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Oggi 5 gennaio è il 42esimo anniversario dell'assassinio di Giuseppe Fava, fondatore e direttore de “I Siciliani”, scrittore, ucciso da Cosa Nostra, davanti all'ingresso del teatro Stabile di Catania nel 1984.
Un uomo, prima ancora che giornalista, che ha avuto il coraggio della verità, per una Sicilia libera dalla mafia, dal malaffare e dai soprusi, dalla cui vita si può e si deve trarre spunto ed insegnamento per fare il proprio lavoro con spirito etico.
Per il delitto sono stati condannati in via definitiva all'ergastolo il capomafia catanese Benedetto Santapaola e l'esponente dello stesso clan Aldo Ercolano
Noi lo vogliamo celebrare riproponendo ai nostri lettori questo articolo, scritto con la caporedattrice Anna Petrozzi per il numero 19 di ANTIMAFIADuemila quando il giornale era ancora cartaceo. Inoltre proponiamo la sua ultima intervista ad Enzo Biagi dove denunciava con forza la vera forza della mafia.



 

Giuseppe Fava un romantico guerriero

fava-paesaggio-vinCronaca di un uomo libero e del suo genio intuitivo

di Anna Petrozzi e Giorgio Bongiovanni

Si comincia quasi sempre dal giorno della morte per commemorare una persona, la data, dov’era, cosa stava facendo, persino si specula su quale potesse essere il suo ultimo pensiero e il suo stato d’animo..., ma non questa volta, non per Pippo Fava. Un personaggio del suo genere non trova mai la morte, nemmeno se a premere il grilletto è stato un killer della potente famiglia mafiosa dei Santapaola, padrona di Catania da sempre, i cui interessi convergevano e convergono con quelli di coloro che furono scritti, dipinti, inscenati, filmati dallo spirito indomito di Giuseppe Fava.
 Non importa cosa la sua ansia di amare attraverso la scrittura stesse producendo, se un articolo, un romanzo o una delle sue applauditissime pièce teatrali, bastava che il tema fosse la verità. Quella verità che si raccoglie per le strade, in mezzo alla gente, che si palesa agli occhi di tutti, fin troppo per essere creduta, quella verità che si vive con tutti i sensi, quella verità senza tempo che è al di sopra di tutti e che non muta mai, che si ripete ossessiva, che trasmigra di bocca in bocca e che nessuna croce o pallottola può fermare.

Io posso serenamente affermare che lo spirito politico di questo giornale è la verità. Onestamente la verità. Sempre la verità. Cioè la capacità di informare la pubblica opinione su tutto quello che accade, i problemi, i misfatti, le speranze, i crimini, le violenze, i progetti, le corruzioni, i fatti e i suoi personaggi. E non soltanto quelli che hanno vita ufficiale che arrivano al giornale con le loro gambe, i comunicati, i discorsi, gli ordini del giorno, perché spesso sono truccati o camuffati per ingannare il cittadino, ma tutti gli infiniti fatti e personaggi che animano la vita della società italiana, e quasi sempre restano nel buio, rintanati, nascosti, interrati.

Questa la linea del giornale del Sud di cui è direttore dal 1980 al 1982 che consacrò il suo modo di fare giornalismo e probabilmente tracciò la linea di demarcazione fra i suoi amici, e i suoi molti nemici. Venne licenziato perché le sue investigazioni trovavano sempre riscontri e lui le pubblicava, sempre, chiunque fosse l’editore, tanto più se si trattava di uno dei cavalieri del lavoro di Catania, indicati in più procedimenti come collusi, protettori e protetti da Cosa Nostra.
Se ne andò, allora, Fava con un gruppo di quei giovani che avevano costituito la sua redazione e fondò una cooperativa. «Radar?» «E cosa vuol dire? «Suona bene.»
Venne poi quel 3 settembre 1982, e in via Carini morirono il generale Dalla Chiesa, la moglie e il loro agente di scorta.
Fava raduna i suoi ragazzi «arriva in redazione e fa: «Ragazzi si fa il giornale. Quando? Con quali soldi? Io faccio il pezzo sulla procura? Come lo chiamiamo? ...». 
fava-disegnoLa vigilia di Natale esce in edicola I Siciliani e va esaurito in tre ore.
Attacco frontale. In copertina: I quattro cavalieri dell’apocalisse. Argomento di punta: i cavalieri del lavoro di Catania e l’editoriale di Fava.

