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L’intervento del consigliere togato al Congresso a Roma del 4 luglio

Il pomeriggio del 4 luglio a Roma si è svolto, sotto traccia, il convegno "Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dopo 30 anni l'impegno di Roma a non dimenticare" organizzato da Roma Capitale al Campidoglio. Il convegno, trasmesso in diretta sul canale youtube di Roma Capitale, si è aperto con la proiezione del video "Gli invisibili, ammazzati dalla mafia e dall'indifferenza". Tra gli ospiti il consigliere togato al Csm Nino Di Matteo, Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Michele Prestipino, procuratore aggiunto di Roma, Giampiero Cioffredi, presidente dell'osservatorio Legalità e Sicurezza della regione Lazio, il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, Andrea Tobia Zevi, assessore al patrimonio e alle politiche abitative, Guglielmo Muntoni, consulente antimafia di Roma Capitale, Valerio Guardiana, comandante dei Carabinieri del reparto tutela ambientale e transazione ecologica e infine il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. È stato moderato dal procuratore Gian Carlo Caselli, presidente del comitato scientifico della fondazione Osservatorio sulla criminalità nell'agricoltura e sul sistema agroalimentare promosso da Coldiretti.

Nino Di Matteo, oggi consigliere togato al Csm, ha spiegato che oggi "abbiamo acquisito la consapevolezza che le stragi di Capaci e di Via D’Amelio hanno rappresentato uno snodo fondamentale nella nostra recente storia di questo Paese. Abbiamo la consapevolezza che gli effetti di quelle stragi hanno prodotto frutti avvelenati anche negli anni successivi e probabilmente fino ad oggi. Abbiamo anche compreso che le indagini e i processi che si sono celebrati hanno portato a risultati importanti. E non era scontato. Sono stati comminate condanne all’ergastolo per decine e decine di esecutori materiali. Ma quei risultati importati, lo possiamo dire oggi con consapevolezza, sono però parziali ed incompleti".

È noto, come ha ricordato Caselli che “la strage di Via D’Amelio ha subito improvvisa accelerazione”. “Capire le cause contingenti di quella improvvisa accelerazione - ha detto Di Matteo - significherebbe probabilmente indirizzarci verso una comprensione più completa, di quel delitto”.

Secondo il consigliere togato "non dobbiamo cedere alla tentazione di una rappresentazione, tutto sommato rassicurante, di quei delitti, come delitti concepiti, organizzati ed eseguiti esclusivamente dai macellai di Cosa Nostra, ed esclusivamente per vendicarsi dei nemici storici dell’organizzazione mafiosa. Abbiamo gli strumenti oggi per capire che non fu certamente solo vendetta e probabilmente non fu solo Cosa Nostra".

Quali sono gli elementi che portano a questa amara considerazione?

"La strage di Capaci - ha continuato il consigliere togato - non la possiamo considerare, così come non possiamo considerare la strage di Via D’Amelio, come delitti e stragi isolate. La strage di Capaci fu la prima di sette stragi che insanguinarono le strade del nostro Paese dal maggio del ’92 al gennaio ’94, quando per fortuna fallì l’attentato ai Carabinieri di servizio di ordine pubblico allo stadio Olimpico di Roma”. "Quell’attentato (di Capaci) è stato il primo, e finora l’unico, realizzato attraverso un’esplosione che ha colpito un convoglio di auto blindate in movimento. Quindi con una operazione esecutiva veramente difficile da realizzare”.

Inoltre perché Riina aveva deciso di uccidere Giovanni Falcone a Palermo, quando poteva essere ucciso in maniera molto più facile a Roma, dove camminava spesso anche senza scorta, e dove si erano recati alcuni uomini di Cosa Nostra tra cui Matteo Messina Denaro per poterlo assassinare?

"Improvvisamente quel programma - ha detto il magistrato - subì una modifica repentina e Riina e gli altri capi dell’organizzazione mafiosa richiamarono i componenti del commando romano a Palermo, perché Giovanni Falcone si doveva uccidere a Palermo e con quelle modalità terroristico - mafiose”.

Subito dopo la strage di Capaci, mentre era ancora caldo il sangue delle vittime sulle strade di Palermo, alcuni esponenti dello Stato (delle forze di polizia), e lo dico per la loro successiva ammissione, fecero chiedere a Riina, utilizzo le loro stesse parole: ‘cosa volesse in cambio dell’abbandono della strategia di violento attacco alle istituzioni’, che era partito con l’omicidio Lima (12 marzo del 1992 a Palermo) ed era proseguita con la strage di Capaci”.

