Categoria: Inchieste
Editore: Piemme
Pagine: 240
Prezzo: € 18.90
ISBN: 8856685566
Anno: 2022

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Recensione


Come politici, magistrati e faccendieri ostacolano le indagini sul Potere

di Luca Grossi

È una storia che conferma delle verità, senza girarci intorno: il Sistema non vuole che qualcuno faccia indagini sul Potere. Ma se ciò accade, le rappresaglie sono spietate. Prima si tenta con la "museruola", poi con interrogazioni parlamentari insolitamente pressanti e spesse, in seguito ci sono le delegittimazioni, l'isolamento, e infine, se tutto questo non basta, arriva l'artiglieria pesante: procedimenti disciplinari, trasferimenti e processi.
È questo tutto l'armamentario che fu usato contro Luigi de Magistris, un magistrato "Fuori dal Sistema", come il titolo del suo ultimo libro (Piemme Edizioni). Il volume si apre con la prefazione di Nino Di Matteo, già sostituto Procuratore di Palermo e oggi consigliere togato del Csm che, come de Magistris, subì la “morsa” del “sistema” interno a una certa politica come a una certa magistratura.
È noto che lo stesso Luca Palamara, dopo che venne coinvolto in un’indagine della procura di Perugia per fatti anche corruttivi, ammise che de Magistris venne "fatto fuori" perché non apparteneva al Sistema e le indagini da lui condotte "mettevano in crisi i vertici del governo e dello Stato".
Anche il Consiglio Superiore della Magistratura fece la sua parte contro de Magistris: "Condanna con la sanzione della censura, trasferimento per incompatibilità ambientale e funzionale". In altre parole si trattava di "lasciare la Calabria" senza "la possibilità di fare il pm".
Anche qui di novità non ce ne sono: infatti ancor prima vi fu la delegittimazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, "oggi ricordati come eroi, furono isolati, delegittimati, non tutelati, emarginati. In questo, il CSM è stato una profonda delusione nella mia esperienza, un organo costituzionale che non di rado si è schermato dietro la propria autonomia per colpire proprio i magistrati. Non c’è nemmeno da chiamare in causa Ponzio Pilato, visto che al suo interno sono stati consumati quelli che definisco 'omicidi professionali'".
C'è poco da aggiungere: i magistrati "anti-corrente" o "anti-sistema" non hanno santi in paradiso.
Soprattutto quelli impegnati in prima linea, la cui "missione" è messa a rischio dai continui attacchi alla loro indipendenza e alla loro autonomia.

Due pesi, due misure
L'ex magistrato ha riportato la sua esperienza di pubblico ministero vissuta nelle procure di Calabria e Napoli: informale e dinamica la prima, burocratica e gerarchizzata la seconda.
Dopo un periodo passato alla procura partenopea de Magistris scelse nel 2003 di tornare come pm nella procura di Catanzaro. Qui si scontrò con un sofisticato sistema di 'misurazione': se le indagini riguardavano il potere (es. "politici, dirigenti, funzionari") le accuse crollavano sotto il bisturi dei cavilli legali.
"Anche il comune di Catanzaro - ha raccontato l'ex magistrato - e diversi comuni della provincia furono interessati da indagini molto delicate che riguardarono vertici politici degli enti, sindaci, assessori comunali e regionali, presidenti di regione. Il livello di trasparenza era davvero scarso, il denaro pubblico era spesso fonte di illeciti gravi, le mafie colludevano in vari settori".
Gli investigatori trovarono, nell'ambito di un’inchiesta sulla sanità, prove pesanti come "mazzette individuate mediante intercettazioni video-ambientali, appalti clamorosamente truccati" e "riprese che mostravano lenzuola di ospedale lavate insieme a tovaglie dei ristoranti". Ma "l’esito previsto si rovesciò, grazie all’abilità di alcuni difensori, in genere sempre gli stessi, che ottennero l’assoluzione, la prescrizione, o una durata eterna dei processi".


