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di Giorgio Bongiovanni 

Le gravi omissioni del Procuratore capo di Caltanissetta in Commissione

Nella giornata di ieri davanti alla Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, è stato sentito il Procuratore capo di Caltanissetta Salvatore De Luca. Una lunga audizione che, pur nella consapevolezza che non ha ancora avuto fine, non esitiamo a definire vergognosa per modalità e contenuti. 
Da tempo la Commissione antimafia sta conducendo un'attività depistante sulla ricerca della verità delle stragi non solo attraverso un'opera di parcellizzazione ed atomizzazione dei fatti (scollegando gli attentati del 1992 da quelli del 1993), ma soprattutto concentrandosi sulla strage di via d'Amelio ed in particolare sull'inchiesta “Mafia-appalti” come causa madre della morte del giudice Paolo Borsellino.
Al di là delle giustificazioni iniziali ("Oggi parlerò principalmente del cosiddetto filone mafia e appalti, perché abbiamo ottenuto i migliori risultati proprio in questo filone di indagine. Gli altri filoni sono ancora in corso in una fase in cui è necessario attendere l'esito di ulteriori accertamenti prima di potere delineare una ipotesi sufficientemente suffragata della Pubblica accusa") il Procuratore capo ha dimostrato di essere totalmente appiattito sulla linea di governo.
Allo stato attuale, nell'ambito dell'inchiesta sul presunto insabbiamento dell'indagine su "mafia e appalti", sono indagati per favoreggiamento alla mafia, l'ex procuratore aggiunto di Palermo, poi procuratore a Reggio Calabria e a Roma, Giuseppe Pignatone; l'ex sostituto procuratore a Palermo, Gioacchino Natoli e il generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti. 
Il Procuratore capo nisseno, accompagnato dai colleghi Claudia Pasciuti e Davide Spina, senza mai chiedere la secretazione dell'audizione, non si è limitato ad esporre gli elementi di sviluppo investigativo, ma ha di fatto prospettato le proprie conclusioni investigative. 
Nel suo intervento sono stati chiamati in causa i magistrati dell'epoca parlando di "comportamenti inopportuni che possano avere indotto i mafiosi a pensare che la procura di Palermo avesse un vertice malleabile", ancor prima che le stesse indagini si siano tradotte in un atto giudiziario (sia esso una richiesta di rinvio a giudizio o un'archiviazione). Una scelta quantomeno irrituale. 
Al di là degli elementi riferiti dal Procuratore di Caltanissetta nella sua lunga "requisitoria" restano particolarmente gravi le considerazioni specifiche che riguardano la cosiddetta pista nera su Stefano Delle Chiaie, liquidata come uno "zero tagliato" ed "una perdita di tempo", e il grande valore dato all'inchiesta mafia-appalti per spiegare le morti di Falcone e Borsellino ("Riteniamo che la gestione delle indagini su mafia e appalti presso la procura di Pietro Giammanco sia stata la concausa della strage Borsellino e anche di quella Falcone"). 
Così facendo, in un colpo solo, il Procuratore capo Salvatore De Luca ha reso felice la maggioranza di questo governo fascista, i cui parlamentari sono già intervenuti in massa con espressioni di giubilo per l'audizione, e non ha valorizzato tutte quelle prove emerse su mandanti e concorrenti esterni che dimostrano in maniera chiara che le stragi non erano solo una questione di mafia e appalti.
Prendiamo atto che De Luca, ricordando che "uno stragismo di destra storicamente in Italia c'è stato", non ha escluso "che Dalle Chiaie possa avere avuto un ruolo". 
Ed allo stesso modo abbiamo sentito l'affermazione per cui è ancora aperta "una ulteriore pista nera" che è oggetto di approfondimento.
Tuttavia la richiesta di archiviazione delle indagini sull'estremista nero Paolo Bellini (già condannato in via definitiva per la strage di Bologna) dimostra la direzione nefasta che la Procura nissena ha preso.
Ciò avviene mentre il governo fascista vorrebbe far credere all'opinione pubblica che le stragi sono un fatto di mafia, legato all'interesse che Cosa nostra aveva nel mondo degli appalti; che le stragi del 1993 non esistono e se esistono sono slegate da quelle del 1992 (altrimenti in Commissione antimafia si allargherebbero gli orizzonti investigativi); che le responsabilità di depistaggi e mancate verità sono da ricercare solo nella magistratura.