Per parlare dei cavalieri di Catania e per capire cosa essi effettivamente siano, protagonisti, comparse, o semplicemente innocui e spaventati spettatori della grande tragedia mafiosa che sta facendo vacillare la Nazione, bisogna avere perfettamente chiara la struttura della mafia negli anni Ottanta, nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i politici. E per meglio intendere tutto bisognerà prima capire e identificare le prede della mafia.

Non si può non leggere il collegamento con quanto il generale Dalla Chiesa, prefetto a cui vennero negati i pieni poteri, aveva dichiarato al giornalista Giorgio Bocca in un’intervista, poco tempo prima di venire assassinato.

Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?

E sulla reale struttura della mafia Fava intervenne nella trasmissione condotta da Enzo Biagi, Filmstory, in quella che sarà la sua ultima apparizione pubblica, il 29 dicembre 1983.

C’è un’enorme confusione sul problema mafia. ... I mafiosi veri stanno in ben altri luoghi, in ben altre assemblee; i mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono banchieri, sono quelli ai vertici della Nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo...
Insomma non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la piccola taglia sulla tua piccola attività: questa è roba da piccola criminalità che ormai abita in tutte le città italiane ed europee. Il problema della mafia è molto più tragico ed importante, è un problema di vertice della Nazione che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale l’Italia.
... Oggi i mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono esecutori. Non so, si fanno i nomi - io non li conosco - i nomi dei fratelli Greco. Si dice che siano i padroni della mafia, quelli delle cosche vincenti, i viceré. ... Ci sono gli altri a fianco di loro, ci sono degli altri che contano infinitamente di più.
Cioè, i fratelli Greco, lasciando stare se siano grandi malviventi o grandi innocenti, perché questo lo stabilirà il magistrato, non potrebbero essere dei mafiosi se non ci fosse dietro qualcun altro che consentisse loro di esserlo.

Però la mafia, in Sicilia, si vive, si respira, entra nelle case e determina le scelte di vita o di morte. E questo Fava lo scrive e lo recita. A tinte forti, con passione sensuale e impeto drammatico descrive la miseria che corrode l’anima degli innocenti, dei diseredati, dei disperati. I suoi romanzi ti trascinano con violenza nella miserabile condizione umana dei contadini, dei minatori, delle maestrine, delle prostitute, dei banditi... Tutti tentano di ribellarsi, ma non fanno mai a tempo, perché inesorabile giunge la morte, anch’essa cruenta. Ma non c’è scampo nemmeno per il politico untuoso o per il signorotto prepotente, il dramma umano non fa differenze.

Mi batterò sempre per cercare la verità in ogni luogo ove ci sia confronto fra violenza e dolore umano. E per capire il perché.

E ancora.

Chi non si ribella al dolore umano, non è innocente.

Sulla stessa linea la scrittura teatrale.

fava-inchiesta-miniereNel mio teatro io racconto di personaggi concreti, che parlano in modo concreto. Io voglio restare dentro la verità.
Teatro «come forma d’arte ... deve commuovere, emozionare, divertire. Poi una volta raggiunto questo obiettivo, cioè di portare la gente al teatro, a tutta questa gente si deve trasmettere il messaggio o, comunque, una emozione d’arte che è qualcosa di più dello spettacolo».
Insomma, l’emozione come veicolo di risveglio e di richiamo forte e disperato ad una presa di posizione.

Non riuscirete a cambiare niente, né a salvare questa nazione, né a renderle veramente giustizia, perché la giustizia va fatta prima che violenza e assassinii si compiano.

Questa straordinaria lirica è tratta dalla sua ultima opera teatrale «L’ultima Violenza», un grande successo, così come lo ottenne quasi tutta la sua produzione letteraria, la cui intima essenza ci è restituita dalle parole stesse dell’autore.