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L'ex presidente della regione Calabria, Agazio Loiero © Imagoeconomica


In questa attività investigativa "fu coinvolto anche l’allora presidente della regione Calabria Agazio Loiero. Un terremoto giudiziario, con attacchi da più fronti in costante aumento. Era difficile portare a termine queste attività investigative, perché prossimità e collegamenti tra indagati o loro parenti e magistrati erano sotto gli occhi di tutti. Tutti sapevano, ma chi doveva agire non faceva nulla, copriva. Una parte della magistratura si è occupata proprio di questo, di costituire il coperchio meglio progettato per non far uscire dalla pentola il marcio e scoprire reati".
Oltre a questo, naturalmente, ci furono anche altre inchieste che, invece, seguirono il loro percorso naturale: traffico di droga, di esseri umani, omicidi ecc...
Le forze dell'ordine portavano delle indicazioni di prova, ci furono gli arresti, si arrivò in dibattimento e poi, per tutti e tre i gradi di giudizio, i giudici pronunciarono le relative sentenze.
Bastava non toccare i potentati e i 'mammasantissima'.

Fermate quel pm!
Il caso Reggio "fu un terremoto giudiziario e politico nel reggino e nell’intera Calabria", ha scritto de Magistris, "ricostruimmo i rapporti tra la ’Ndrangheta, in particolare la cosca De Stefano, e la politica comunale, provinciale e regionale di Reggio Calabria, nonché il ruolo delle logge segrete e gli ambienti politici, in particolare della destra, già legata in passato anche all’eversione neofascista".
"La politica, ovviamente, ostacolò pesantemente l’indagine che stavamo espletando, a livello sia regionale che parlamentare e di governo. Attacchi, pressione mediatica, denunce, interrogazioni parlamentari. Fu il pretesto per cominciare a mettere pressione su di me e tutto il lavoro che stavo portando avanti già da mesi su più fronti". "Nel gennaio 2005, puntuali, vennero a Catanzaro gli ispettori del ministero della Giustizia, inviati dal ministro Castelli (Lega Nord) del governo Berlusconi dell’epoca. Una volta arrivati, non se ne andarono più fino al gennaio 2008, quando fui espulso dalla Calabria. Nella storia giudiziaria italiana non si è mai vista un’attività ispettiva durata senza soluzione di continuità per tre anni interi, disposta prima dal governo di centrodestra con premier Berlusconi e poi dal governo di centrosinistra con premier Prodi".
Oltre a de Magistris furono messi "sotto pressione i vertici" del suo ufficio: "Il messaggio rivolto loro in quel momento suonava così: 'Dovete fermare de Magistris'".
Nel luglio del 2005 fu la volta di una "pesantissima interrogazione parlamentare" a "firma di un parlamentare pugliese, ma in realtà scritto da una mente e penna catanzarese molto informata e che ben sapeva quello che doveva dire e dove puntare. Cominciarono a mirare all’obiettivo: dovevano fermarmi".
Non a caso a quel tempo de Magistris stava portando avanti tre procedimenti molto delicati: Poseidone, Why Not e Toghe Lucane.