Quale perdita di tempo?

La verità, però, è differente ed il Procuratore De Luca, se davvero vuole ricercare la verità, non dovrebbe omettere gli elementi che dimostrano l'esistenza di mandanti e concorrenti esterni. 
Da giornalisti che da anni si occupano di queste tematiche ci sorgono spontanee alcune domande e in un certo senso chiediamo risposte alla stessa Procura di Caltanissetta. 
Trentadue erano i punti indicati dal Gip di Caltanissetta Graziella Luparello per ulteriori indagini sui mandanti esterni.
Approfondimenti venivano chiesti sulle parole di Cancemi e Brusca sulla necessità di appoggiare da quel momento in poi gli onorevoli Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi. Lo stesso si chiedeva di approfondire anche le dichiarazioni del boss stragista Giuseppe Graviano sia nel processo 'Ndrangheta stragista che le intercettazioni del 2016 in carcere in cui il boss di Brancaccio riferiva al compagno d'ora d'aria Umberto Adinolfi che "Berlusca" gli avesse chiesto una "cortesia".
E poi ancora si chiedeva di valorizzare “l’accertata partecipazione di Pietro Rampulla, appartenente al clan Santapaola e neonazista di Ordine Nuovo, capeggiato da Pierluigi Concutelli, alla strage di Capaci nella veste di artificiere”. 
Secondo la Luparello era necessario allargare anche l'orizzonte per una "sorta di osservazione criminologica dei principali fenomeni stragistico-terroristici avvenuti sul territorio nazionale, al fine di analizzarne gli specifici tratti caratteristici, valutarli in chiave comparativa, estrapolarne - ove esistenti - i tratti comuni e inferirne - se ne esistono le condizioni - la sussumibilità in un modello stragistico-terroristico comune". 


borsellino paolo shobha

Paolo Borsellino © Shobha 


Dunque si chiedeva di predisporre accertamenti di ampio respiro che dovranno approfondire, in particolare, il tema della “interazione tra associazioni mafiose, destra eversiva, servizi segreti e massoneria”, come emerge ormai da diversi atti processuali.
A che punto siamo arrivati?
Sappiamo che nei mesi scorsi è stata compiuta un'ulteriore richiesta di archiviazione e si attende la decisione della Gip che dovrà valutare anche l'opposizione presentata dall'avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino.
Il legale di recente ha fatto emergere l'esistenza di un documento che attesta la presenza di Paolo Borsellino ad una riunione tra la Procura di Palermo e quella di Caltanissetta per uno scambio di informazioni riguardanti la strage di Capaci e altre informazioni sulle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, nel corso delle quali si accennava proprio all'attentato di Capaci. 
Approfondire sarebbe una "perdita di tempo" per il Procuratore De Luca?
Una perdita di tempo è risolvere altri misteri che riguardano le stragi?
Pensiamo alla mancata presenza per un "improvviso impegno "di Pietro Rampulla, mafioso della provincia di Messina, ex fascista vicino a Ordine nuovo ed esperto di esplosivi, nel giorno dell'attentato di Capaci.
E poi ancora c'è il mistero delle telefonate effettuate in quel giorno da uno dei cellulari clonati in possesso di Cosa nostra, usato da quel Nino Gioè, poi morto a Rebibbia nel 1993, in circostanze tutt'altro che chiare. Erano tutte indirizzate a un’utenza del Minnesota, negli Stati Uniti d’America.
Altre piste vengono fornite dalle impronte di Dna femminile rinvenute sui guanti recuperati suoi luoghi del cratere.
C’era anche una donna nel commando che agì su Capaci?
Qualche anno fa il criminologo Federico Carbone, in un'intervista a Il Giornale, aveva raccontato di aver saputo da una fonte (un generale dell'esercito USA di stanza a Camp Darby, una donna vicina alla Cia), diversi elementi sull'attività di una struttura legata al servizio segreto Usa. In via confidenziale le parlò della morte di Marco Mandolini, il parà della folgore trovato morto il 13 giugno 1995 nei pressi di Livorno, e della strage di Capaci facendo intendere un coinvolgimento. 
Ciò significa che le stragi sono state poste in essere su spinta internazionale? Il sospetto è quantomeno lecito. 
Non ci fermiamo qui.  