Non nasce da una formula ripetitiva né tanto meno da una interpretazione esplicativa della prima pièce (La violenza), perché ha la sua genesi da una serie di fenomeni, che in un crescendo pauroso, hanno segnato i nostri anni di piombo e hanno la loro cifra peculiare nel torbido e sanguinoso intreccio tra mafia, camorra, terrorismo, con un’orchestrazione in cui il tragico direttore d’orchestra è il Potere.

Combattere per amore. Forse questo era il suo motore. Appassionato e infaticabile, sembrava che il tempo non gli bastasse mai, scriveva incessantemente, lavorava a più opere contemporaneamente, alternando al suo autentico innamoramento per la vita in tutti i suoi aspetti: le donne, l’arte, la musica..., momenti di sconforto ai quali però, lo sapeva bene, non avrebbe mai potuto abbandonarsi.

E’ così difficile continuare a lottare... talvolta mi sento sfinito, mi tremano le mani... tu li vedi attorno a te con quegli occhi pieni di collera, per un momento sembra che essi siano disposti con te a capovolgere il mondo e ti senti centuplicare la forza e la passione... Ma improvvisamente essi si disperdono... Tu li chiami a raccolta ma non ti risponde nessuno... Tu hai citato le parole della Bibbia e ti accorgi ora che non hanno capito niente... Ma come è possibile? Come è possibile che essi non vedano il dolore, la povertà... milioni di esseri umani che muoiono nel mondo per il bisogno e la violenza... Ma davvero è possibile che in ogni angolo del mondo non ci siano uomini disposti a lottare...? ... a lottare! Altrimenti a che serve essere vivo?

Giuseppe Fava è figlio di quella terra di Sicilia, la nostra terra antica, forte, suprema che non è solo terra di mafia e di morte. Al «grande male», a Cosa Nostra e ai suoi alleati, i colletti bianchi, i politici, si contrappone il «grande bene» di cui, certamente, Giuseppe Fava è un simbolo, un vessillo di libertà e giustizia eterne.
fava-belice-terremotatiNon una meteora, ma una stella fissa, non un punto su una retta, ma un punto su un volume.
Pippo Fava è uno dei pionieri della nuova rivoluzione siciliana e nazionale, della nuova resistenza, ora più che mai necessaria per abbattere, anche a costo della vita, i nuovi regimi totalitari, non meno sanguinari e violenti del passato. Anzi peggiori, perché, con la maschera della democrazia e le loro alleanze mafiose, vogliono privare della giustizia della pace e dell’amore il futuro delle generazioni a venire.

Un anno dopo Dalla Chiesa

di Giuseppe Fava

Sulla sua scrivania, in redazione, hanno ritrovato gli appunti sui quali stava probabilmente lavorando per il pezzo che sarebbe dovuto uscire sul numero di gennaio de I Siciliani. Lo pubblichiamo, non solo come documento storico, ma perché il suo contenuto è di impressionante e, allo stesso tempo, sconcertante attualità.

1. Le indagini bancarie sui patrimoni mafiosi?
    Fu il motivo per cui probabilmente Dalla Chiesa fu ucciso.
    Quante ne sono state fatte. Contro chi? Quali risultati.

2. Nel 1981-92 furono uccisi a Palermo n° ... di persone.
    Nel 1982-83 quanti...

3. Le infamie accadute in questi 12 mesi

assoluzione dei presunti assassini di Basile
buffonata del superteste
Nessun esito sulle indagini per Dalla Chiesa
Assassinio capitano carabinieri
Assassinio Chinnici

fava-appunti-original

4. Gli uomini che entrano nell’occhio del ciclone sono stati ricacciati, riammessi al loro posto, nel palco delle feste patriottiche

5. La mafia spara nel mucchio secondo lo sperimentato metodo terrorista: noi uccidiamo un giudice non perché egli sappia più degli altri, ma per ammonire tutti quegli altri giudici che sarebbero tentati di saperne più degli altri

