Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Categoria: Cultura
Editore: Piemme
Pagine: 294
Prezzo: € 17,50
ISBN: 978-88-566-3145-6
Anno: 2013

Visite: 2276

Recensione

Non fatevi prendere dall’angoscia. Questo libro la suscita. Intende suscitarla. E’ stato scritto per questo: ritengo infatti che sia il tempo di gettare l’allarme, anzi di gridarlo con tutta la forza di cui si dispone. Siamo già in grave ritardo. Siamo già in una situazione di guerra, o alla preparazione di atti criminali di grande portata, che equivalgono a guerre anche se non avranno lo stesso aspetto delle guerre che conosciamo.

Chi è, cosa è, ciò che stiamo violentando e uccidendo, ogni giorno, ciascuno di noi e tutti insieme, senza nemmeno saperlo, senza accorgercene? E’ Gea, la nostra Terra. E’ l’ecosistema nel quale viviamo e del quale siamo parte integrante. Non lo sappiamo, quello che stiamo facendo. Nemmeno se ne rendono conto i milioni e i miliardi di esseri umani che ci attorniamo, a cominciare da noi stessi, dai nostri famigliari, dai nostri amici, dai nostri conoscenti, da coloro che incontriamo sui posti di lavoro, fino alla grande massa di individui che si muovono nelle città e nei paesi, anche molto lontani da noi.

Ciò che non sappiamo è molto importante. Tanto importante che da esso dipende la nostra stessa sopravvivenza; quella, sicuramente (come dimostreremo nei capitoli che seguono) delle prossime due o tre generazioni. Parliamo non di un astratto futuro ma del destino personale dei più giovani lettori di queste righe. Dunque è indispensabile, in primo luogo, una volta avvertito il pericolo, che noi ci poniamo una domanda fondamentale, preliminare: perché non sappiamo?

La risposta a questa domanda è tutt’altro che semplice, perché è connessa con la più importante trasformazione della nostra organizzazione sociale, avvenuta nel corso degli ultimi settant’anni.
Una trasformazione che ha mutato tutti gli aspetti della nostra vita, del nostro lavoro, della nostra cultura, delle nostre abitudini, delle istituzioni nelle quali abbiamo creduto, di quelle che abbiamo accettato e di quelle che ci hanno oppresso, dell’idea del passato, del presente, del futuro.

Questa trasformazione ha un nome: la rivoluzione dei sistemi di comunicazione informazione. Quella che - ci è stato detto e si continua a ripetere – avrebbe trasformato il mondo in un “villaggio globale”. Quella che ci dovrebbe dire “in tempo reale” tutto ciò che accade in ogni parte del mondo. Quella che – si dice - ci ha fatto diventare più evoluti, più informati. Quella che – per precipitare ai tempi nostri – ci ha dato la Rete, i motori di ricerca, Internet, la connessione globale in tempo reale. Tornerò a più riprese su questo tema, nel corso del libro. Qui mi limito a sottolineare alcune questioni basilari, senza avere capito le quali sarà impossibile comprendere quasi tutto il resto.

