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anselmi berlusconidi Anna Vinci - 27 novembre 2013
In tanti discorsi di Berlusconi, attacchi contro tutti, strappi istituzionali che incriminerebbero un cittadino senza le sue referenze, mafia e dintorni, le perle di saggezza ribadite su Mangano, rivolte a una platea di giovani uomini e donne, rischiano di passare sotto silenzio rispetto alla estrema gravità del fatto.
Mi tornano in mente le parole di Veronica Lario ex seconda moglie del nostro, quando si riferisce a “[…] Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica… e per una strana alchimia, il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore” (Aprile 2009). Ora che nel segreto delle stanze del sovrano, per ovvi motivi, ci sono solo due carceriere con i vestiti della festa, si cerca in un incontro di gruppo, educativo, l’energia giovane per continuare e il mafioso omicida Mangano diventa “un eroe”, un esempio da seguire.
Mi ritornano in mente le rivelazioni, fatte durante le nostre recenti conversazioni, dal collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo.

“Nel marzo 1974 ero a Milano. Avevo appena portato a termine due sequestri da quelle parti e mi fu ordinato di rimandare il ritorno in Sicilia: dovevamo organizzarne un terzo. Per preparare un sequestro ci vuol tempo, almeno un paio di mesi.badalamenti-bontade Eravamo una squadra di circa quindici persone, tutti mafiosi agli ordini di Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti. L’obiettivo non lo conoscevamo ancora [...] avevano solo detto: ‘Quello che sta costruendo Milano Due’. [...] All’improvviso, però da Palermo arrivò una telefonata: ‘salta tutto, tornate qui’. [...] Dopo alcuni mesi venni a sapere che Berlusconi aveva da qualche tempo in casa sua un ospite molto particolare. Si trattava di Vittorio Mangano, piazzato nella Villa di Arcore. Ancora oggi quando sento Dell’Utri chiamarlo ‘stalliere’ mi viene da ridere. Certo, in Sicilia Mangano avrà anche lavorato in una stalla, ma tra un omicidio e l’altro. [...] In pratica solo con la sua presenza, lo ‘stalliere’ fungeva da segnale: ‘Questo non si tocca’. [...] Mangano lo conoscevo da sempre [...] era un tipo allegro che organizzava le cose un po’ alla leggera. [...] Tant’è che quando qualcuno faceva un lavoro in maniera approssimativa, io dicevo: ‘L’ha fatto alla Mangano?’” (Anna Vinci, Gaspare Mutolo - La Mafia non lascia tempo, Rizzoli, 2013).
Poteva scegliere come esempio un killer professionalmente più serio da proporre ai giovani, ma il nostro ama il vaudeville e anche la morte ha bisogno di paillettes e lustrini.
Prosegue Mutolo: “Dopo che il rapimento fu cancellato, nel nostro ambiente si cominciò a generare una certa curiosità intorno a Berlusconi. Si diceva che nelle sue società ci fossero dei nostri uomini e che nelle sue casse ci finissero i soldi – già riciclati – di Stefano Bontade. Non so come si riciclasse in quegli anni il denaro sporco a Milano, ma già allora sapevo benissimo come lo faceva a Roma Pippo Calò: affari di costruzioni, era legato, fra gli altri, a un grosso intrallazzatore come Flavio Carboni a sua volta vicino a Berlusconi”.
Ascoltando le parole dell’ex Presidente del Consiglio, vado con il pensiero alle tante persone che sono morte in difesa dello stato di diritto, e a quelle che non sono morte, ma che dal loro impegno hanno visto la vita stravolta. Come l’onorevole Tina Anselmi, già presidente della Commissione bicamerale sulla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, che con amara ironia mi diceva: “Non mi hanno ammazzato perché, essendo una donna, pensavano che il mio lavoro come Presidente non sarebbe servito a molto. Si limitavano a dileggiarmi: che vuole questa Tina con la P2, che fissazione. E mi chiamavano ‘Mina vagante’”.
gelli-lucio-proiettoreOggi a che punto siamo, dopo oltre trent’anni dal ritrovamento del Piano di Rinascita Democratica di Gelli? Un progetto eversivo di cui, diceva Gelli in un’intervista del 2003: “Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”.
Su cosa si basa il partito dell’amore oggi: Forza Italia, ex Pdl, ex se stessa? Sul depistaggio. Tipico metodo piduista.
