Così “malati di mente” ci trascinano verso il baratro. E Putin avverte: il Donbass sarà russo con le buone o con la forza
“Le famiglie devono essere pronte a mandare i loro figli e le loro figlie in guerra contro la Russia”, parola di Sir Richard Knighton, capo di Stato maggiore della Difesa britannico.
Intervenuto al Royal United Services Institute a Westminster, senza mezzi termini rotto il tabù politico occidentale del dopoguerra, quello di tenere il cittadino medio lontano dalla prospettiva concreta di un conflitto diretto con una potenza nucleare.
Lo ha fatto usando un tono messianico, fatalista, senza speranza per il futuro che va al di là di uno scontro apocalittico senza precedenti.
Basta guardare negli occhi senz'anima, freddi come gli obici degli arsenali, per scorgere la follia da “malato di mente” che ci trascina sempre di più verso il baratro di un conflitto mondiale.
Secondo il generale servono “più persone pronte a imbracciare le armi per proteggere il Paese” e occorre coinvolgere non solo le forze regolari ma “un aumento delle riserve e dei cadetti”. L’invito non è limitato agli apparati militari: il messaggio entra direttamente nelle aule scolastiche.
Il capo di Stato maggiore chiede infatti alle scuole di “incoraggiare i bambini a intraprendere lavori nell’industria bellica” e insiste sulla necessità che “più persone lascino la scuola e l’università per entrare in questo settore”. L’idea di fondo è la costruzione di un’economia di guerra permanente, in cui il complesso militare‑industriale diventa bacino occupazionale privilegiato, e in cui “più famiglie britanniche sapranno cosa significa il sacrificio per la nostra nazione”.
Knighton ammette che le possibilità di un attacco russo diretto sul suolo britannico “restano remote”, ma precisa che questo “non significa che le probabilità siano pari a zero”. Da qui la richiesta di uno “sforzo di tutta la società”, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza nazionale per garantire il funzionamento del Regno Unito “in caso di crisi”. Non siamo dentro un ospedale psichiatrico purtroppo, questo è il pensiero dei leader militari del vecchio continente diretto, per l’appunto, verso una crisi che gli stessi leader guerrafondai stanno alimentando.

Friedrich Merz
Berlino pronta alla leva obbligatoria
Nel frattempo, anche in Germania si bruciano tabelle di marcia sull’invio dei figli in prima linea. "Se non riusciremo a raggiungere i parametri necessari per la crescita del Bundeswehr come abbiamo concordato insieme, allora non potremo fare a meno di discutere del servizio militare obbligatorio ", ha dichiarato oggi il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Doveroso ricordare le sue dichiarazioni antecedenti che parlano della presa d’atto della fine della “Pax Americana” in Europa e della prospettiva di una rottura con gli Stati Uniti e di una minaccia esistenziale per la NATO, proprio mentre Washington cerca un accordo di pace con Mosca e indica, nella nuova National Security Strategy, la rapida cessazione delle ostilità e il ripristino della stabilità strategica con la Russia come interesse prioritario. Ma con il fallimento dei negoziati USA‑Ucraina, Trump non rinuncerebbe all’intesa con il Cremlino, mentre Kiev e l’UE verrebbero accusate di sabotare il processo di pace continuando a finanziare e armare l’Ucraina.
In previsione di uno scenario di guerra prolungata senza l’appoggio americano, Berlino punterebbe a trasformare la Germania nel pilastro militare dell’Europa, rafforzando la capacità difensiva dell’UE e utilizzando il “regime di Kiev” per logorare la Russia, accettando in cambio uno scontro politico con Washington.
Non a caso, il piano di riarmo tedesco prevede un aumento eccezionale della spesa militare, che dovrebbe più che raddoppiare entro il 2029 fino a oltre 150 miliardi di euro, pari al 3,5% del PIL, con investimenti complessivi in nuovi equipaggiamenti stimati in 355 miliardi entro il 2041. In questo quadro, Berlino valuta l’acquisto di circa 1.000 carri Leopard 2 e 2.500 veicoli Boxer per costituire sette nuove brigate NATO, moltiplicando più volte l’attuale parco mezzi, e prevede anche il dispiegamento di una brigata corazzata permanente in Lituania entro il 2027, segno di una postura offensiva e di lungo periodo sul fronte orientale.