Se noi non sappiamo è perché non siamo stati informati. Qualcuno che sa, anche se non sa tutto, anche se non ha capito bene, c'è. Vedremo più avanti chi è che sa, e non dice. Ma, per restare a noi, qui appare subito una contraddizione in termini. Come è possibile che, essendo ormai incommensurabilmente più informati di quanto non lo fossero le generazioni precedenti, noi non sappiamo le cose più importanti per la nostra stessa esistenza umana? E cioè che ci stiamo suicidando? C’è una sola risposta capace di sciogliere questo paradosso: il sistema dell’informazione-comunicazione che ci circonda, ci pervade, ci accudisce, ci diverte, è quello stesso che ci nasconde le verità fondamentali della realtà in cui viviamo.
Questo è un assunto altamente controverso che dovrà essere dimostrato. I primi a contestarlo - e li sentirete strillare indignati – sono i gatekeepers. Cioè coloro che questo sistema mentitore sorreggono. Ma  questo assunto è  anche difficile da metabolizzare, essendo ciascuno di noi convinto di poter capire tutto e di poter accorgersi se qualcuno cerca di manipolarlo. Per  cui mi accingerò, in queste righe, a dimostrare questa tesi  nel modo più chiaro possibile. Ma, vi prego, per il momento, di accettarlo come ipotesi di lavoro. Se è così, come io penso, allora noi dobbiamo cominciare a trarre qualche corollario essenziale. Tutto questo significa che ogni individuo è un bersaglio potenziale ed effettivo di questo inganno. Ciascuno di noi (proprio ciascuno di noi, anche se, per l’occorrenza, ciascuno di noi è stato trasformato in un punto statistico) è oggetto di un’aggressione. Che si tratti di un’aggressione statistica non modifica né la sua natura criminale, né la sua efficienza. Se non ci rendiamo conto che siamo aggrediti, non potremo difenderci e saremo colpiti. Per essere più precisi: noi siamo già stati colpiti miriadi di volte, nel corso della nostra vita. Milioni sono già stati letteralmente annientati, cioè privati della capacità di critica, subordinati, resi servi. Addirittura servi felici. I proiettili comunicativo-informativi non si percepiscono, ma sono innumerevoli, e si sedimentano nei nostri cervelli. Non provocano dolore, al contrario, penetrano facilmente perché provocano piacere.
Chi sono questi bersagli? Sto parlando degli abitanti di Matrix, la società virtuale che è stata costruita al posto di quella reale. Chi vive al suo interno non può sapere. L'obiettivo dei pochi che sanno è ridurre l'orizzonte mentale di tutti gli altri. Non è cattiveria, è uno dei derivati principali della competizione. Diceva Henry Ford: “E' bene che la gente non sappia come funziona il nostro sistema monetario perché, se lo sapesse, farebbe una rivoluzione entro domani mattina”.  Dunque, se noi capiremo che siamo aggrediti, potremo anche difenderci. Quello che scrivo è un modesto contributo alla fondazione di una politica e di una tecnologia della resistenza a questa aggressione.
Sono convinto che nessun appello all’azione politica che trascuri, metta in secondo piano, o addirittura dimentichi questo contesto, potrà avere alcun effetto pratico, alcun senso, alcuna validità. Quando vi troverete di fronte a proclami, programmi, manifesti, non importa se di destra o di sinistra, che non partono dalla necessità di smantellare Matrix, siate certi che non servono a nulla. Gettateli nel cestino, non perdete tempo.

Brutte notizie,  dunque. Nelle innumerevoli conferenze, incontri, discussioni che ho avuto negli ultimi quindici anni,  ho incontrato sempre, invariabilmente, uno o più interlocutori che, spazientiti, o impauriti, mi chiedevano se io non avessi anche, nella mia bisaccia, qualche speranza da comunicare. Ho sempre risposto, e  rispondo qui, che non ho speranze da vendere, o da svendere. Le speranze, se ci sono, possono nascere esclusivamente da ciascuno di noi, dall’interno di ciascuno di noi, dalla sua intelligenza, dal suo spirito. Qui, sul limitare tra due epoche, che ha molto di simile a quello tra la vita e la morte, la politica e la morale si sovrappongono e s’identificano. E’ un punto di discontinuità che non ammette negoziati e furbizie, che non prevede schieramenti e vittorie. Ci troviamo di fronte a una trasformazione  epocale che investirà – e probabilmente travolgerà - la comunità umana tutta intera. Tocca a questa e alle prossime generazioni fare fronte a esperienze che non furono nemmeno pensabili per tutte le generazioni che ci hanno preceduto. Non esiste una società assicuratrice per il genere umano. I politici e i banchieri che vanno in giro a spruzzare speranze sui microfoni e nelle telecamere, sono parte integrante del sistema della comunicazione-informazione che ci vuole ingannare e che ci bombarda. E’ indispensabile non credere loro. E’ la premessa per organizzare la difesa dall’aggressione.