In tal modo, lo dicono anche sentenze definitive: l’interlocuzione rafforzò nello stesso Riina la convinzione che quella strategia di attacco frontale allo Stato fosse vincente, fosse in grado di mettere in ginocchio lo Stato, per ottenere la soddisfazione delle esigenze più pressanti per l’organizzazione in quel momento”: “l’abolizione dell’ergastolo, l’abolizione del 41 - bis che era stato introdotto con il decreto legge 8 giugno ’92, la legge sui pentiti, la concessione di arresti domiciliari per i mafiosi ultra settantenni”. Questi fatti, ha detto, “mi hanno portato a delle considerazioni: la prima è che sono ancora tanti, troppi, i lati oscuri nella ricostruzione processuale di queste sette stragi. La seconda, ancora più amara, è che in questi trent’anni, io credo che lentamente ma inesorabilmente la visione e il sogno di Giovanni Falcone sia stato troppe volte, deluso, tradito, ingannato. Perché arrivo a questa considerazione, all’esposizione di questo pericolo? Abbiamo visto come Giovanni Falcone fu la vittima di un sistema interno alla magistratura che privilegiava nelle scelte del Csm, logiche legate all’appartenenza correntizia e non solo, ma all’influenza della politica nell’autogoverno della magistratura”. “Purtroppo le cronache degli ultimi anni dimostrano come drammaticamente ancora la magistratura non sia riuscita a sconfiggere del tutto, questo male, questo cancro che da tempo la divora e ne condiziona l’autonomia, l’indipendenza e la necessaria autorevolezza nei confronti dei cittadini".

Il tradimento a Giovanni Falcone
Giovanni Falcone da vivo fu oggetto, lo ricordava il procuratore Caselli, di invidie, delegittimazioni, calunnie, anche da parte dei colleghi. La sua è una storia di costanti e ripetute sconfitte, anche innanzi al Csm per vicende procedimentali che riguardavano il Consiglio Superiore della magistratura”. “Giovanni Falcone - ha detto - prima di essere ucciso, e utilizzo le parole che voglio utilizzare, aveva assunto un ruolo, tra virgolette ‘politico’ importante al ministero della giustizia, nel senso più bello e più alto della funzione politica. Con una visione alta del fenomeno mafioso, Giovanni Falcone era stato l’ispiratore di modifiche importanti che pochi ricordano. Prima al codice di procedura penale: per esempio agli articoli che si riferivano all’applicabilità di misure cautelari nella fase delle indagini. Poi fu l’ispiratore di modifiche importanti all’ordinamento penitenziario. Fu l’ispiratore del cosiddetto principio del doppio binario che distingueva alcune regole per i processi di mafia dalle regole di accertamento nell’eventuale responsabilità penale degli imputati per reati ordinari”. “Fu l’ideatore, e questo in pochi lo ricordano, che spinse per approvare le leggi istitutive del 1991: della direzione nazionale antimafia e della direzione investigativa antimafia. Leggi che prevedevano l’attribuzione di questi uffici di un ruolo sicuramente più importante e nevralgico rispetto a quello che hanno assunto nel tempo. In sostanza con l’assunzione di quel ruolo politico, mi spiace utilizzare le parole dell’allora capo incontrastato di Cosa Nostra Salvatore Riina: Giovanni Falcone (ai mafiosi) stava facendo più danni a Roma che a Palermo”.

Sentiamo ripetere tante volte in questo periodo - ha detto Di Matteo - che le riforme, in cantiere ma anche quelle già approvate, possono sconfiggere il male. A mio avviso non è così. La riforma del sistema elettorale del Csm non eliminerà, per certi versi anzi rafforzerà il peso delle correnti all’interno dell’organo di autogoverno. E le riforme recentemente approvate di tipo ordinamentale, temo che nel tempo, creino una figura di magistrato che costituisce l’esatta antitesi rispetto a quella rappresentata da Giovanni Falcone. Un magistrato burocrate, attento ai numeri, alle statistiche piuttosto che alla qualità del suo lavoro. Un magistrato attento a compiacere i capi degli uffici, a compiacere gli avvocati più che a fare giustizia, un magistrato timoroso attento alla logica delle ‘carte a posto’ che non rischierà, se pubblico ministero l’indagine o il processo difficile, o se giudice la decisione più innovativa”.

