di Giorgio Bongiovanni
Negli ultimi mesi, con l’intensificarsi del genocidio nella Striscia di Gaza, sono aumentate le accuse da parte di diversi osservatori, attivisti e persino di alcuni sopravvissuti all’Olocausto ebrei contro il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu. Queste denunce parlano di politiche che ricordano inquietantemente l’ideologia e le pratiche descritte nel “Mein Kampf” di Adolf Hitler, il testo fondativo del nazismo che predicava l’apartheid, la supremazia della “razza ariana” e la pulizia etnica dei cosiddetti “non degni di esistere”. Un accostamento che fa male - ricordando le nefandezze di cui fu autore quel regime - ma per alcuni aspetti oggi probabilmente inevitabile. Nel “Mein Kampf”, Hitler delineava l’idea di una “razza eletta” destinata a dominare per mille anni, eliminando “nemici” come ebrei, zingari, persone con disabilità e altri gruppi ritenuti inferiori. Alcuni critici sostengono che, in modo preoccupante, la retorica e certi metodi oggi adottati dal governo israeliano nei confronti dei palestinesi - in particolare a Gaza - riflettano un’ideologia di esclusione e oppressione che richiama quell'antica e crudele visione. Stiamo parlando del sionismo, un’ideologia, di matrice europea (come fu il nazismo), di carattere suprematista e colonialista avente l’obiettivo di creare uno Stato-Nazione per soli ebrei nella Terra promessa loro da Dio. Da circa un secolo il sionismo insanguina la terra di Palestina, conducendo una pulizia etnica ai danni del popolo palestinese che abita la Palestina. Nel maggio 1948, durante la Naqba (l’espulsione forzata di oltre 750mila palestinesi che precedette l’instaurazione dello Stato di Israele) David Ben Gurion, primo ministro israeliano, parlò senza remore di usare “terrore, assassinio, intimidazione, confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba”. Le stesse parole, gli stessi concetti, venivano espressi da altri leader israeliani e dal fondatore stesso del sionismo Theodor Herzl (“cercheremo di spingere via la popolazione povera oltre il confine”). I palestinesi sono visti e trattati come una popolazione indesiderata e inferiore, come lo furono gli ebrei in epoca nazi-fascista. Non a caso Israele è considerato dalle principali organizzazioni internazionali (israeliane incluse come ‘Btselem) quale regime di apartheid. La natura del sionismo è proprio questa, e non prevede alcuna conciliazione con i palestinesi, bensì il loro esilio o semplicemente l’eliminazione. In tal senso, la posizione dell’attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu rappresenta l’esatta interpretazione dei “valori” fondanti di Israele. Buttiamo un occhio all’attualità. Oggi che l’esercito israeliano ha decimato le capacità militari di Hamas e delle altre fazioni palestinesi, Netanyahu pretende comunque (nonostante l’opposizione dei capi dell’IDF e dei parenti degli ostaggi) di voler occupare permanentemente Gaza City, cacciando centinaia di migliaia di palestinesi sfollati che la abitano. Quella della presenza di Hamas è una squallida scusa, e sempre più persone nel mondo l’hanno capito. Da anni il governo di Netanyahu è accusato da molte organizzazioni per i diritti umani e da membri della comunità ebraica internazionale, compresi sopravvissuti all’Olocausto, di attuare politiche segregazioniste, deportazioni di massa e uso sproporzionato della violenza che, secondo loro, si avvicinano a un vero e proprio genocidio. Queste voci denunciano la “soluzione finale” contemporanea contro i palestinesi, sottolineando l’emergere di una nuova e pericolosa ideologia nazionalista ebraica che si richiama implicitamente a metodi di esclusione e sterminio. Una delle voci più toccanti e autorevoli è stata quella di Hajo Meyer, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz, che in vita ha ripetutamente criticato l’uso della Shoah come giustificazione per politiche violente e ha affermato con fermezza: "Mai più deve valere per tutti. Anche per i palestinesi."
In diverse interviste e discorsi, Meyer ha denunciato che “ciò che Israele sta facendo ai palestinesi mi ricorda ciò che i nazisti fecero a me." Queste parole, pronunciate da chi ha vissuto l’orrore della Shoah in prima persona, rappresentano un forte richiamo alla memoria e alla necessità di evitare ogni forma di oppressione e ingiustizia ovunque essa si manifesti. La storia insegna come il popolo tedesco, dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale e il processo di Norimberga, abbia dovuto fare i conti con l’ideologia disumana del nazismo e l’orrore dei campi di concentramento. Ci auspichiamo che anche la società israeliana rifletta sul fatto che una politica di oppressione estrema e di esclusione rischia di riproporre il peggio della storia. E già lo sta riproponendo. Il contesto attuale di Gaza, segnato dalle 62mila vittime (2/3 dei quali donne e bambini), la distruzione di infrastrutture essenziali e il diffuso senso di disperazione tra la popolazione palestinese, amplifica la preoccupazione internazionale. Molti attivisti e intellettuali mettono in guardia contro l’escalation di violenze che rischia non solo di prolungare ulteriormente un conflitto senza fine, ma anche di alimentare odio e divisioni difficilmente sanabili. Alcuni analisti osservano che, mentre Hitler puntava a conquistare il mondo militarmente, la versione contemporanea della supremazia si manifesta anche a livello politico, finanziario e culturale, con potenti gruppi che influenzano le dinamiche internazionali. Tale controllo, tuttavia, non determina un’impunità assoluta. Anzi, cresce la consapevolezza e la mobilitazione di ampi settori della comunità internazionale per mettere fine alle ingiustizie e favorire una soluzione pacifica e immediata. Lo stesso accadrà per Netanyahu, sul quale pende un mandato di cattura internazionale, e il suo governo. La sfida più grande rimane quella di evitare un’escalation militare devastante che possa compromettere la convivenza tra palestinesi e israeliani, in un’area di grande importanza geopolitica. Le comunità di tutto il mondo, comprese molte realtà ebraiche antisioniste, chiedono un ripensamento profondo delle politiche di Netanyahu e una soluzione giusta e duratura basata sul rispetto dei diritti umani e della dignità di tutti. La storia ha già mostrato gli orrori che possono derivare dall’estremismo e dall’intolleranza. Oggi, più che mai, è fondamentale trarre le giuste lezioni se Israele non vuole scomparire. Sì perché Israele rischia di essere annientata, come è stato annientato il nazismo di Hitler. I regimi che hanno insanguinato i popoli e la storia sono destinati a implodere su loro stessi. E questa, nella versione laica della storia. Poi c’è un’altra versione, quella per i credenti, ed è la seguente: se esiste un Dio di Israele (esiste!) quello stesso Dio è il Padre di Cristo, di Abramo e di Mosè. E’ il Padre di quel popolo protagonista della Bibbia. E quel Dio prima o poi interverrà. E non è capo di un regime, ma la manifestazione della giustizia, della verità e della vita.
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