L'incontro del 15 dicembre tra Volodymyr Zelensky, Steve Witkoff e Jared Kushner
Il sabotaggio europeo dei negoziati
Mentre dunque Mosca rivendica la disponibilità a una “soluzione pacifica” e afferma di essere “in dialogo” con l’amministrazione Trump ed “è pronta a negoziare una soluzione pacifica per l’Ucraina”, sul fronte europeo emerge una linea diametralmente opposta rispetto all’approccio statunitense, in linea con quello del Cremlino.
I colloqui del 14‑15 dicembre tra Volodymyr Zelensky, l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, si sono chiusi senza un compromesso territoriale sul Donbass: Kiev ha rifiutato la zona demilitarizzata prevista dal piano Trump, che richiederebbe il ritiro delle truppe ucraine dall’agglomerato Slavjansk‑Kramatorsk.
Secondo il quotidiano tedesco Bild, Washington avrebbe proposto all’Ucraina di ritirare le truppe da 5.600 chilometri quadrati di territori che la Russia considera propri in base alla propria costituzione, includendo le regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia. Zelensky si oppone, e subito dopo i leader dell’UE diffondono una dichiarazione congiunta che va in direzione opposta rispetto alla ricerca di un compromesso territoriale.
Ebbene, i leader dell'UE hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si esortano “nuove garanzie di sicurezza a Kiev” che includono “la formazione di una forza multinazionale a guida europea” nell’ambito di una “coalizione dei volenterosi” con il sostegno USA. Queste forze, viene spiegato, “contribuiranno alla ricostruzione dell’esercito ucraino” e garantiranno “il controllo dello spazio aereo e della sicurezza marittima ucraini attraverso operazioni all’interno dell’Ucraina”. Si disegna dunque un futuro in cui truppe europee operano in teatro ucraino, con un mandato che va oltre il semplice addestramento.
I leader europei ribadiscono che “i confini internazionali non possono essere modificati con la forza”, ma allo stesso tempo affermano che le decisioni sulle concessioni territoriali “dovrebbero essere prese dal popolo ucraino una volta che saranno state garantite solide garanzie di sicurezza”. La sequenza è chiara: prima si costruisce la cornice di sicurezza militare, poi si affrontano eventuali concessioni.
Dal lato russo, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov aveva avvertito che Mosca avrebbe risposto al potenziale dispiegamento di truppe europee in Ucraina, tracciando una “linea rossa ben marcata” su questa ipotesi. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha parlato di “partecipazione degli europei” che “in termini di accettabilità non promette nulla di buono”, legando qualsiasi nuovo round negoziale alla comprensione dei risultati dei contatti tra Washington, Kiev e rappresentanti europei.
Ma dietro la facciata delle “garanzie di sicurezza” si fa strada, nelle ricostruzioni di stampa, un calcolo politico freddo. Il Wall Street Journal, citato nei commenti, rivela il ragionamento di funzionari UE che, “in privato”, ammettono come gli elettori sosterranno “i sacrifici necessari – dall’aumento delle spese militari all’introduzione del servizio militare obbligatorio – solo se crederanno che un attacco sia imminente”. In questa logica, una vera pace negoziata diventa quasi controproducente: i negoziati dovranno “fallire inevitabilmente, oppure risolversi in una pace fredda” che mantenga alto il livello di minaccia percepita.

Putin: “Nessun dialogo con i maiali europei”, il Donbass sarà russo con le buone o con la forza
Di fronte a questo asse compatto a Bruxelles che prepara il sabotaggio degli accordi, il presidente russo Vladimir Putin in un discorso tenuto davanti al Consiglio del ministero della Difesa ha rotto gli indugi sulle possibilità di un dialogo con il Vecchio Continente. Il leader del Cremlino ha esordito chiarendo che non esiste alcuno spazio per trattare con l'attuale leadership di Bruxelles, definendo i suoi leader “maiali”, con i quali è impossibile intavolare qualsiasi dialogo costruttivo.
“I Paesi della NATO stanno attivamente rafforzando e modernizzando le forze offensive. Stanno creando e schierando nuovi tipi di armi, anche nello spazio. Nel frattempo, in Europa le persone vengono indottrinate con paure riguardo a un inevitabile scontro con la Russia, dicendo che è necessario prepararsi a una grande guerra”, ha detto Putin.