“Negli ultimi anni, negli ultimi mesi, sono stati messi in discussione anche aspetti ritenuti per primi da Giovanni Falcone per combattere la mafia. Il 41 - bis, ma soprattutto l’articolo 4 - bis dell’ordinamento penitenziario con la previsione dell’ergastolo ostativo”.  “Involontariamente si sta realizzando un sogno di Cosa Nostra: da sempre gli uomini di Cosa Nostra, le teste pensanti dell’organizzazione mafiosa, dimostrano di avere avuto paura non soltanto delle pene, anche di anni e anni di reclusione inflitte con le sentenze, ma di avere paura dell’ergastolo. Dell’ergastolo quello vero, quello che impedisce loro di continuare a comandare durante lo stato di detenzione. Oggi, a seguito di pronuncia della Corte Europea dei diritti dell’Uomo e delle sentenze della Corte Costituzionale, di fatto quell’obbiettivo di Cosa Nostra, l’abolizione dell’ergastolo inteso nel senso ‘pieno’ come fine pena mai, purtroppo rischia di realizzarsi. E questo scoraggerà, fino a neutralizzare, anche il fenomeno del pentitismo. Perché non ci sarà più una forbice trattamentale veramente, sostanzialmente e pesantemente diversa, tra il trattamento e l’esecuzione della pena per l’irriducibile e per colui il quale inizia a collaborare con la giustizia. A me pare un paradosso - ha spiegato il magistrato - che oggi, a distanza di trent’anni, potranno accedere ai benefici anche quegli ergastolani che sono tali perché sono stati condannati per quelle stragi che tra l’altro erano finalizzate, tra le altre cose, ad ottenere l’abolizione dell’ergastolo.

Ma queste è una conseguenza che è assolutamente prevedibile che possa realizzarsi molto presto".

La lotta alla mafia come questione politica
"Si parla tanto, giustamente tanto, della importanza che la lotta alla mafia non sia soltanto prerogativa e compito della magistratura e delle forze dell’ordine, ma costituisca un obbiettivo innanzitutto politico veramente di primo livello. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - ha continuato Nino Di Matteo - erano giustamente bene attenti, nell’approccio della questione tra la mafia e la politica, a distinguere eventuali responsabilità penali da responsabilità politica, rispetto a certi comportamenti accertati nella loro oggettività, a prescindere dalla valutazione se potevano costituire o meno reati. Auspicavano che quei comportamenti fossero presi in considerazione in sede politica per fare valere una responsabilità politica. Sapevano benissimo che certe condotte di collusione devono essere sanzionate prima e soprattutto a prescindere delle sentenze del giudice penale.

Paolo Borsellino, intervenendo in una scuola a Bassano del Grappa il 26 gennaio 1989, a questo proposito testualmente disse ai ragazzi che lo ascoltavano: ‘la politica dovrebbe fare pulizia di coloro che sono raggiunti da prove di fatti importanti anche se non costituiscono reato’.

Certe volte mi chiedo se rispetto a questa esigenza e questo pensiero rappresentato addirittura dal dottor Borsellino nel 1989 possiamo dire che la situazione sia migliorata. Purtroppo non riesco, nonostante la buona volontà, a dare questa risposta. Non ci riesco se penso, e qui mi riferisco anche e soprattutto al lavoro della procura di Palermo nel periodo in cui il procuratore era Gian Carlo Caselli, alla sottovalutazione di quelle che sono state le risultanze accertate definitivamente nel comportamento e nella condotta del senatore Andreotti. Mi riferisco anche alla assuefazione, ai dati che possiamo evincere dalla sentenza definitiva di condanna nei confronti del senatore Dell’Utri. Una sentenza con la quale si punisce quell’imputato, che era tra gli organizzatori di un importante partito politico, per avere svolto un ruolo di protagonista nella mediazione di un patto di reciproca protezione tra Cosa Nostra e un allora importante imprenditore. Non riesco a dare purtroppo una risposta positiva quando, a giudicare da quello che si legge nelle cronache anche recentemente, importanti elezioni a Palermo e in Sicilia, sono state apparentemente (per quello che si può leggere) precedute da consultazioni con esponenti politici, già condannati definitivamente per reati di mafia: favoreggiamento aggravato dalla finalità di volere aiutare Cosa Nostra per un politico e concorso esterno in associazione mafiosa per l’altro politico. Io penso che in questo contesto così problematico, per onorare veramente la memoria dei nostri morti, dobbiamo veramente innanzitutto impegnarci tutti, non solo a livelli giudiziari e investigativi, ma anche politici per identificare, dopo i macellai di Cosa Nostra, coloro i quali dall’esterno di Cosa Nostra parteciparono all’ideazione, all’organizzazione e forse persino all’esecuzione materiale delle stragi. E a distanza di trent’anni è un obbiettivo non facile ma a mio avviso ancora possibile se tutte le istituzioni a tutti i livelli ne coltivassero effettiva volontà”.

