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Categoria: Cultura
Editore: Chiarelettere
Pagine: 176
Prezzo: 12,90
ISBN: 9788861903043
Anno: 2012

Visite: 8212

Recensione

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
A vent’anni dalle stragi, si avverte l’esigenza di un approfondimento su quanto è accaduto in Italia dal 1992 a oggi. È necessario un ripensamento critico che non debba esclusivamente tener conto delle risultanze processuali. L’azione della giustizia, infatti, in questo ventennio ha manifestato tutti i suoi limiti, che consistono nell’esigenza prevista dal codice di trovare delle prove concrete, in ordine a reati specifici e a responsabili individuati con certezza.

Ma non sempre queste prove e questi responsabili possono essere individuati, specialmente nell’ambito di indagini su episodi criminali che si iscrivono in una più ampia «strategia della tensione» fortemente orientata da interessi politici e da registi occulti, sulla quale sin dai primi momenti sono calate nebbie e cortine fumogene finalizzate a depistare l’accertamento della verità. Le indagini su Capaci e su via D’Amelio, infatti, nonostante il massimo impegno profuso negli ultimi tre anni dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e dal suo pool antimafia, ci offrono oggi un quadro definitivo del livello della manovalanza delle due stragi, ma non ci svelano ancora i nomi e i volti dei cosiddetti mandanti a volto coperto, né quelli dei complici provenienti da ambienti paraistituzionali, che con tutta probabilità hanno fornito assistenza e coperture nella preparazione e nella realizzazione degli attentati. Oggi è pertanto impossibile ripensare agli ultimi vent’anni della storia italiana costringendo l’analisi all’interno della cornice giudiziaria e basandoci esclusivamente sulle risultanze investigative. La storia, per fortuna, non ha gli stessi vincoli della giustizia: il mestiere di storico e quello di giudice sono irriducibili e non potranno mai essere sovrapponibili. Ci piace sempre citare Carlo Ginzburg, che ha rilevato come «uno storico ha il diritto di scorgere un problema, là dove un giudice deciderebbe il non luogo a procedere». Per questo rivendichiamo – come giornalisti e come cittadini – il diritto di interrogarci e di riflettere, senza l’onere della prova, sul ventennio berlusconiano e sulle sue origini, anche tenendo conto delle ipotesi investigative che si sono concluse con un’archiviazione, non per inconsistenza dell’analisi (che risulta ancora oggi logicamente e cronologicamente attendibile) ma per l’assenza di prove certe in ordine a precisi responsabili. Come diceva Pier Paolo Pasolini, è possibile sapere e capire anche senza avere le prove. La nostra riflessione oggi ci porta a ritenere che le stragi del ’92 e le bombe del ’93 hanno portato a destabilizzare il quadro istituzionale della Prima Repubblica e ad azzerare la vecchia classe politica creando un vuoto, colmato «in progress» dal nuovo soggetto politico, Forza Italia, scaturito fin dal ’92 da un’intuizione di Marcello Dell’Utri. Un movimento populista e demagogico che raccoglie e sviluppa molti dei criteri ispiratori del progetto eversivo di Licio Gelli, capo della P2, che già dal ’76 sognava l’affermazione di un partito deideologizzato, fondato su club territoriali, in grado di manipolare gli umori dell’elettorato attraverso il controllo esteso dei mezzi di informazione. Il capo del nuovo partito, che nel ’94 si afferma con un successo elettorale senza precedenti, è l’imprenditore Silvio Berlusconi, tessera P2 n. 1816, che tra i suoi più fidati collaboratori arruolerà alcuni «fratelli» della Loggia Propaganda sciolta nell’82 e ritenuta responsabile di voler sovvertire l’ordine costituzionale dello Stato. Non a caso sull’ingente e rapidissima fortuna economica del nuovo leader pesa come un macigno il sospetto (mai dimostrato) di aver riciclato i fiabeschi capitali mafiosi del narcotraffico. Non a caso il nuovo partito, Forza Italia, si afferma proprio in virtù di una straordinaria campagna pubblicitaria che utilizza l’impero mediatico (tv e giornali) di Berlusconi, reclutando le star più popolari del piccolo schermo e un gran numero di direttori e editorialisti dei quotidiani e dei settimanali della «famiglia», nella propaganda di regime che per vent’anni martella senza sosta l’opinione pubblica italiana, secondo la lezione del Gran Maestro Gelli. E l’agenda politica dei governi di Berlusconi, in particolare nell’ultimo decennio, è stata chiaramente improntata a un’azione di demolizione costante della Carta costituzionale, con un’aspirazione evidente a soffocare i diritti garantiti e a sovvertire l’equilibrio tra i poteri (esecutivo, giudiziario e legislativo) su cui si fonda la democrazia. L’attacco, con abbondante ricorso all’insulto, all’autonomia dei magistrati, alle funzioni del parlamento, alla libertà di stampa, è stato il leitmotiv del discorso berlusconiano in tutto l’arco temporale del suo