6. Depistamento con la fuga delle notizie. O almeno solo di quelle che possono creare confusione

7. La mafia ha dimostrato di poter uccidere chiunque voglia. D’altro canto una organizzazione che, dal solo traffico della droga amministra ogni anno circa centomila miliardi, un bilancio più imponente dell’intero bilancio italiano, può organizzare perfettamente qualsiasi tipo di delitto. Un tempo usava fucili e lupare, pistole, mitra, cariche di plastico. Ora usa i mitra più sofisticati, le bombe a mano, le auto esplosive.
Quando riterrà utile e opportuno userà mortai e bazooka, elicotteri. La mafia, oltre alla droga, comincia a dominare anche il mercato clandestino delle armi, può trasportare da un paese all’altro carri armati e aerei da combattimento. Se fosse indispensabile potrebbe uccidere in qualsiasi momento anche il capo dello Stato, il Papa o il Presidente degli Stati Uniti. Pretendere che un giudice, un piccolo uomo coraggioso, con otto uomini di scorta, possa sgominare un apparato mafioso è pura follia.

Un giudice, anche il più umile, il più solo, il più abbandonato, il più indifeso, senza scorta, senza senza protezione ha una solo arma, però invincibile: la possibilità, con una firma di portare qualsiasi altro uomo dinanzi alla giustizia.

Sono necessari freddezza, coraggio, coscienza di rappresentare una nazione, cioè un concetto altissimo di vita, e soprattutto decisione estrema, cioè la volontà di avere questa forza e questa rapidità essenziale della decisione. Un giudice, il più coraggioso e onesto dei giudici, che con questa ultima dote umana, che esita, che cavilla, che aspetta è un giudice condannato a morte. C’è pronto un funerale di Stato per lui.  
La mafia non uccide il giudice che ha rinviato a giudizio gli assassini, ma il giudice che tiene le prove nel cassetto e da un momento all’altro può spiccare il mandato di cattura. 
La storia siciliana è segnata da giudici uccisi così.

Mappa dell’assassinio

Pio La Torre - sapeva che alcune banche erano le grandi complici voleva la legge che autorizzasse le indagini. 

Dalla Chiesa - come Pio La Torre. Aveva anche individuato chi erano o potevano essere i grandi padroni politici e finanziari.

D’Aleo - conduceva indagini su droga-finanza politica.

Ciaccio Montalto - aveva messo le mani nei segreti bancari.

Rocco Chinnici - probabilmente sapeva nomi, le complicità stava cercando le ultime prove.

L’ipotesi ufficiale, mai smentita, nemmeno a livello di vertici giudiziari, è che il giudice Rocco Chinnici sia stato assassinato nel modo atroce che sappiamo, coinvolgendo nella strage decine di vittime innocenti fra cui, persino dei bambini, una ferocia senza precedenti nella pur ferocissima storia mafiosa, perché il giudice Rocco Chinnici doveva assolutamente morire. E doveva assolutamente morire perché stava per svelare i cosiddetti inviolabili santuari della mafia, cioé i grandi capi, i misteriosi personaggi che dominano l’impero mafioso e ne garantiscono potenza e invulnerabilità. Tale ipotesi, se resta ipotesi, se cioè non viene immediatamente seguita dai nomi, rappresenta una autentica infamia.
E’ un anno, dall’assassinio del generale Dalla Chiesa che puntualmente ad ogni nuovo e più terrificante delitto viene gettata in pasto alla pubblica opinione sgomenta questa ipotesi: il segretario regionale del PCI ucciso perché aveva imposto la legge sulle indagini bancarie che avrebbe consentito di identificare i grandi capi del santuario mafioso; Dalla Chiesa assassinato perché era già riuscito a identificare gli intoccabili della finanza e della politica che muovevano le sorti; il giudice massacrato perché era sul punto di spiccare i mandati di cattura contro gli invulnerabili padroni delle banche mafiose; nelle quali vengono riciclate le decine di migliaia di miliardi della droga; il capitano D’Aleo, trucidato insieme a tre carabinieri poiché era giunto alla identificazione alle relative prove contro gli invisibili manager mafiosi che dai loro uffici di presidenti e dalle segreterie politiche dirigono l’esercito insanguinato della mafia alla conquista dell’intera società; persino in occasione degli ordini di cattura spiccati dal giudice Falcone contro quattordici persone accusate d’aver organizzato e portato a termine l’assassinio di Dalla Chiesa. Si disse e scrisse ufficialmente che quelli erano però soltanto i lazzaroni della mafia, i manovali, gli esecutori del delitto e che invece i mandanti i grandi padroni del denaro e del pubblico potere erano altri, perfettamente identificabili nel rapporto che i carabinieri avevano consegnato alla magistratura.
In un anno la catena tragica dei cadaveri eccellenti la sfida della mafia che cresce in sprezzante violenza, il povero Pertini che viene trascinato ogni volta a Palermo, sempre più vecchio, sempre più stravolto, più disperato a piangere sulla spalla di vedove e orfani, la folla palermitana che gremisce il grande tempio delle sequie, piange e grida di sdegno, applaude a quelle misere bare con le quali uomini coraggiosi scompaiono dalla vita, i capi di governo, ministri, sottosegretari, deputati, sindaci, vestiti elegantemente di blù, la faccia pallida di emozione e paura, stretti in un gruppo dietro le bare e la folla che li attende inferocita all’uscita del tempio per insultarli, sempre più stancamente con sempre più disperata tristezza anche la folla.
Sempre quelle ipotesi e mai è successo niente.
Chi sono costoro. Tutti possono essere.