"Sono assolutamente convinto - ha concluso il magistrato - che le vittime delle stragi, e Giovanni Falcone per primo, non sono morte invano. Non solo perché il lavoro di Giovanni Falcone è stato di fondamentale importanza per svelare l’esistenza, la struttura organizzata, le regole che governano Cosa Nostra. Non solo perché il cosiddetto ‘metodo Falcone’, la sua visione di politica criminale, rappresentano in tutto il mondo un esempio da imitare e una speranza di resistenza oggi alla globalizzazione della potenza mafiosa. C’è un aspetto ancora più importante: Giovanni Falcone ha gettato un seme di libertà, coraggio, dignità, che continuerà a produrre i suoi frutti, non solo all’interno delle istituzioni, ma ancor prima nel cuore e nella mente di tanti cittadini e di tanti giovani. Di quel popolo nel cui nome amministriamo la giustizia e dal quale prima o poi partirà quel vento di cambiamento, quella rivoluzione anche culturale che restituirà piena dignità ed onore al nostro Paese e alle Istituzioni che lo rappresentano”.

La classe dirigente non vuole sentir parlare di ‘mandanti esterni’
L'attuale legislatura ha abolito l'ergastolo ostativo, 'imbavagliato' i pm, approvato una riforma ‘Ammazza - processi’, nominato al Dap un magistrato 'anti - antimafia' (che recentemente ha anche 'bucato' il 41 bis), ostacolato i collaboratori di giustizia e ignorato del tutto la ricerca delle verità sulle stragi. Il governo dei ‘Migliori’, in cui sono seduti allo stesso tavolo un partito (Forza Italia) fondato da un uomo della mafia (Marcello Dell'Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) e da uno che la mafia la pagava (Silvio Berlusconi, così come dicono le sentenze), è riuscito anche, tra le altre cose, ad inserite nel testo della riforma del Csm con la scusa dello "stop alle porte girevoli tra politica e magistratura", un articolo palesemente anti-Costituzionale. Parliamo dell'articolo 15. Al "comma 1": in soldoni, chi è stato eletto al Csm perde i diritti di elettorato passivo e di conseguenza non potrà candidarsi per un qualsivoglia ruolo politico per due anni dalla fine del mandato al Consiglio.  I consiglieri togati del Csm, quindi, per sei anni (quattro di consiliatura e due aggiuntivi) non potranno partecipare alla competizione elettorali di nessuna circoscrizione. E cosa grave è che questa norma non avrà carattere transitorio. Il che vuol dire che alle prossime elezioni, gli attuali componenti del Csm, qualora volessero, non potrebbero in alcun caso candidarsi e partecipare alla politica (che è un diritto garantito dalla Costituzione ad ogni cittadino).
Coincidenze del caso? A nostro avviso no. Perché, guarda caso, all'interno di questo Csm, che sta per concludere il proprio mandato, vi sono magistrati che sono sostenuti da un certo seguito popolare per essersi contraddistinti in battaglie importanti sul piano etico e giuridico contro il correntismo, il carrierismo, e l'opportunismo.
Citiamo in particolare i consiglieri togati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, ma la norma colpisce indistintamente tutti i magistrati del Consiglio.

La Corte Costituzionale, come per l’ergastolo ostativo, non è voluta intervenire, lasciando intatto questo obbrobrio giudiziario.

Dopodomani sarà il trentesimo anniversario della strage di Via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Non è più ammissibile ritenere che quel delitto sia stato il frutto della sola mente perversa di Totò Riina e dei suoi sodali. Come non è più ammissibile che nelle commemorazioni ufficiali si parla e straparla del coraggio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, mentre si evita con accurata attenzione il discorso della ricerca dei mandanti ‘esterni’ di cui ha parlato Di Matteo.

Mandanti che forse sono seduti anche dentro ai Palazzi Capitolini. Per questo temiamo i silenzi. Al convegno del 4 luglio (ad eccezione di Nino Di Matteo e Gian Carlo Caselli) nessuno tra i relatori (Giovanni Melillo, Michele Prestipino, Giampiero Cioffredi, Luciana Lamorgese, Andrea Tobia Zevi, Guglielmo Muntoni, Valerio Guardiana, Roberto Gualtieri) ha parlato di quelle entità dal ‘volto coperto’. Ascoltando i loro interventi ognuno ha espresso le sue considerazioni, com’è giusto che sia, ma la sensazione è sempre quella di assistere ad una passerella di frasi retoriche che in concreto si traducono in silenzio. Ed anche il silenzio può essere complice.

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