Non fu condannato Gelli per depistaggio nelle indagini sulla strage di Bologna? Non depista Berlusconi quando afferma di essere il partito dell’amore e intanto non fa che spargere odio? E in vent’anni un po’ per volta ha perso pezzi dei suoi alleati. Guai a mettersi contro il sovrano! Non depista quando afferma, in un coro di approvazione e giustificazione dei suoi parlamentari di ieri e di oggi, essere Ruby la nipote del presidente egiziano Mubarak? Quelle che possono sembrare barzellette ai profani sono frutto di un piano preciso che al depistaggio affianca il così detto “metodo Boffo”, come è stato ventilato dagli stessi ex del Pdl Alfano e company.
Ultimo elemento, e non certo meno importante, è l’omertà tra sodali. L’agire nascostamente, da loggia segreta, gruppo ristretto, cerchio magico intorno al capo. Come avviene anche nell’organizzazione mafiosa.
“Dall’esplorazione di questo mondo, da questa ricognizione, invero poco edificante, dell’altra faccia della luna, possiamo trarre una conclusione principale di significato politico: che la politica sommersa vive e prospera contro la politica ufficiale; che una democrazia manipolata è in realtà una non democrazia; che ogni tentativo di correggere surrettiziamente e per vie traverse il sistema democratico significa in realtà negarlo alla radice dei suoi valori costitutivi”. (Atti Parlamentari, da pagina 35662 a pagina 35670, IX legislatura, Discussioni, seduta del 9 gennaio 1986). Queste parole di Tina Anselmi non conservano tutta la loro attualità a ventisette anni di distanza?  
Silenzio e omertà. E non è stato forse un elogio del silenzio omertoso la difesa di Mangano e l’esaltazione di Dell’Utri, condannato il 25 marzo 2013 dalla terza sezione della corte di Appello di Palermo in secondo grado di giudizio, con pena di 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa? La sentenza (annullata con rinvio a nuovo giudizio di Appello dalla Cassazione) considera Marcello Dell’Utri il “mediatore contrattuale”, tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, che “ha mantenuto sempre vivi i rapporti con i mafiosi di riferimento”. Secondo la sentenza della Corte d’Appello questo patto viene sancito tra il 16 e il 29 maggio del 1974, come si legge nelle 477 pagine della motivazione, “è stato acclarato definitivamente che Dell’Utri ha partecipato a un incontro organizzato da lui stesso e (dal mafioso palermitano Gaetano) Cinà a Milano, presso il suo ufficio. Tale incontro, al quale erano presenti Dell’Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo e Silvio Berlusconi, aveva preceduto l’assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore, così come riferito da Francesco Di Carlo e de relato da Antonino Galliano, e aveva siglato il patto di protezione con Berlusconi. […] dellutri-berlusconi-big2Non è possibile affermare che Marcello Dell’Utri sia stato una vittima associata in tale destino all’amico Berlusconi. Né può sostenersi che Dell’Utri, dopo avere intrattenuto così a lungo rapporti personali con boss mafiosi del calibro di Bontade, non sia stato consapevole delle finalità perseguite dall’associazione mafiosa. L’imputato aveva perfettamente chiari sia il vantaggio perseguito da Cosa nostra che l’efficacia causale della sua attività per il mantenimento e il rafforzamento di Cosa nostra”.
Essere legati alla mafia, vuol dire essere collegati a una organizzazione criminale che fonda il proprio potere sull’illegalità e sull’omicidio come metodo finale, vuol dire sancire accordi con chi ha ammazzato Falcone e Borsellino. E cito loro come simbolo, ma quanto numerosi sono i servitori dello Stato che lo Stato manda in prima linea senza garantire gli approvvigionamenti, le retrovie che funzionano a loro salvaguardia. Le scorte sole non servono.
 “[...] Gettano fumo con numeri, arresti, confische, proclami, celebrazioni, quando sanno bene che cosa temono i mafiosi: il carcere duro, l’isolamento. Il non poter usufruire della prescrizione, perdere le coperture per la latitanza, l’uscita di scena di avvocati, giudici e uomini di potere compiacenti” (Anna Vinci, Gaspare Mutolo - La Mafia non lascia tempo, Rizzoli, 2013).
Tra questi servitori dello Stato lasciati soli, non posso non pensare a Giorgio Ambrosoli, che indagava su quel “genio” della finanza che fu Michele Sindona, condannato quale mandante per l’omicidio dello stesso Ambrosoli l’11 luglio del 1979.