Poseidone: acque sporche, denaro, politica
Non è stata la mancanza di volontà da parte dei magistrati onesti: l'inchiesta venne fermata da un sistema trasversale di stampo machiavelliano.
Seguendo i soldi europei destinati al settore ambientale, i magistrati scoprirono "il più grande sperpero di denaro pubblico finalizzato alla depurazione delle acque e ai rifiuti mai individuato".
"Per abbassare il rischio del controllo sulle proprie attività -  si legge - i protagonisti di questo sistema criminale si erano creati uno scudo normativo che rendeva assai autonoma l’attività del commissariato per l’emergenza ambientale, e inoltre attribuivano incarichi di rilievo a parenti di magistrati, esponenti delle forze di polizia, dirigenti regionali e di altre persone che avrebbero dovuto svolgere funzioni di controllo".
Le indagini procedevano e la partecipazione della 'Ndrangheta fu sempre più evidente. Ma quello che tenne l'intero gioco era "l’asse calabro-romano: tanto per far comprendere la sua forza, nei vertici di società coinvolte nelle indagini si trovavano persone legatissime ai vertici di partito nazionali, in particolare di Forza Italia e Alleanza Nazionale".
Nel libro si parla anche dell'attuale "presidente del Consiglio di stato ed ex ministro degli Esteri Franco Frattini, uomo di fiducia di Silvio Berlusconi, come anche Giovan Battista Papello, plenipotenziario dell’allora partito di Fini in Calabria".
"Addirittura, fu indagato il segretario nazionale dell’UDC Lorenzo Cesa, e furono perquisite società che a lui facevano riferimento. Individuammo tutti i flussi di denaro, assai consistenti, destinati ai partiti e a politici nazionali e locali".
Legami, intrecci, accordi occulti. E poi su, fino al Parlamento Europeo, alle strutture di vertice dell'UE, sino a lambire "il direttore generale dell’OLAF, ufficio antifrode europeo".
A fine marzo 2007 "si rese indispensabile, per lo sviluppo di talune attività investigative, procedere a inviare un’informazione di garanzia" all'avvocato calabrese Giancarlo Pittelli. Era troppo. Il Procuratore della Repubblica Mariano Lombardi strappò dalle mani l'indagine a de Magistris.
"Fino ad allora aveva provato ad arginare, intralciare, passare informazioni, ma non si era spinto agli estremi rimedi". Fino a quel momento.


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L'avvocato ed ex deputato, Giancarlo Pittelli © Imagoeconomica


Why Not?
I fatti di questa inchiesta si intrecciarono con quelli scoperti nell'indagine Poseidone.
Il capo della società "Why Not era Antonio Saladino, responsabile per il Sud della Compagnia delle opere, un’associazione imprenditoriale che dovrebbe avere soprattutto finalità religiose".
Seguendo i flussi di denaro i magistrati arrivarono al cuore di Roma, Milano, Bruxelles, Lussemburgo. E poi ai nomi di diverse società di intermediazione nel mercato del lavoro che utilizzavano denaro pubblico, il vero 'desiderata' di alcuni soggetti.
"Le indagini preliminari - si legge nel libro - condotte con grande professionalità dai carabinieri di Catanzaro stavano ricostruendo una fitta rete di rapporti tra persone e società finalizzati a drenare e gestire i finanziamenti in maniera illegale per controllare il mercato del lavoro e condizionare il voto. Ne emergeva una relazione stretta tra politica e impresa, in cui erano collusi anche pezzi importanti delle organizzazioni sindacali".
"Era sempre più chiaro come il collante del sistema fosse la massoneria deviata: erano numerose le logge e le associazioni segrete interessate dalle indagini. Individuammo anche una loggia a San Marino e un canale di traffico d’armi verso l’Africa, in cui erano coinvolte aziende di livello nazionale e internazionale".
"Il 20 giugno facemmo una perquisizione delicatissima - ha raccontato l'ex magistrato - che ci permise di salire ulteriormente di livello nell’accertare i fatti. Ci trovammo di fronte a uomini politici di livello nazionale, esponenti dei servizi segreti, faccendieri, imprenditori, collaboratori stretti dell’allora presidente del Consiglio Romano Prodi. Ai primi di luglio la perquisizione al faccendiere Luigi Bisignani, piduista. Tra i documenti acquisiti a seguito delle perquisizioni trovammo relazioni inquietanti di magistrati in servizio in uffici strategici, tra cui la procura nazionale antimafia. Quindi arrivammo a iscrivere nel registro degli indagati il presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi e successivamente il ministro della Giustizia Clemente Mastella. Un atto necessario per ricostruire i flussi di denaro pubblico, le relazioni e i ruoli di persone che facevano parte del sodalizio criminale e godevano di coperture istituzionali ai massimi livelli".
Il ruolo del presidente del Consiglio, per fare chiarezza, era tutto da dimostrare.
Ma il 21 di settembre il ministro della Giustizia aveva chiesto al CSM il trasferimento di de Magistris da Catanzaro "per incompatibilità ambientale e la sottrazione delle funzioni di pubblico ministero".
"La procura generale della Cassazione si associò supinamente al ministero della Giustizia. Mi ritrovai così a dover lasciare subito la Calabria, non solo Catanzaro, e non potevo più fare il Pm". "Nella storia della Repubblica - si legge - non era mai successo che un ministro della Giustizia indagato chiedesse il trasferimento del pubblico ministero che indaga su di lui e sul presidente del Consiglio".
Da quel punto in avanti la storia fu la stessa: il Csm avviò nei confronti di de Magistris un processo e il 19 ottobre il procuratore generale della Repubblica facente funzioni Dolcino Favi, di Siracusa, (il cui nome fu fatto anche in un’indagine su mafia e massonerie deviate in Sicilia da Luigi Ilardo, confidente dei carabinieri, che prima di divenire ufficialmente collaboratore di giustizia fu ammazzato) prese su stesso l'indagine Why Not.