I tre livelli mafiosi. E’ storia vecchia. Ora ci vogliono le prove. Citare libro. Un grande processo indiziario? Si può essere mafiosi senza avere violato una sola norma del codice penale addestrato o comunque perfettamente pilotato.
Terza parte. Il colpo di genio. Pilotato già pronto da mesi, da qualche parte sbuca fuori un superteste il quale afferma, conferma, sostiene, informa, fa capire di conoscere gli esecutori dell’assassinio e quindi di poter condurre ai loro mandanti.
Una volta è un povero maniaco di Bergamo il quale viene appunto in palma di mano ai mass media, ha visto in faccia i killer e li ha riconosciuti. Qualcuno gli ha insegnato anche nomi e volti in modo che la sua confessione sia verosimigliante, sulla sua serietà incredibilmente giurano perfino ufficiali dei carabinieri, per due mesi tre mesi tutta l’inchiesta è guidata da questo personaggio fin quando si scopre (per riconoscere un idiota dovrebbero bastare trenta secondi) che è un imperfetto imbecille così imbecille che non ha nemmeno capito, e quindi nemmeno può rivelare, chi lo ha manovrato come un burattino. Un’altra volta è un arabo, sapeva tutto dell’organizzazione dell’assassinio Chinnici, è un trafficante di droga che fa il confidente, le versioni sono fantastiche, i killer esperti in attentati al tritolo sono venuti dal Medioriente, anzi da Beirut, la gente s’incazza ma come a Beirut non ci sono i bersaglieri? alla fine l’arabo viene messo in libertà, pare che non commerci in droga, sia un ambulante di stuoie e collanine.
fava-giuseppe-rom-guerr Stavolta i nomi si fanno, i protagonisti della mafia vincente e perdente, personaggi già braccati per una trentina di omicidi a testa, perseguiti dalla ipotesi di una decina di ergastoli ciascuno. Uno più, uno meno. Intanto sono passate settimane e mesi, c’è la crisi della lira, le ferie selvagge, il nuovo campionato di calcio, Luvanor, Zigo, Cerezo cominciano le battaglie sindacali dove ogni povero cristo ha da difendere il suo peculio, l’estate finisce, piogge, alluvioni, ci sono stati altri cinquanta omicidi a Napoli, settanta, Biagi, Montanelli, Bocca hanno scritto altri venti articoli sulla differenza tra mafia e camorra, chi era Rocco Chinnici, gli arabi supertestimoni si sono palesati venditori ambulanti di collanine e tappeti, altri venti o trenta giudici coraggiosi hanno pensato che tutto sommato sicuramente vivere è sempre meglio che fare improbabile giustizia, oltretutto si fa carriera. Qualcuno  ...

Anna Petrozzi e Giorgio Bongiovanni

(Gli appunti presentano refusi come da originale)


Attenti a voi padroni della terra, sovrani che avete palazzi sulla cima della montagna, per la vostra avidità e superbia, un giorno i poveri della terra vi cercheranno per uccidervi e il sole diventerà rosso per il vostro sangue.