Il testamento di Agnese Borsellino

Abbiamo ricordato il “testamento” di Agnese Borsellino, che ai magistrati aveva indicato testualmente le motivazioni che portarono alla morte il marito (“Dopo la strage di Capaci mio marito disse che c'era un dialogo in corso già da molto tempo tra mafia e pezzi deviati dello Stato”. Mio marito mi disse testualmente che c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato'. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la 'mafia in diretta', parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano”).
Abbiamo raccontato tutti quel che è emerso nel processo trattativa Stato-mafia sulle operazioni cupe che furono poste in essere dai vertici del Ros, non solo nel dialogo avviato con il sindaco mafioso Vito Ciancimino. 
E vale la pena ricordare come nella Sentenza della Corte d'Assise di Firenze sulle stragi '93, datata giugno 1998, divenuta definitiva, "l'iniziativa del Ros" viene valutata in questi termini: "L’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. Sotto questi profili non possono esservi dubbi di sorta, non solo perché di 'trattativa', 'dialogo', ha espressamente parlato il cap. De Donno (il gen. Mori, più attento alle parole, ha quasi sempre evitato questi due termini), ma soprattutto perché non merita nessuna qualificazione diversa la proposta, non importa con quali intenzioni formulata (prendere tempo; costringere il Ciancimino a scoprirsi o per altro) di contattare i vertici di 'Cosa nostra' per capire cosa volessero (in cambio della cessazione delle stragi). Qui la logica si impone con tanta evidenza che non ha bisogno di essere spiegata".
E' un dato di fatto, inoltre, che non furono uomini di Cosa nostra a trafugare l'agenda rossa del giudice Borsellino dalla borsa, ma anche in questo caso c'è confusione. 
Sappiamo che la Procura ha perquisito le abitazioni dei familiari dell'ex questore Arnaldo La Barbera e l'ex Procuratore Tinebra. Indagini legittime, certamente.
Ma anche in questo caso si dovrebbe partire dalle certezze. Ed oggi in molti dimenticano lo scatto che vede il capitano Arcangioli con in mano la borsa di Borsellino, mentre attorno c'è il delirio. 
La vicenda dell'agenda rossa ci riguarda da vicino dal momento in cui, nel 2005, una fonte riservata segnalò al nostro vice direttore Lorenzo Baldo l’esistenza di una foto che ritraeva un carabiniere in borghese aggirarsi in via d'Amelio nei minuti successivi l’esplosione con in mano la borsa appartenuta al giudice Borsellino.
Da quel momento contro il carabiniere è stato aperto un procedimento per il furto dell'agenda rossa concluso con il proscioglimento.
Eppure il mistero è sempre rimasto aperto con lo stesso Arcangioli che non ha saputo colmare i tanti vuoti che emergevano nel suo racconto. Ed è da qui che si dovrebbe ripartire anche perché, sentito in più processi, Arcangioli non ha mai saputo dire a chi avesse consegnato la borsa.
Non ci convincono le recenti testimonianze che raccontano della borsa passata dalle mani di Arcangioli a quelle della Polizia. E non è solo per i silenzi decennali sulla vicenda. 


borsellino int canal plus

Paolo Borsellino intervistato dai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi di Canal Plus il 21 maggio 1992


La causale delle stragi

Ma non sono questi i soli punti critici che riguardano le indagini sulle stragi. Non si tiene conto delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Totò Cancemi il quale aveva raccontato che Riina era stato “accompagnato per la manina” nell’organizzazione di quelle stragi.
Nel Borsellino ter, condotto dai magistrati Nino Di Matteo ed Anna Maria Palma, il boss di Porta Nuova fece anche i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri affermando che Riina li indicava come soggetti da appoggiare "ora e in futuro" rassicurando gli altri boss della Cupola che la strage Borsellino sarebbe stata alla lunga "un bene per tutta Cosa nostra".
Sono gli stessi Dell'Utri e Berlusconi (questi poi deceduto) finiti indagati dalla Procura di Firenze (con l'indagine condotta dal procuratore aggiunto Luca Tescaroli, assieme al pm Luca Turco) come mandanti esterni delle stragi del 1993.