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L'ex ministro della giustizia, Clemente Mastella © Imagoeconomica


Toghe Lucane
Nel pieno di Poseidone e Why Not si concluse anche un’altra attività investigativa molto importante, iniziata nel 2004, che riguardò diversi magistrati del distretto di Corte d’appello di Potenza. Nacque in "seguito alle denunce di diversi cittadini che raccontavano presunti comportamenti illeciti di magistrati e dall’ipotesi investigativa che alcuni magistrati fossero stati ostacolati da altri magistrati, politici, appartenenti alle forze di polizia, giornalisti e professionisti vari".
"Magistrati onesti e coraggiosi, come il Pm Woodcock e i giudici Iannuzzi e Pavese, venivano ostacolati soprattutto dall’interno dell’ordine giudiziario, perché erano titolari di procedimenti penali su persone e ambienti contigui e sodali con esponenti di spicco della magistratura. Tra Potenza e Matera dovemmo indagare, con carabinieri e Guardia di Finanza, praticamente i vertici degli uffici giudiziari e alcuni influenti politici dell’epoca. Al centro delle indagini l’abuso delle funzioni e le deviazioni del potere giudiziario, la captazione illecita del denaro pubblico, l’asservimento di organi di rilevanza costituzionale a interessi privati e l’attività di alcune 'toghe sporche' volta a perseguire disegni criminali eversivi del funzionamento delle stesse istituzioni che presidiano la giustizia".
Quello che accadde dopo è storia: de Magistris venne mandato via con tanto di 'carta bollata' dal Csm.
"Così anche Toghe Lucane era stata polverizzata...Non definitivamente però, perché anni dopo altri magistrati avrebbero dimostrato che quel che avevamo ricostruito era fondato. L’indagine Toghe Lucane 2, ha proseguito il lavoro che avevo iniziato e non ero riuscito a portare a compimento. Anche qui il tempo è stato galantuomo, ma la giustizia non si è fatta. Pagano vittime e cittadini, godono i colpevoli e si perpetua il sistema".

Conclusioni
Come ha scritto il consigliere togato Nino Di Matteo nella prefazione del libro "il modo con il quale, con la complicità decisiva dell’Anm e del Csm, hanno 'strappato di dosso' la toga a de Magistris è emblematico della ferocia di un potere".
Non c'è molto altro da aggiungere. Ovviamente l'ex magistrato non si fermò: prese su di sé le funzioni di giudice, per poi passare definitivamente alla politica. Prima con Antonio Di Pietro, poi come sindaco della "sua" Napoli e infine come leader di Unione Popolare.
"Luigi ha continuato a lottare per una società più giusta - ha scritto il consigliere togato - più solidale, più attenta alle esigenze degli ultimi e delle minoranze. Ha condotto le sue battaglie per spezzare la cappa oppressiva della mafia, del sistema corruttivo, di un consociativismo opportunisticamente finalizzato alla spartizione e alla gestione del potere per il potere. In questo lungo e accidentato percorso il de Magistris 'politico' ha dimostrato di avere una sola stella polare. La stessa che lo guidava quando indossava la toga: la Costituzione".

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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