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Incontro nel Liceo “Santi Savarino” di Partinico assieme a Vullo, Traina, Borsellino, Pettinari e Our Voice

“30 anni dalle stragi, la ricerca della verità e giustizia continua”. È il titolo dell’incontro svoltosi presso il Liceo “Santi Savarino” di Partinico. Un evento fortemente voluto dagli studenti e dalle studentesse - organizzato dal SIAP, nella figura dell’ispettore Luigi Lombardo - che ha visto ospiti di spessore nella lotta alla mafia: Salvatore Borsellino (fratello del giudice Paolo Borsellino e fondatore del Movimento delle Agende Rosse), Luciano Traina (fratello di Claudio Traina, agente di scorta ucciso il 19 luglio ’92 nella strage di via d’Amelio), Antonio Vullo (unico superstite della strage ai danni di Paolo Borsellino) e Aaron Pettinari (caporedattore di ANTIMAFIADuemila). Al latere anche tre giovani ospiti: Jamil El Sadi, Marta Capaccioni e Riccardo Caronia, attivisti del Movimento Culturale Internazionale Our Voice.

Antonio Vullo: “Ci lasciarono soli a combattere il nemico”
Una mattina ricca di esperienze, testimonianze e memoria. Ad aprire l’incontro è stata la dirigente scolastica del Liceo - la Prof.ssa Vincenza Vallone - che ha voluto sottolineare come l’Italia sia “una democrazia incompiuta” che “solo con le gambe e le menti dei giovani può muoversi verso una piena realizzazione divenendo così una democrazia vera. E solo quando si avrà la totale verità dietro le stragi e i delitti eccellenti si potrà parlare di Democrazia compiuta nel nostro Paese. Non è solo questione di memoria ma anche di consapevolezza e coscienza civile”.
Ebbene sì, perché come ha ben ricordato Lombardo “queste sono stragi su cui i veri mandanti ancora stentano a venir fuori”: ecco perché è necessario l’impegno quotidiano.
Trent’anni sono passati da quel terribile ’92 in cui Antonio Vullo vide l’“inferno” davanti agli occhi; da quando lui e i suoi compagni di scorta si ritrovarono “soli ad affrontare questo terribile nemico, perché molte persone non hanno voluto che Borsellino rimanesse in vita e hanno fatto di tutto per ostacolarlo lasciando soli anche noi”. Trent’anni e quell’inferno continua perché “essere l’unico superstite non è facile da gestire, è terribile”.

Luciano Traina e l’inferno di via d’Amelio
Un calvario condiviso anche da Luciano Traina che quel 19 luglio ’92 comprese subito quanto accaduto quando lo chiamò la madre al telefono e urlando esclamò: “Claudio, Claudio… la televisione”. Anche Traina ebbe l’inferno davanti agli occhi quando, giunto in via d’Amelio, “vidi solo ambulanze, fumo e sentivo un odore acre di carne bruciata e sangue”. “Mi identificai - ha detto Traina - ma più lo facevo e più mi il cordone di agenti e pompieri mi bloccavano all’entrata della via. Poi un collega mi prese sotto braccio e mi fece entrare. Lì capì che ci doveva essere mio fratello”. “Da solo inizio a fare i primi passi - ha continuato il fratello di Claudio Traina - e mentre camminavo sentivo sotto i piedi lo scricchiolio dei detriti e dei vetri. Quei palazzi sembravano come i palazzi bombardati in Ucraina. Tutto nero, nessun colore se non un po’ d’acqua per terra usata dai vigili del fuoco per spegnere gli incendi delle macchine ma era acqua color sangue. E più mi avvicinavo al cancello dove abitava la mamma del dottor Borsellino più lo scricchiolio per terra diventava morbido. Solo dopo ho capito che stavo camminando su brandelli di carne ancora fumanti e lì mi feci forza ad andare avanti e continuare”.
Una memoria difficile da accettare, ci vuole coraggio. A maggior ragione quando ricostruendo quelle scene, Traina disse: “Quando arrivai alla cancellata vidi mezza testa e mezzo sterno: riconobbi il dottor Borsellino dal baffetto. Alla sua sinistra un'altra mezza testa con un po’ di brandelli che mi sembrava Catalano. E io giravo gli occhi perché cercavo disperatamente mio fratello e una volta che alzai lo sguardo vidi un seno appiccicato sotto un balcone, grondante di sangue nero. Poi mi girai e vidi la Croma della scorta ancora fumante dove c’erano solo i cerchioni, perché le gomme andarono a fuoco, e sotto c’era una gamba dal ginocchio fino alla scarpa. Da quest’ultima riconobbi che era mio fratello”.