Sindona, indagato dalle autorità statunitensi, quando si vede perduto torna nella braccia protettive della mafia – chi ci ricorda? –, chiede aiuto alla famiglia italo-americana dei Gambino, per organizzare la sua fuga da New York. Era l’agosto del 1979, ma non aveva fatto i conti con un certo Gelli, il burattinaio – questo pensava di fare da grande Licio Gelli bambino, come racconta in una intervista rilasciata al piduista Maurizio Costanzo per il Corriere della Sera il 5 ottobre 1980 – che nel frattempo, sembra avesse mandato un segnale chiaro, scendendo in Sicilia, per spiegare a quei bravi ragazzi che era giunto il momento di cambiare cavallo: non più Sindona, ora è il tempo di Calvi, da più garanzie soprattutto con la banca Vaticana. Calvi, P2, mafia, Ior, Marcinkus, banda della Magliana. Ma il protagonismo di Calvi durò poco: il 18 giugno del 1982 fu trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri, a Londra.  Sì, la storia della P2 come quella della mafia è intrisa di sangue.
marcinkusMi faceva però notare Tina Anselmi che la mafia, solitamente, ammazza colpendo individualmente i singoli ‘colpevoli’, che le stragi sono un tipico sistema usato dai servizi segreti ‘deviati’ italiani. Una pratica anomala in Europa, propria di gruppi terroristi come l’Ira e l’Eta, che lo Stato combattevano e non riconoscevano.
Le “nostre” stragi tendevano a creare confusione nel terrore. Un metodo di morte caro alle dittature del Sud America. Non dimentichiamo i buoni rapporti tra il generale argentino Massera, Gelli e Ortolani (“grande” banchiere piduista), tra Peron e un uomo, manager pubblico per tutte le stagioni, come Gianni Elia Valori, colui che insieme a Gelli accompagnò Peron da Roma in aereo nel suo ultimo viaggio di ritorno in Argentina.
A ogni commemorazione di Falcone e Borsellino, è un dolore vedere certa gente partecipare: è come se ancora una volta i due magistrati venissero uccisi.

Pensierino della sera. Riina minaccia il pubblico ministero della Dda di Palermo Nino Di Matteo: “Di Matteo deve morire e con lui tutti i pm della trattativa. Devono morire, fosse l’ultima cosa che faccio”. Un urlo di un uomo che chiede conto e ragione dal carcere! Pretende! Vuole incassare, da chi e cosa?
Rinasce Forza Italia, un ritorno al passato, ai bei tempi della prima nascita di Forza Italia con l’apporto fondamentale di Marcello Dell’Utri.
Il depistaggio continua e Berlusconi parla di Golpe in caso di approvazione della sua inevitabile decadenza – sancita dalla vigente legge – e tra una piega e l’altra dell’odio che monta, fino a tirare in ballo il presidente della Repubblica, si insinua un elogio a Mangano rivolto a chi? Un atto di deferenza? Un messaggio in codice?
la-mafia-non-lascia-tempo-big “[...] Se un politico dice che Dalla Chiesa è un ostacolo, è perché sa che il mafioso saprà dare il giusto valore alla sua lamentela e la riporterà al capo mandamento. Sembra una cosa difficile, ma invece è semplicissima. Fu così per anni: tacito accordo. Ma la paura di morire dei nostri referenti politici fece saltare il banco. Facendo liste e papelli, entrammo in un gioco nuovo, italiano e non solo siciliano, in un gioco ad alto livello, dove ognuno ci teneva a non avere la responsabilità di quello che accadeva. [...] Noi nel silenzio mandavamo messaggi chiari a chi li doveva capire. Volevamo che il morto fosse un monito che ‘parlasse’. Loro, che tacesse per sempre” (Anna Vinci, Gaspare Mutolo - La mafia non lascia tempo, Rizzoli, 2013).
Concludo con le parole di Tina Anselmi. “Viviamo in un contesto politico dove interessi, politica e criminalità si sono congiunti formando lo ‘Stato invisibile’ che è l’antitesi radicale della democrazia. Vittime dei poteri occulti, come la P2, come la mafia, ecc., sono dunque tutti i cittadini che vengono privati del loro reale potere di decidere. I poteri occulti non trasformano la democrazia, la pervertono. Essere in possesso di un potere che non è definito da una responsabilità morale e non è controllato da un profondo rispetto della persona, significa distruzione dell’umano in senso assoluto” (Tina Anselmi, Lectio Magistralis, Università degli studi di Trento, Facoltà di sociologia, 30 marzo 2004).


VIDEO Berlusconi: ''Mangano eroe, non cedette al ricatto dei giudici''

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