L'ultima intervista di Borsellino

Fatto che in pochi ricordano è che di Berlusconi e Dell'Utri aveva parlato anche Paolo Borsellino nella sua ultima intervista rilasciata ai giornalisti di Canal Plus Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi.
Ma la plateale rimozione e manipolazione della verità si manifesta anche nel non parlare di certi episodi.
Così oggi riproponiamo questa storia ai nostri lettori.
Al tempo i due giornalisti francesi di Canal Plus stavano realizzando un'inchiesta sui rapporti fra Cosa nostra e la politica italiana, concentrandosi in particolare sui collegamenti, presunti all’epoca e poi dimostrati con una sentenza di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, fra la mafia palermitana e Marcello Dell’Utri, fondatore di Pubblitalia e successivamente del partito Forza Italia, e braccio destro di Silvio Berlusconi. 
Paolo Borsellino con scrupolo ed equilibrio rispose alle domande a lui rivolte e per la prima volta parlò dei rapporti tra Vittorio Mangano, boss mafioso della famiglia di Porta nuova, di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, sempre evidenziando che di quei fascicoli non si stava occupando direttamente ma che da altri dibattimenti emergevano alcuni elementi.
Nel numero de L'Espresso dell'8 aprile 1994 fu pubblicata una trascrizione mentre fu mandata in onda da Rai News 24 per la prima volta nel 2000 ma si trattava solo di una parte di 30 minuti, quella originale è invece di cinquantacinque minuti ed è stata poi pubblicata da Il Fatto Quotidiano in un DVD.


Accelerazione via d'Amelio

Quel dialogo venne acquisito nel 2002 dalla Corte d’assise d'appello di Caltanissetta, nel processo per la strage di via d’Amelio, che l'ha inclusa tra le cause che portarono Totò Riina a uccidere Borsellino a soli 57 giorni dall'assassinio di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta.
Secondo i giudici della corte nissena presieduta da Francesco Caruso, si legge nelle motivazioni della sentenza, Borsellino “pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato come testa di ponte della mafia in quel medesimo ambiente”. Pertanto non si può escludere, prosegue la sentenza della corte d'assise d'appello, “che i contenuti dell’intervista siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che questa Corte ritiene... che il Riina possa aver tenuto presente, per decidere la strage, gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro”. Cioé Berlusconi e Dell’Utri, come disse Cancemi.
Per questo l'ultima intervista di Borsellino è “il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. (Bisognava) agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario”. Parole e materiali poi acquisiti nel quarto capitolo del processo sulla strage di via d'Amelio ma discussi marginalmente nel dibattimento ormai quasi giunto alla sua conclusione, nonostante sia scritto nero su bianco che quell'intervista fu tra le ragioni che portarono ad un'accelerazione della condanna a morte per Borsellino, in quanto il giudice fece i nomi di coloro che rappresentavano il nascente partito Forza Italia nei confronti del quale Cosa nostra nutrì delle aspettative politiche.
L'intervista dimostra che Paolo Borsellino, se non fosse stato ucciso, come procuratore aggiunto avrebbe potuto prendere in mano il fascicolo che all'epoca era ancora istruito dal giudice istruttore Guarnotta (si era nel pieno del passaggio dal nuovo al vecchio rito). E se avesse condotto quelle indagini, forse, non ci sarebbero stati vent'anni di berlusconismo.  


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Falcone e l'appunto su Berlusconi

Del resto che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in qualche maniera stessero monitorando le vicende che ruotavano attorno all'ex Cavaliere emergono anche da un altro dato. E' stato ritrovato un appunto, redatto proprio da Falcone in cui si legge: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano”. 
Maurizio Ortolan, ispettore in pensione della polizia, agente di scorta del pentito Mannoia, testimone oculare degli interrogatori che Giovanni Falcone tenne con il collaboratore di giustizia, ha raccontato che quelle parole furono dette già nel 1989.
Quei nomi contenuti nell'appunto non sono di poco conto e rappresentavano una traccia di ciò che sarebbe stato scoperto successivamente. Gaetano Grado è uno dei boss palermitani che frequentava Milano negli anni Settanta. Gaetano Cinà è il boss mafioso molto amico di Dell'Utri, considerato il “tramite, l'intermediario di alto livello fra l'organizzazione mafiosa e gli ambienti imprenditoriali del Nord”. Vittorio Mangano, è noto, fu assunto da Berlusconi come stalliere nella sua villa di Arcore.
E' ampiamente riconosciuto che, dopo la morte di Falcone, Paolo Borsellino fosse il magistrato di punta della lotta alla mafia. Ed è facile pensare che fosse al corrente delle stesse cose. Sapeva dei vecchi affari di Cosa nostra che aveva impiantato una base al Nord, a Milano, negli anni Settanta. E quelle “storie” erano tutt'altro che vecchie o prive di fondamento. E lo dimostra proprio con quell'intervista ai due giornalisti francesi, in cui si sottolinea i rapporti che Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, a Milano, avrebbero intrattenuto con personaggi delle famiglie palermitane.
Se certe indagini fossero andate avanti in quei primi anni Novanta è evidente che sarebbe cambiata la storia del nostro Paese. Ed è lì che si deve guardare se si vuole capire il perché delle stragi. 


