immagini e dati di sorveglianza”, “partecipare alla ricostruzione dell’esercito ucraino” e partecipare come parte di una forza multinazionale. Gli Stati Uniti hanno scelto di assumere un ruolo centrale nel monitoraggio della tregua: “Saranno loro a guidare il monitoraggio del cessate il fuoco, ovvero tutto il lavoro necessario per determinare se il confine venga violato o meno”, afferma Macron.
L’inviato speciale Steve Witkoff ha confermato che Trump “sostiene fermamente” i protocolli di sicurezza elaborati a Parigi, descritti come strumenti destinati a “scoraggiare qualsiasi attacco, qualsiasi ulteriore attacco in Ucraina” e, in caso di nuova offensiva, a “difendere”, protocolli che “sono più forti che mai”. Sullo sfondo, abbiamo assistito alla giravolta del presidente americano sull’attacco con droni alla residenza di Putin avvenuto il 29 dicembre. Inizialmente commentando l’accaduto affermava di essere “molto arrabbiato”, poi, nei giorni scorsi la netta smentita: “Non credo che l’attacco ucraino contro la residenza di Putin si sia verificato... noi non crediamo che ciò sia accaduto, poiché l’abbiamo già verificato”, riconoscendo soltanto che “qualcosa è accaduto nelle vicinanze”.
Appare evidente come i piani per "schierare truppe di pace della NATO in Ucraina" dopo la fine della guerra mirano principalmente a impedire che la guerra cessi, poiché qualsiasi schieramento di truppe dell’Alleanza è inaccettabile per la Russia.
Il Ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov ha più volte bollato qualsiasi contingente militare NATO in Ucraina "categoricamente inaccettabile" e fonte di "escalation incontrollata con conseguenze imprevedibili".
Ecco l’ennesima farsa in salsa occidentale per prolungare il conflitto a tempo indeterminato e forse sperare in futuro, in un golpe morbido in stile Venezuela.
Donald Trump e Steve Witkoff
Obiettivo Usa: separare Mosca dall’Europa
La storia della separazione della Russia dall’Europa e della sua conquista è una dinamica che riverbera nei decenni passati e ha costituito la colonna portante della dottrina strategica Usa nel continente degli ultimi decenni.
“Gli americani erano terrorizzati dall'unione tra l'energia a basso costo russo e l'industria europea e che i due mercati unendosi creassero una superpotenza euroasiatica. Hanno fatto di tutto per sabotarla e ci sono riusciti. Oggi il gas GNL lo compriamo da loro a cinque volte il prezzo di quello che ci costava quello russo”, afferma lucidamente Marco Travaglio in un botta e risposta acceso con Lilli Gruber a Otto e mezzo (La7).
Una realtà storica i cui disegni sono stati postulati dallo stesso padre della geopolitica Halford Mackinder: "Chi controlla l'Europa orientale comanda il Cuore della Terra (Heartland); chi controlla il Cuore della Terra comanda l'Isola del Mondo; chi controlla l'Isola del Mondo comanda il mondo", affermava una delle sue massime, mentre scriveva che se "la Germania si fosse alleata con la Russia", questo avrebbe potuto creare "l'impero del mondo". Per questo motivo, Mackinder proponeva la creazione di una serie di Stati cuscinetto tra Germania e Russia (Polonia, Stati baltici, Cecoslovacchia) per impedire fisicamente questa unione.
George Friedman, fondatore di Stratfor e uno dei più influenti analisti geopolitici contemporanei, ha poi ribadito questa dottrina. "La Russia non minaccia la posizione globale dell'America, ma la mera possibilità che possa collaborare con l'Europa e in particolare con la Germania apre la minaccia più significativa del decennio, una minaccia a lungo termine che deve essere stroncata sul nascere", ha scritto nel libro The Next Decade.
Ed ecco che la Rand Corporation, il principale think tank statunitense finanziato dal Dipartimento della Difesa Usa, nel 2019 ha elaborato un rapporto strategico fondamentale intitolato "Extending Russia: Competing from Advantageous Ground" che analizza come gli Stati Uniti e i loro alleati possono mettere sotto pressione economica, militare e politica la Russia. Oltre alla proposta di fornire all’Ucraina armi letali si parla proprio dell'incremento della produzione statunitense di gas naturale liquefatto (GNL) per ridurre la dipendenza energetica europea dalla Russia, e l'implementazione di sanzioni mirate ai settori energetico e finanziario per compromettere la capacità russa di generare reddito e finanziare il proprio apparato militare. Il resto è storia.
“Il gasdotto (North Stream) chi l'ha fatto saltare? - continua Travaglio - Mia nonna? naturalmente no, il North Stream l'hanno fatto saltare gli ucraini d'accordo con gli americani e con i polacchi, lo dice la magistratura tedesca. Obama nel 2014 ci ha intimato che dovevamo comprare il gas dagli americani e non più dai russi e hanno fatto in modo che succedesse”, prosegue Travaglio nel suo botta e risposta.
Di fatto, le sanzioni a Mosca, la distruzione delle vecchie rotte energetiche, hanno sottratto all'economia europea tra 1,6 e 2,5 trilioni di euro distruggendo competitività industriale e causando perdite commerciali devastanti. Bruxelles ora scommette il proprio futuro su un rilancio attraverso l'industria bellica con investimenti superiori a 1 trilione di euro entro il 2035. Una riconversione industriale che tenta di trasformare la crisi geopolitica e le perdite economiche in un'opportunità di sviluppo tecnologico e occupazionale, ma che vincola il destino economico del continente alla permanenza di una logica di confronto militare. Le aziende della difesa, infatti, operano con margini di profitto che richiedono commesse continue e stabili: senza guerra o minaccia percepita, gli ordini crollano e le linee produttive diventano un costo insostenibile.