Mentre mi accingo a raccontare le cose che penso di sapere, di svolgere la mia opera di divulgatore, voglio dire subito che questo libro è anche il risultato di centinaia di discussioni con gente semplice, con donne e uomini normali. Spesso mi sono sentito dire: “quello che lei racconta io lo pensavo già per mio conto”. Oppure: “lei mi ha fatto sentire più libera/o perché ha detto cose che io già pensavo ma che non osavo dire”. Buoni segnali, indizi che mi hanno permesso di capire che stavo andando nella direzione giusta.  Infatti io penso di avere scoperto poche cose, ma di stare raccogliendo – in virtù delle mie capacità specifiche di divulgatore – molte intuizioni, inquietudini, idee che già circolano largamente, ma che non hanno trovato ancora una risposta sufficientemente sistematica, organica. Cioè non si sono ancora trasformate in idee-forza capaci di muovere grandi masse popolari e di trasformarle in iniziativa politica. Questa constatazione – aggiungo – è generale. Ho incontrato pubblici europei, assai diversi tra loro, russi, arabi, asiatici, latino-americani, africani, americani: dappertutto ho registrato reazioni analoghe. Il che significa che ormai questo ragionamento non è soltanto italiano, e neppure soltanto europeo nel senso stretto degli attuali confini europei. E’ un desiderio di ricostruzione morale e intellettuale che ha un carattere mondiale e che intende raccogliere un’inquietudine vastissima, che ormai percepisce la tragedia.
E, dovunque vado, scopro che i meglio informati sono i più preoccupati. Ricordo che, anni fa, io stesso, leggendo “L'appello ai governanti del mondo” i cui primi firmatari erano Bertrand Russell e Albert Einstein, rimasi incredulo, interdetto. Dicevano: “Abbiamo riscontrato che  coloro che più sanno sono i più pessimisti (…) che gli uomini stentano a rendersi conto che il pericolo è per loro, per i loro figli, e i loro nipoti e non solo per una generica e vaga umanità. E' difficile far sì che gli uomini si rendano conto che sono loro, individualmente, e i loro cari, in pericolo imminente di una fine tragica.” Adesso trovo il tutto assai più comprensibile.

So perfettamente che le mie modestissime forze non sono nemmeno lontanamente in grado di fare fronte a questi compiti. Per questo io stesso non mi faccio illusioni sul risultato. Semplicemente faccio la mia parte. Ma sono convinto altresì che la crisi, che qui tratteggerò per sommi capi, per come la vedo, non potrà essere né affrontata, né risolta, con l’apparato concettuale delle idee del XX secolo. La crisi, anzi l’insieme delle crisi che si addensano su di noi, a velocità fenomenale, come un uragano possente che nessuno è ormai in grado di fermare,  richiedono una visione d’insieme, una trattazione che ne raccolga tutta la complessità e l’intreccio. Non vi potrà essere una soluzione per ciascuna di esse, separatamente dalle altre. Non si tratterà di una somma di soluzioni. La soluzione, se la troveremo, dovrà essere una, tale da comprenderle tutte. Il che, allora, significa e indica l’urgenza estrema di approntare gli strumenti concettuali capaci di raccogliere, interpretare questa complessità. E, in parallelo, significa approntare gli strumenti politici, e le istituzioni internazionali capaci di guidare grandi masse di popoli, culture, civiltà storie, verso un unico obiettivo comune di salvezza. E’ chiaro che entrambe: l’attuale architettura concettuale e l’attuale architettura internazionale sono completamente inadeguate a fronteggiare la crisi che è già all’orizzonte.
Ciò precisato, prego il lettore di non soffermarsi più di tanto sulle contraddizioni più minuscole, sui piccoli e medi errori che probabilmente troverà, sparsi sul percorso. Essi saranno inevitabili tenendo conto non solo della gigantesca impresa che stiamo affrontando, ma anche del fatto che io stesso sono privo delle conoscenze complesse necessarie. Le invoco, ma non le ho. Esso  potranno essere soltanto il risultato di uno sforzo intellettuale collettivo che deve, per forza di cose, vedere impegnate tutte le civiltà esistenti. E’ esattamente il contrario dello “scontro di civiltà” per descrivere il quale Samuel Huntington ha impiegato la sua vita di studioso. Ecco un esempio di disperazione che io ritengo necessario evitare.