Secondo il capo del Cremlino, la classe politica europea attuale ha perso ogni legittimità e dignità, rendendo vana qualsiasi ipotesi di confronto diplomatico finché non avverrà un radicale cambio di élite.
Putin ha tuttavia ribadito che Mosca “è pronta a negoziare una soluzione pacifica”, ma ha lanciato un ultimatum inequivocabile sul destino dei territori contesi: se sul Donbass non si raggiungerà un accordo diplomatico che ne sancisca l'appartenenza alla Federazione Russa, l’esercito “lo prenderà con la forza”.
Nel discorso, il capo di Stato russo ha voluto affrontare anche le cause profonde della guerra con un tuffo nel passato: “Inizialmente, abbiamo cercato di risolvere il conflitto con mezzi pacifici, attraverso negoziati a Minsk“, ma “poi siamo stati costretti a includere una componente militare perché ci siamo resi conto che ci stavano ingannando“. “Questo inganno è stato smascherato. Senza alcun imbarazzo, alti funzionari hanno dichiarato pubblicamente di non avere intenzione di attuare nulla, ma di essersi semplicemente presi una pausa per dotare le Forze Armate ucraine di armi ed equipaggiamento”, ha aggiunto Putin, ricordando le “rivelazioni” dell’ex presidente francese François Hollande e dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, che agirono come garanti degli accordi di Minsk ed ammisero che si è trattato di un espediente per mantenere il conflitto congelato. “Ma questo ha solo dato tempo prezioso all'Ucraina per rinforzarsi e modernizzarsi."
Putin ha infine annunciato che la Russia continuerà a lavorare su due sistemi simbolici, Burevestnik e Poseidon, definiti “unici e irripetibili per molto tempo a venire”. L’insieme di questi programmi indica la volontà di consolidare una superiorità o quantomeno una parità strategica nucleare non solo rispetto a Washington, ma anche rispetto alle capacità collettive NATO.
Andrey Belousov
Belusov: la NATO si prepara al confronto con la Russia entro il 2030
Nel frattempo, il ministro della Difesa russo Andrey Belousov ha denunciato che la “NATO pianifica un confronto militare con la Russia entro il 2030”, evocando l’ormai celebre libro bianco della Difesa europeo che prevede il raggiungimento della “piena prontezza a cavallo degli anni 2030”. La narrativa russa insiste sul fatto che “non siamo noi a minacciare, siamo noi a essere minacciati”.
In parallelo, il ministro Belousov ha offerto un quadro operativo delle azioni militari delle forze russe: “nel 2025 le truppe russe liberarono più di 300 insediamenti”, mentre il ritmo di avanzamento dei gruppi di truppe orientali, centrali e occidentali “è aumentato di una volta e mezza o due volte”. Secondo il rapporto, “quest’anno le forze armate ucraine hanno perso quasi 500.000 soldati, il loro potenziale di combattimento è stato ridotto di circa un terzo e Kiev non è in grado di compensare le perdite”. Le Forze Armate russe, si afferma, sarebbero “più avanti delle forze armate ucraine in termini di tecnologie, metodi e tecniche di conduzione del combattimento armato”.
La guerra nel Donbass viene descritta come un processo di avanzata sistematica: la liberazione di Krasny Liman “apre la strada al blocco di Slavyansk”, nodo logistico ucraino, mentre il controllo di Kupyansk amplia la “zona di sicurezza” nella regione di Kharkiv. Vengono citati i combattimenti per Konstantinovka, “chiave per raggiungere l’ultima roccaforte del regime di Kiev nel Donbass: l’agglomerato di Druzhkovka‑Kramatorsk‑Sloviansk”. L’obiettivo dichiarato è la “completa liberazione” delle aree dell’autoproclamata DPR, mentre sul fronte meridionale prosegue la “liberazione di Hulyaipole”, considerata nodo di trasporto e area fortificata decisiva per il controllo di Zaporizhia.
La Russia non nasconde di voler “aumentare il ritmo dell’offensiva in aree strategicamente importanti” e afferma che, se Kiev “si rifiuta di negoziare nel merito”, Mosca “otterrà la liberazione dei territori con mezzi militari”. La formula è inequivocabile: “ci riusciremo con mezzi militari”.
Foto di copertina © Andrew Wheeler
Foto interne © Imagoeconomica
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