Salvatore Borsellino: “Dopo 30 anni lo Stato sta pagando le cambiali di quella scellerata trattativa fatta con la mafia”
Una testimonianza a tratti diversa ma sempre profonda quella trasmessa da Salvatore Borsellino ai giovani che hanno aderito all’iniziativa (oltre 1500). A lui, come al fratello Paolo, Palermo non piaceva e la lasciò perché “non c’era un posto per un ingegnere come me; perché la mafia domina e controlla il territorio; e perché in quella città si devono pagare le tasse due volte: allo Stato e alla mafia con il pizzo”, ha detto Salvatore Borsellino. Ma dopo la strage tutto cambiò. Il dolore di un fratello distante, la sofferenza di una famiglia colpita dritta al cuore, e la richiesta di una mamma: “Andate dappertutto per non far morire il sogno di Paolo”. E Salvatore, da 30 anni, si sta spendendo per non tradirlo dando cuore, anima e sangue alle giovani generazioni, le più adatte a sentire “la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. “Paolo ha scelto di morire - ha continuato il fondatore del Movimento delle Agende Rosse -, perché sapeva che solo con la sua morte sarebbe riuscito a cambiare le cose. Se fosse rimasto in vita lo avrebbero denigrato, accusato e delegittimato”.
E rivolgendosi ai giovani ha detto: “Voi non siete il futuro, ma il presente. E io so che voi giovani di questa terra riuscirete a cambiare le cose e far emergere il fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo”. “Quelli che stiamo vivendo sono giorni duri - ha continuato Salvatore Borsellino -. A distanza di 30 anni quello stesso Stato di cui pezzi deviati sono arrivati a trattare con la mafia, proclama Paolo Borsellino e Giovanni Falcone come eroi e li mette sulla moneta da due euro. Ma io continuo a dire che avrebbe dovuto coniare di nuovo i 30 denari se volevano mettere l’effige di Paolo e Giovanni. Quei 30 denari che sono stati pagati a Giuda per il tradimento di Gesù Cristo, perché è quello che sta accadendo oggi. Dopo 30 anni lo Stato sta pagando le cambiali di quella scellerata trattativa che all’epoca pezzi deviati dello Stato hanno avviato con la criminalità mafiosa. Trattativa che oggi, dopo processi viziati da depistaggi di ogni tipo e dopo che una sentenza ha affermato esserci stati depistaggi di Stato, dobbiamo ascoltare una sentenza di assoluzione a Palermo. Una sentenza che assolve i funzionari di Stato che questa trattativa hanno portato avanti perché il fatto non costituisce reato. Io aspetto ancora le motivazioni della sentenza per capire il perché di questa decisione”.

L’importanza della memoria attiva
In conclusione, è stata la volta di Aaron Pettinari e dei giovani del Movimento Culturale Internazionale Our Voice: Jamil, Marta e Riccardo. “È necessario recuperare la memoria e farlo attivamente - ha detto Aaron -. Io lo faccio con il giornalismo, Our Voice lo fa con arte e cultura. Non importa come ma va fatto. Essere cittadini significa anche pretendere verità e giustizia perché dopo 30 anni ci sono ancore troppe verità parziali. Bisogna esserci, essere presenti per tutti coloro che queste verità continuano a cercarla”. E sulle parole del poeta e scrittore José Saramago, Aaron Pettinari ha concluso dicendo: “Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere. Il mio invito è quello di portarlo avanti tutti insieme”. “È necessario partecipare attivamente, mettendosi in contraddizione sempre, andando a scarnire e rimuovere la mafiosità insita dentro ognuno di noi - ha detto Jamil El Sadi -. Solo così possiamo essere padroni del nostro destino e poter costruire un presente migliore e libero. Un mondo in cui vivere felici. Dobbiamo essere intolleranti alla mafia, alle ingiustizie sociali e alle prevaricazioni degli altri, in primis dentro le scuole perché quegli atteggiamenti sono gli stessi che hanno i boss al 41bis”.
Successivamente ha parlato Marta Capaccioni che ha voluto ricordare come Our Voice ha scelto di aprire una sede a Palermo perché crede fermamente nello spirito di cambiamento di questa città: “Palermo, grazie alla sua storia, ha la possibilità di cambiare l’intero Paese”. “Basta di etichettare la Sicilia come ‘Mafia’ perché oggi la criminalità organizzata è in tutta la nazione e in tutto il mondo - ha continuato la giovane -. Dobbiamo avere la capacità di indignarci, soprattutto dopo aver sentito testimonianze come quelle di Antonio Vullo, Luciano Traina e Salvatore Borsellino.  Dobbiamo indignarci perché a distanza di 30 anni dalle stragi si stanno realizzando i punti del appello di Totò Riina, ed è scandaloso. Si sta ripetendo la Storia”.
Siamo giovani e in quanto tali dobbiamo ribellarci, non stare in silenzio ed essere omertosi - ha detto Riccardo Caronia, giovane di Catania che la mafia l’ha vista tra i banchi di Librino -. Non sono un giornalista, ma un videomaker e mi metto a disposizione della causa. Ma non basta farlo come singoli. Per debellare la mafia dallo Stato e viceversa dobbiamo essere un corpo unico, collettività: dobbiamo essere un Noi capace di esprimersi”.
Parole forti, dirette e vissute. Parole verità che hanno spinto un giovane studente a ribellarsi contro la mafiosità presente nella scuola, tra i banchi, dentro le aule, tra i professori. Un atto di denuncia ispirato dalle parole dei tre giovani di Our Voice, che gli hanno dato carica per fare questo grande passo di intolleranza e rivoluzione contro un microsistema - quello scolastico - spesso marcio fino alle fondamenta.

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