Mi concedo un’ultima notazione. So bene che si cercherà prima di tutto di ridicolizzare ciò che scrivo. C’è, in Rete, una muta di cani arrabbiati che pedina ogni mio, nostro movimento. Anche questo (che è un misto di subcultura e di provocazione organizzata) fa parte dell’esperienza di questi anni e mi conferma nella giustezza del cammino intrapreso. So che queste cose danno fastidio ai benpensanti di destra e di sinistra. So che mettersi contro il mainstream comporta la moltiplicazione dei nemici. La seconda tappa sarà (in caso l’interesse attorno a queste tesi cresca) attaccare personalmente l’autore, per screditare le tesi attraverso la demolizione personale del loro autore. E’ una tecnica consolidata dei servizi di disinformazione e dei pennivendoli  più o meno volontari al loro servizio. Infine, se accadesse che questo messaggio si riveli capace di raggiungere un pubblico più vasto, calerà la cortina del silenzio. Il modello, ormai classico è quello dell’11 settembre 2001: voltare pagina. Come vedremo più avanti, il silenzio è più potente di qualsiasi menzogna.
Negli anni ’70 il Club di Roma, fondato da Aurelio Peccei, lanciò un allarme (che potremmo definire il padre di questo mio, assai più modesto) che venne diffuso sotto il titolo di “Limiti dello sviluppo”.  Quell’allarme, che era assai ben fondato, venne non solo ignorato, ma sottoposto a una violentissima, e vincente, campagna di denigrazione. Che venne, significativamente, da tutte le parti: da destra, dalla nascente ideologia del “pensiero unico”, e da sinistra, poiché la sinistra riteneva allora che lo sviluppo e il progresso fossero la stessa, identica cosa.

Ma,  per intanto, provate a pensare che questo libro possa cambiare bruscamente la vostra vita e le vostre abitudini.
Io penso che capirete velocemente che il mondo in cui viviamo sta finendo. Questa espressione non significa che si sta andando verso la fine del mondo. Significa che questa civiltà, in cui siamo nati e viviamo, non sarà in grado di reggere agli effetti stessi che essa ha provocato. Si deve prevedere, dunque una transizione verso un’altra formazione economico-sociale. Cosa ci sarà nella transizione, se la pace o la guerra; cosa verrà dopo; quale civiltà farà seguito a questa; che ne sarà dei rapporti tra gl’individui, – che muteranno anch’essi in modo radicale – ; quale sarà la natura che circonderà le generazioni che seguiranno. Tutto questo non lo sappiamo, non lo sa nessuno. Sappiamo soltanto che ci sarà una transizione,  estremamente difficile, dalla presente civiltà alla successiva.

Sappiamo che questo avverrà perché l’Uomo ha violato le leggi della Natura, quelle dell’ecosistema in cui vive, e quelle della sua stessa, intima natura. La violazione delle leggi della Natura non conduce alla loro sparizione,  conduce piuttosto alla sparizione di chi le ha violate. Non sappiamo quanto sarà lunga questa transizione. Possiamo solo intuire che non sarà breve, e che sarà, per  la grande maggioranza, dolorosa. Il Club di Roma, circa trent’anni dopo, produsse un update, di quel lavoro. Assai più completo e potentemente documentato del precedente. In esso  vengono delineati nove possibili scenari del futuro, collocati tutti all’interno del secolo XXI. Tutti catastrofici.  Ma dal primo al nono ci sarà una grande differenza: di dolori, di sofferenze, di morti. Questa differenza dipenderà dalla capacità degli uomini di organizzarsi per difendersi.

ACQUISTA IL LIBRO: Clicca qui!

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy