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di Giorgio Bongiovanni

Cassazione non nega rapporti, ma rigetta ricorso della Procura su confisca beni all'ex senatore di Forza Italia

"La Cassazione esclude qualsiasi legame tra Dell'Utri, Berlusconi e Cosa nostra". Con questo titolo ieri il quotidiano "Il Foglio" dava notizia della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla procura generale di Palermo contro la decisione della Corte d’appello palermitana che ha rigettato la richiesta di sorveglianza speciale e della confisca dei beni nei confronti di Dell’Utri e dei suoi famigliari.

Immediatamente senatori e deputati di Forza Italia hanno fatto sentire la propria voce con il solito tam tam sulla "verità ristabilita", sulla "fine di teoremi infondati e ideologici", di "speculazioni e falsità" e della "persecuzione politica e giudiziaria".

Tutti commenti gettati in pasto all'opinione pubblica per stravolgere la realtà ed ancora una volta omettere i fatti. Anche perché quello della Cassazione non è altro che un giudizio tecnico, non di merito. E' falso, dunque, dire che si è in presenza di una sentenza della Cassazione che cancella i rapporti fra Dell’Utri, Berlusconi e la mafia.
 

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L'accusa della Procura

Nell'atto d'accusa della Procura venivano analizzati i continui flussi di denaro che da Silvio Berlusconi venivano inviati a Marcello Dell'Utri ed alla sua famiglia e si metteva in discussione la provenienza "lecita" degli stessi. E in questo senso veniva letta la presenza di Dell'Utri nel gruppo imprenditoriale di Berlusconi. "Si ipotizzava - scrivevano i giudici del Tribunale di Palermo nel 2022 - che l’organizzazione mafiosa avesse messo un proprio uomo nel gruppo imprenditoriale di Berlusconi, per tutelare gli investimenti di Cosa Nostra in quella realtà aziendale e, quindi, un flusso di denaro da Cosa Nostra alla Fininvest".

Secondo i giudici della Corte d'appello "nulla è stato accertato circa il reinvestimento e il riciclaggio di capitali di provenienza mafiosa nelle imprese di Berlusconi attraverso l'opera di Dell'Utri; è rimasto indimostrato che le ingenti somme di denaro versate negli anni da Berlusconi a Dell'Utri e ai suoi familiari avessero causa nella gratitudine per la mediazione svolta con Cosa nostra, che ebbe ad oggetto l'imposizione di un 'pizzo' di rilevantissimo importo".

Dunque secondo i giudici "la tesi della connessione fra gli enormi versamenti ed un possibile patto criminale tra Dell'Utri e Berlusconi e/o la riconoscenza (o la remunerazione) per il silenzio serbato dal Dell'Utri circa i rapporti fra Berlusconi e Cosa nostra, pur se estremamente suggestiva (fosse solo per l'incredibile ammontare complessivo di tali versamenti e per la stessa storia criminale di Dell'Utri), presta il fianco alla finora indimostrata esistenza di accordi fra il sodalizio criminale e Berlusconi, sia in campo imprenditoriale che politico".

Per quei giudici che respinsero la proposta di misura patrimoniale non erano altro che "elargizioni affettive” nate dall’amicizia profonda che aveva con Berlusconi. Semplici donazioni che non sono state fatte per pagare il silenzio durante gli anni del lungo processo a Dell’Utri e poi quelli del carcere che ha fatto. Ma ci si deve fermare qui.
 
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Domenico Gozzo e Antonio Ingroia in uno scatto d'archivio

Sentenza definitiva

Non una parola mette in discussione le sentenze passate in giudicato che hanno condannato a sette anni per mafia (concorso esterno) Marcello Dell'Utri (pena scontata).

Agli ignoranti che scrivono su "Il Foglio", pagati dall'entourage di Berlusconi, ricordiamo che nelle motivazioni della sentenza di quel processo, che in primo grado fu condotto proprio da Antonio Ingroia assieme a Domenico Gozzo, i giudici avevano definito Dell'Utri come il garante “decisivo”, per diciotto anni (dal 1974 al 1992), dell'accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra (con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. E sempre la Corte ritiene provati e dimostrati, lo scrive nero su bianco, la “continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”.

Un rapporto di “do ut des”.

Nelle sentenze che riguardano Dell'Utri viene ritenuto provato l’incontro, riferito dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo (testimone oculare, oggi deceduto), negli uffici della Edilnord tra il costruttore di Milano 2, l’amico Marcello, e boss di primissimo piano come Stefano Bontate (all’epoca al vertice del triumvirato che reggeva l’organizzazione mafiosa siciliana) Gaetano Cinà e Mimmo Teresi.


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Il "Principe di Villagrazia" Stefano Bontate

E sempre le sentenze hanno spiegato la natura dell'assunzione di Vittorio Mangano, boss di primissimo piano del mandamento di Porta nuova. Non un semplice "stalliere" o “un eroe” così come Berlusconi e Dell'Utri lo hanno definito più volte dopo la morte.

Quello stesso Mangano che, a loro dire in un’intercettazione del 29 novembre 1986, metteva “bombe affettuose”. Tutte vicende che non sono delle semplici "dicerie" ma fatti comprovati e accertati da sentenze.

Lo abbiamo scritto anche altre volte.

In un Paese normale un uomo che pagava consapevolmente la mafia, anche per proprio tornaconto, non sarebbe mai stato per oltre vent'anni protagonista dello scenario politico.

Ma questo i giornalisti de Il Foglio lo dovrebbero sapere. 

Se fosse accaduto negli Stati Uniti d'America che un Tribunale o una Corte Suprema avesse accertato che il Presidente della Repubblica Reagan o Ford, Bush padre o figlio, Clinton, Obama o Trump pagavano la mafia vi sarebbe stato immediatamente l'impeachment.


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© Imagoeconomica


E invece in Italia all'ex Presidente del Consiglio abbiamo dedicato aeroporti e funerali di Stato. Senza contare che lo stesso Berlusconi si trovava indagato, come Dell'Utri (che lo è tutt'ora), per essere stato mandante esterno delle stragi degli anni Novanta.

E' l'oscenità di questa nostra Repubblica.

Noi possiamo non condividere la posizione dei collegi che sono intervenuti sulla confisca dei beni. Compresa la posizione della Cassazione che, negli ultimi tempi ha già regalato sentenze "Carnevalesche".

Basti pensare a quella sulla trattativa Stato-mafia o 'Ndrangheta stragista (che guarda caso riguardano la medesima sezione).

Tra giravolte e giustificazioni a colpi di cavilli ed espedienti, ci tornano in mente le sentenze dell'ex Presidente della Prima sezione penale della Cassazione Corrado Carnevale (detto "ammazzasentenze", processato per concorso esterno, assolto in primo grado, condannato in appello a sei anni, prosciolto definitivamente in Cassazione), che in qualche modo mandava assolti i mafiosi.

Nel Paese in cui il Governo vuole riscrivere la storia non possiamo stupirci più di nulla.

In foto di copertina: Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi © Imagoeconomica

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