Dal libro dell’Apocalisse, prefazione al romanzo «Prima che vi uccidano»

Articolo tratto da ANTIMAFIADuemila N° 19

DOSSIER
Parole di Pippo Fava: ''I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri...''




L'INTERVISTA INTEGRALE DI ENZO BIAGI A GIUSEPPE FAVA




LA TRASCRIZIONE INTEGRALE DELL'INTERVISTA

Fava: I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo…, cioè non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale. Questa è roba da piccola criminalità che credo faccia parte ormai, abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico e più importante, è un problema di vertice della gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l'Italia.

Biagi: E’ vero che la realtà spesso supera la fantasia?
Fava: Sì anche perché dalle mie esperienze personali mi sono trovato quasi sempre di fronte a fatti, fenomeni, personaggi che io non avrei osato a volte nemmeno immaginare. Se tu vuoi io posso citare…

Biagi: Io voglio, sì sì.
Fava:  Tu forse conosci la storia di Placido Rizzotto.

Biagi: Sì.
Fava: Placido Rizzotto era un sindacalista pazzo, pazzo alla maniera nobile del termine, il quale si illudeva negli anni ’40-’50 di poter redimere i poveri di Corleone e come un pazzo andava all’occupazione delle terre con delle bandiere tricolore, con delle bandiere rosse guidando folle di contadini affamati per l’occupazione del latifondo. Evidentemente era un uomo che dava molto fastidio al potere, alla proprietà, al padrone perché in effetti espropriava le terre sia pure abbandonandole, costretto ad abbandonarle perché non c’era acqua, non c’erano strumenti di lavoro, non c’erano case. Però era un uomo che gettava il seme della rivolta in un luogo, in una terra, in un territorio dell’isola che era stato sempre tradizionalmente dominato dalla mafia. E accanto a lui (ecco la cosa stupefacente) camminava, correva (perché i rivoluzionari corrono secondo tradizione) dietro alle bandiere rosse, alle bandiere tricolore seguiti da queste torme di contadini una ragazza che il mito descrive scarmigliata, bella, alta, bruna come le siciliane, come una Anita Garibaldi. Ed era la sua fidanzata, si chiamava Leoluchina Sorisi. Lavorava con lui, si batteva con lui,  lottava con lui, occupava le terre insieme ai contadini finchè un giorno Placido Rizzotto scomparve.
Placido Rizzotto è uno degli eroi dimenticati. Io qui vorrei fare una piccola parentesi e ti chiedo scusa ancora. Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da trenta secoli contro la mafia, lottano alla loro maniera naturalmente. Il fatto è che tutti gli uomini che sono caduti negli ultimi tre o quattro anni sono tutti siciliani. Gli eroi della lotta contro la mafia sono tutti siciliani con l’esclusione di Dalla Chiesa soltanto, il quale tutto sommato era anche lui un siciliano perché era stato a comandare i carabinieri di Palermo per tanto tempo. Ecco Placido Rizzotto era uno di questi eroi siciliani che spesso vengono dimenticati dall’opinione pubblica italiana. Placido Rizzotto scomparve, morì come credo nessuno sia morto, nel modo più orrendo possibile. Venne precipitato in fondo ad una spelonca del monte Busambra, un precipizio, una voragine di 300-400 metri e ritrovato dopo due anni. Venne precipitato giù vivo ed incatenato, cioè morì di fame e divorato dalle bestie della campagna. Quando i carabinieri e gli speleologi tirarono su questi miserabili resti umani, che vennero credo identificati attraverso una catenina che ancora quei resti avevano al collo, era presente Leoluchina Sorisi che riconobbe il cadavere e disse (riferiscono le cronache di allora) sicilianamente una cosa molto bella che io da siciliano non condivido ma che poeticamente amo: “Di chi lo uccise io mangerò il cuore”. Passò del tempo. Si seppe che l’assassino o comunque il mandante dell’assassino (o si ritenne di sapere che il mandante dell’assassino) era Luciano Liggio il quale era il Napoleone della mafia, il potere insorgente della mafia ed era inafferrabile, era una primula rossa. Beh, Luciano Liggio venne catturato in casa di Leoluchina Sorisi, nel letto di Leoluchina Sorisi, accudito e curato da questa donna. Non che ci fosse un rapporto umano. Però era nella sua casa. Io ho cercato questa donna, l’ho cercata a Corleone, l’ho cercata dovunque, da tutte le parti, non l’ho trovata più. Ecco qui la realtà va oltre qualsiasi immaginazione. Perché una donna che è innamorata di un uomo, che assiste alla sua fine e ama anche la sua maniera di morire, poi può far tenere dentro la propria casa e curarlo, accudirlo e nasconderlo l’uomo che si presume lo abbia ucciso?  