Vladimir Putin e Xi Jinping
L’Elite tenta di comprarsi la Cina che per ora, spalleggiata dalla Russia, persegue i suoi interessi
Parallelamente è da menzionare che nel nuovo NSS si punta in modo preponderante ad una rivalità economica accompagnata ad una rinnovata deterrenza militare nei confronti della Cina.
Si parla di “ridurre i disavanzi commerciali” con Pechino, puntare “sull’indipendenza” per quanto riguarda le terre rare e la difesa, nonché di una mobilitazione degli alleati (Giappone, Sud Corea, India, Australia) per contrastare la dominanza economica cinese, con enfasi su Tokio, Seul e Camberra sull’aumento della spesa militare e capacità di difesa.
L’élite sta operando in ogni modo possibile per strappare il dragone dall’influenza russa, ovviamente grazie alle sterminate risorse finanziarie di cui i grandi fondi dispongono. Nel 2021 BlackRock è diventato il primo asset manager straniero a ottenere una licenza per gestire fondi comuni interamente di proprietà nella Repubblica Popolare.
Al contempo, con una mossa senza precedenti il tycoon americano ha autorizzato Nvidia a esportare in Cina i chip H200 per intelligenza artificiale, a condizione che venga versato agli Stati Uniti il 25% dei ricavi. Ebbene, i colossi come BlackRock, con i loro investimenti in aziende tecnologiche cinesi come Tencent e Alibaba beneficiano indirettamente dell'accesso cinese a chip più potenti, mentre cercano di estendere la loro influenza su Pechino.
Una coercizione che passa anche per la militarizzazione delle sue sfere di influenza confinante, come avvenuto per la Russia. Il 18 dicembre 2025, l'amministrazione Trump ha autorizzato la vendita a Taiwan di sistemi d'arma per un valore complessivo di 11,1 miliardi di dollari, rappresentando il pacchetto più consistente mai approvato per l'isola e un cambio qualitativo nella strategia difensiva taiwanese. La composizione del pacchetto è significativa: 82 sistemi HIMARS (High Mobility Artillery Rocket Systems), 420 missili ATACMS con portata di 300 km, 60 obici semoventi, missili anticarro Javelin, droni d'attacco e componenti per missili antinave Harpoon.
Questi sistemi, già impiegati con successo in Ucraina per contrastare l'avanzata russa, conferiscono a Taiwan capacità offensive in grado di colpire installazioni militari sulla costa continentale cinese e le isole artificiali costruite da Pechino nelle aree contese. La portata degli ATACMS (300-310 km) trasforma il profilo strategico dell'isola da difensivo a "porcospino" con capacità di deterrenza asimmetrica.
La reazione cinese è stata immediata e articolata su due livelli. Il 27 dicembre, Pechino ha annunciato sanzioni contro 20 aziende della difesa americana e 10 dirigenti, denunciando la violazione del "principio di una sola Cina" e dei tre comunicati congiunti sino-americani. Due giorni dopo, il 29 dicembre, l'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) ha lanciato l'operazione "Justice Mission 2025", le esercitazioni militari più estese e complesse dall'agosto 2022.
Solo lo scorso anno, il numero di sortite di velivoli militari cinesi nei pressi dell'isola ha raggiunto il record di oltre 3.600, quasi dieci al giorno.
Per ora Pechino si sente forte nella vicinanza con la Russia, dotata della deterrenza nucleare più seria contro gli Stati Uniti. Nel corso dell’anno Xi e Putin hanno parlato di “partenariato strategico globale di coordinamento per la nuova era” e di “amicizia senza limiti”, ribadita nei messaggi di fine 2025 come relazione “solida” e a “livelli senza precedenti”.
Quanto vale la scommessa di prendersi la Cina indebolendola con Taiwan? Fin troppo. Circa 2,45 trilioni di dollari di merci (oltre il 21% del commercio marittimo globale) transitano annualmente attraverso lo Stretto di Taiwan. I porti dell'isola gestiscono circa 586 miliardi di dollari di commercio, inclusi trasbordi tra altre economie. Quasi il 90% delle navi più grandi per tonnellaggio a livello mondiale utilizza lo Stretto come arteria principale. L’élite deciderà di scommettere il tutto per tutto anche per conquistarsi il dragone e portarlo nella sua sfera di influenza?
Conclusioni
Appare evidente come questa schizofrenia dei cambiamenti di Trump, dei ministri europei non sia dettata dal fatto che sono letteralmente o folli o perversi. Essi ricevono, come burattini, ordini dai capi dell'economia mondiale che stabiliscono la politica di tutti, compresi i cambiamenti repentini che vanno dai piani di attacco, alla pacificazione temporanea per ragioni economiche.
Molte religioni cercano l’anticristo e sperano di trovarlo in una persona fisica, noi in questo giornale ospitiamo le opinioni laiche. Però se suggerimenti possiamo dare – al di là che tutto può essere che questo anticristo, secondo la teologia cristiana cattolica, sia un personaggio fisico: uomo o donna – noi pensiamo che se anticristo esiste, questo è dio denaro e l’uomo che si fa condizionare dal denaro. Invece di utilizzarlo per la pace, per la fratellanza, per l’unione tra i popoli affinché tutti abbiano diritto alla sopravvivenza, lo utilizzano per lo sterminio, per le guerre. I ricchi, come abbiamo spiegato in questo articolo, sono i peggiori criminali che esistono sulla faccia della terra.
Fine.
Foto © Imagoeconomica
Elaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA
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