Interessi convergenti

Ma non finiscono qui gli elementi che dovrebbero essere approfonditi in materia di stragi. Il collaboratore di giustizia Nino Giuffré ha parlato di “tastate di polso” per portare avanti gli attentati, “un sondaggio tra ambienti imprenditoriali e politici vicini a Cosa nostra per valutare la condivisione o meno degli obiettivi”. Cosa si è fatto per capire a cosa si riferisse? E chi era l'uomo "non di Cosa nostra" presente durante le fasi di caricamento di esplosivo della Fiat 126 per l'attentato di via d'Amelio, di cui parla Gaspare Spatuzza
Questi sono alcuni degli interrogativi a cui si dovrebbe dare una risposta partendo proprio dalle dichiarazioni di Cancemi, Brusca, Giuffré, Spatuzza (e così via) che sono stati riconosciute in molteplici sentenze di processi di mafia e stragi (dalle varie corti fino alla Cassazione) meritevoli delle attenuanti previste dall'art.8 che sancisce l'attendibilità intrinseca dei collaboratori di giustizia.
Ci sono poi le intercettazioni tra il collaboratore Mario Santo Di Matteo e la moglie in cui si parla di “infiltrati della polizia” in seno alla strage. Polizia che viene tirata in ballo pesantemente nel depistaggio di via d'Amelio, come dimostrato ormai da una sentenza definitiva come il Borsellino quater, e che vede in Arnaldo La Barbera il suo più alto riferimento. L'ex capo della Mobile, che poi si scoprì essere stato anche a libro paga del Sisde, probabilmente ha avuto a che fare anche con l'agenda rossa.  
L'ombra dei servizi dietro le stragi si allarga con l'anomala richiesta che Tinebra fece a Bruno Contrada affinché il Sisde indagasse sull'attentato di via d'Amelio?
Un'attività che nelle motivazioni della sentenza Borsellino quater viene definita dai giudici della Corte d'Assise come "decisamente irrituale" in quanto non permessa dalla normativa vigente all'epoca. 
Possibile che la Procura nissena sia ferma su questi punti e spenda tutte le proprie energie su un'indagine come mafia-appalti? Davvero si ritiene che questa indagine spieghi ciò che è avvenuto nei primi anni Novanta? 
Noi riteniamo di no. Ed auspichiamo che la Procura generale di Caltanissetta, vista l'inerzia, possa intervenire avocando a sé le indagini sui punti sopra esposti. 
Se dalla magistratura ci aspettiamo risposte, certamente non possiamo dire di essere fiduciosi sul lavoro dell'attuale Commissione parlamentare antimafia.
Aveva ragione il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo quando lo scorso luglio aveva affermato che essa sta "allontanando, probabilmente definitivamente, la possibilità di arrivare ad una verità completa sulle stragi”. 
Genera dispiacere e sconcerto che ciò stia avvenendo anche grazie all'operato di una Procura che, con il proprio agire, dimostra di essere pronta ad accogliere input e desiderata di Governo. 
E ciò accade senza la separazione delle carriere o una legge che sancisce il controllo della politica sulla magistratura (come Nordio e questo governo auspicano con le prossime riforme).  
E allora signor Procuratore De Luca si desti e faccia il magistrato indipendente. Altrimenti dovremo scrivere nel futuro che negli anni del terzo millennio c'erano procure degne di essere eredi del triste e famoso Giammanco degli anni Novanta. 

Immagine di copertina tratta dal servizio del TG1 delle ore 20 del 9 dicembre e rielaborata da ANTIMAFIADuemila per finalità editoriali

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