Biagi: Tu hai fatto una conoscenza diretta del mondo della mafia come giornalista?
Fava: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell'una e dell'altra parte attraverso quelle che erano le cronache, le inchieste, le indagini che andavamo conducendo e che puntualmente abbiamo riferito sui nostri giornali.

Biagi: Chi ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi per esempio? Sono cambiati?
Fava: Un uomo sì. C'è un abisso (anche questa è una grande confusione che si fa) tra la mafia qual era vent'anni fa, quindici anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, ho avuto (con molta ironia lo dico) l'onore di essere stato l’unico ad intervistare Genco Russo, ad avere da lui un memoriale da lui firmato che iniziava con ''Io sono Genco Russo, il re della mafia''. Genco Russo era un uomo che governava il territorio di Mussomeli dove, da vent'anni, non c'era non dico un omicidio ma uno schiaffo. Non c'era un furto, dove tutto procedeva nell’ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale governava un territorio ed aveva una forza straordinaria che il mondo di allora non poteva ignorare, governava 15, 20 mila, 30 mila, 40 mila voti di preferenza di una parte della provincia. Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinante perché bastava che Genco Russo spostasse non da un partito all'altro, ma anche all'interno dello stesso partito quella massa di voti per determinare la fortuna o l’infelicità di un uomo politico. Ecco perché poteva andare alla Regione siciliana e spalancare con un calcio la porta degli assessori: perché lui era il padrone. Poi dopo la società corse avanti, si modificò tutto ed i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo. I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori, anche al massimo livello. Si fanno i nomi (non lo so, io non li conosco personalmente) dei fratelli Greco. Si dice che siano i mafiosi vincenti a Palermo, i padroni della mafia, i governatori della mafia, i vicerè della mafia. Non è vero: sono anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro e fanno quello che gli altri…non lo so, io adesso parlo di persone che sono incensurate, quindi presumo secondo l’accusa.

Biagi: L’America, i nostri compatrioti all’estero che parte giocano in tutta la faccenda?
Fava: La loro parte è senza dubbio importante, cioè loro sono gli apportatori di masse di denaro incredibili. Io ritengo che la loro parte soprattutto sia in quello che oramai è l’argomento fondamentale della strategia mafiosa, cioè il mercato della droga. Io ho fatto delle indagini piuttosto sommarie debbo dire che può fare chiunque. Mi sono reso conto di quella che attualmente è la struttura finanziaria della mafia. Questi sono degli studi che chiunque può leggere. Esistono attualmente al mondo circa 100 milioni di drogati. La cifra è molto più alta, ma ufficialmente sono quelli. Un milione dei quali muoiono ogni anno per overdose. Dieci milioni restano definitivamente inabili a qualsiasi attività umana. Gli altri 90 milioni che restano vengono continuamente aumentati di numero eccetera. Si presume che consumino questi cento milioni di persone (che vivono soltanto nel mondo occidentale) dalle 15 alle 20 mila lire di droga al giorno. Secondo calcoli piuttosto banali, piuttosto facili (basterebbe una macchinetta) si tratterrebbe di qualcosa come 100 mila miliardi l’anno, i quali vengono manovrati quasi esclusivamente dalla mafia. Ora io mi sono posto questa domanda che credo si sia posta qualsiasi persona costretta per motivi professionali o per passione politica oppure per pura umanità ad interessarsi del problema. Un'organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l'anno,  più, se non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano, in condizione di armare degli eserciti, in condizione di possedere delle flotte, di avere una aviazione propria. In effetti sta accadendo che la mafia si sia ormai pressocchè impadronita, almeno nel medio oriente, del commercio delle armi, del mercato delle armi. Ecco gli americani contano in questo. Però neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia come mafiosi se non ci fosse il potere politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che di questi centomila miliardi, un terzo, un quinto resta in Italia e bisogna pure impiegarlo in qualche modo, bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E allora ecco le banche, le banche nuove, questo pullulare, questo proliferare di banche nuove dovunque che servono per riciclare. Il Generale Dalla Chiesa lo aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, quella che lo portò alla morte. Era dentro le banche che bisognava frugare perchè lì c’erano  decine di migliaia di miliardi insanguinati che venivano immessi dentro le banche e ne fuoriuscivano per andare verso opere pubbliche. Ritengo che molte chiese siano state costruite con appalti avuti da denari mafiosi insanguinati.

