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Categoria: Inchieste
Editore: FrancoAngeli
Pagine: 248
Prezzo: € 30,00
ISBN: 978-88-568-1616-7
Anno: 2010

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Recensione

Il 22 febbraio 2001 tre soldati serbo-bosniaci vengono ritenuti colpevoli di crimini contro l’umanità dal Tribunale Internazionale per i crimini dell’ex Jugoslavia; il loro capo di imputazione è quello di stupro. Per la prima volta lo stupro viene quindi rubricato come crimine contro l’umanità, cancellando la convinzione, viva per l’intero ventesimo secolo, secondo cui la violenza contro le donne in tempo di guerra era una conseguenza incresciosa ma in qualche modo ineliminabile della guerra stessa.
Frutto di una ricerca durata oltre tre anni, il volume ripercorre gli stupri di massa che hanno segnato le guerre e i conflitti del Novecento. Studiosi delle Università di Roma La Sapienza, Roma Tre, Siena, Urbino, Venezia esaminano le due guerre mondiali, le esperienze delle dittature latinoamericane e dei conflitti in Bosnia e Rwanda coniugando analisi storiografica e riflessioni di carattere teorico e metodologico. Grazie a documenti militari, memorie, atti processuali, resoconti giornalistici, interventi di rappresentanti delle organizzazioni femminili, riflessioni successive emerge un quadro articolato e complesso di una realtà da sempre sottovalutata, taciuta, nascosta con motivazioni politiche e morali, ideologiche e giuridiche che solo a fatica è riuscita a emergere come una verità che nessuno può più evitare di affrontare.
Nel corso di un secolo sono cambiate la mentalità, le leggi, la percezione, la sensibilità, gli accertamenti di responsabilità, le punizioni, la discussione sulla violenza commessa contro le donne attraverso la violazione del loro corpo. Lo stupro di massa risulta però ancora oggi una tragedia che si compie in ogni conflitto, utilizzato anche da chi sta “dalla parte giusta”, a testimonianza dell’imbarbarimento che la guerra porta con sé nell’abbattimento di vincoli morali, giuridici e politici esistenti in tempi di pace. Non bisogna dimenticare però che a renderlo possibile sono state e sono ancora oggi la subordinazione e la discriminazione subita dalle donne, vittime di mentalità e di culture che giustificano o ridimensionano la violenza.

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