Biagi: Il padrino è quello raccontato da Mario Puzo o è un altro tipo?
Fava: Sì in parte penso di sì. E’ un uomo saggio e crudele, il quale ha saggezza su tutto e una crudeltà senza limiti, disposto ad ammazzare o a fare ammazzare anche il figlio se dovesse essere il caso. Per il mafioso è una causa. Per Genco Russo la mafia era una causa. Per il mafioso moderno nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi, i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze. Questo è un dato che spesso viene trascurato. L’uomo politico non cerca attraverso la mafia soltanto il potere, cerca anche la sua ricchezza personale, perché dalla ricchezza personale deriva potere e deriva la possibilità di avere sempre quei 150 mila, 200 mila voti di preferenza. Perché purtroppo la struttura della nostra civiltà politica è questa. Chi non ha soldi 150 mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai.

Biagi: Una volta si diceva che la forza dei mafiosi era la capacità di tacere. E adesso?
Fava: Io sono d'accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquistato una tale impunità da essere diventata perfino tracotante. Le parentele si fanno ufficialmente. Sì certo, si cerca di tirar fuori le mani, di tenerle in alto quando c’è qualcuno che sta per essere ammazzato, l'alibi personale, l’alibi morale. Ma non credo ci sia questa paura, questa necessità di far silenzio. Io ho visto molti funerali di Stato. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto, quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.

Biagi: Come sono le donne dei mafiosi?
Fava: Quasi inesistenti. Io non ne ho conosciuta alcuna. Ho conosciuto le donne delle vittime dei mafiosi e loro sono delle donne straordinarie.

Biagi: Cosa vuol dire essere ''protetti'' secondo il linguaggio dei mafiosi?
Fava: Essere “protetti” significa poter vivere dentro questa società. Ho letto un'intervista esemplare nei giorni scorsi a quel signore di Torino che ha corrotto tutto l'ambiente politico torinese. Diceva una cosa fondamentale. E’ una legge mafiosa che è stata esportata, è venuta su dalla Sicilia, fa parte ormai della cultura nazionale: non si fa niente in Italia se non c’è l'assenso del politico e se il politico non è pagato. Ecco noi viviamo in questo tipo di società e in questo tipo di società la protezione è indispensabile se qualcuno non vuol condurre la vita da lupo solitario. Che può essere anche una scelta, può essere anche affascinante, essere soli nella vita e non avere né aderenze né protezione da alcuna parte, orgogliosamente soli fino all'ultimo. Questa può essere una scelta, ma 60 milioni di italiani non potranno farlo.

Biagi: Non hanno questa vocazione alla solitudine. Secondo voi cosa bisognerebbe fare per eliminare questo fenomeno? Fava.
Fava: Tu fai una piccola domanda che avrebbe bisogno di una enciclopedia. Posso dirti soltanto che a mio parere tutto parte da una assenza dello Stato e dal fallimento della società politica italiana. Bisogna ricominciare da lì. Forse è necessario creare una seconda Repubblica in Italia. E’ tempo di creare una seconda Repubblica che abbia delle leggi e una struttura di democrazia che eliminino il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso o della sua avidità o della ferocia degli altri o della paura o comunque in ogni caso che possa essere soltanto un professionista della politica. Tutto nasce da lì, dal fallimento della politica e degli uomini politici, della nostra struttura politica e forse della nostra democrazia così come noi l’abbiamo in buona fede appassionatamente costruita e che ci si sta sgretolando fra le mani. Dovremmo ricominciare da lì.

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