premierato. È per questo che oggi ci sentiamo più che mai legittimati a chiederci quanto profetica fosse l’ipotesi investigativa formulata negli anni passati dalla Procura di Palermo nell’inchiesta denominata «Sistemi criminali» (conclusa con un’archiviazione), nel corso della quale si era cercato di individuare in una lobby politico-finanziaria non mafiosa, facente capo a Licio Gelli e costituita da massoneria, finanza illegale, destra eversiva e frange dei servizi segreti, quell’intelligenza collettiva che avrebbe orientato e affiancato Cosa nostra nella progettazione e nell’esecuzione delle stragi. Nell’inchiesta, oltre a Gelli, erano indagati tra gli altri gli ex missini Stefano Menicacci e Stefano Delle Chiaie, l’ex ordinovista Rosario Pio Cattafi, il ragioniere delle cosche Giuseppe Mandalari e i boss Totò Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, tutti accusati di aver «promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato a un’associazione [...] avente a oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale».1
Questo perché la convinzione che il nuovo indirizzo stragista perseguisse, in realtà, obiettivi che andavano al di là degli interessi esclusivi di Cosa nostra appare ormai acquisita e fuori discussione. Non c’è dubbio, infatti, che l’«atipicità» degli attentati (soprattutto di quelli del ’93) rispetto a quelli tradizionali di Cosa nostra potesse risultare funzionale non solo alle finalità «terroristiche» della mafia, ma anche agli scopi di entità criminali diverse, interessate al conseguimento di un obiettivo di più ampia portata: ovvero «l’azzeramento del quadro politico-istituzionale nazionale» e la «totale destabilizzazione del paese per agevolare la realizzazione di una forma di golpe che mutasse radicalmente il quadro politico-istituzionale in modo più idoneo alla realizzazione degli interessi illeciti mafiosi». 2
In poche parole, «la presa del potere da parte del cosiddetto sistema criminale», 3 anche a costo di sacrificare l’unità d’Italia. Oggi siamo più che mai autorizzati a chiederci se in queste parole finite in archivio, e private per sempre di una verifica dibattimentale, c’è la sconcertante realtà di quanto è accaduto nel nostro paese.
Cos’è veramente successo in Italia? Le stragi hanno spalancato le porte a un golpe bianco? Il ventennio berlusconiano, che ne è stato l’esito politico, è la proiezione istituzionale di un progetto criminale? La classe politica che ci ha governato, dalla nascita della Seconda Repubblica in poi, conserva tuttora al suo interno alcuni ingranaggi perversi del sistema criminale? È in questa chiave – ora che la parabola del berlusconismo sembra avviata al tramonto – che dobbiamo leggere la deriva democratica prodotta dalle riforme legislative proposte (e fortunatamente attuate solo in parte) dai governi del Cavaliere, con qualche colpo di coda parlamentare sotto il governo Monti? E perché la sinistra e le forze di opposizione non sono riuscite a porre un argine a questo assalto di stampo piduista puntato al cuore della democrazia? Equivalente italiana del gollismo francese o del peronismo argentino, la leadership berlusconiana, dal ’94 a oggi, ha espresso una classe dirigente incline alla corruzione, volgare, apertamente razzista. Gli affari illeciti delle «cricche» e la caccia all’extracomunitario, le «ronde» e il bunga bunga, l’informazione ridotta a dossieraggio e lo spionaggio aziendale, il lifting e il trapianto dei capelli, la patente di «eroismo» ai boss omertosi e quella di «diversità antropologica» ai pm antimafia, il presidente operaio e il milione di posti di lavoro, il partito dell’amore e lo Stato-azienda, la compravendita di deputati in parlamento e la cocaina nei ministeri, il contratto con gli italiani e le barzellette, l’esibizionismo sessuale e la prostituzione intellettuale e politica (oltre che fisica), sono i frammenti di un’incultura di massa che, complice la sinistra, ha trasformato il paese in una squallida caricatura dell’Italietta fascista, zimbello del mondo intero. Come si spiega, però, che la cultura ufficiale, la letteratura e il cinema – tranne alcune sparute sacche di resistenza – in questo ventennio sciagurato abbiano finito per scegliere «l’evasione», fingendo di non accorgersi della degenerazione democratica? Siamo davanti a una compiuta mafiosizzazione culturale dello Stato? Sono domande dolorose e spietate. Ma sono domande che oggi, a vent’anni dal sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e di tutte le altre vittime delle stragi del ’92 e del ’93, abbiamo il dovere di farci. Anche per capire dove stiamo andando. Dopo vent’anni di interrogativi senza risposta, di depistaggi e di verità parziali, oggi il tramonto del berlusconismo coincide con la parabola discendente del boss Bernardo Provenzano, che è stato – secondo la ricostruzione della Procura di Palermo – l’alter ego occulto del potere, nell’ultimo ventennio caratterizzato dal patto di convivenza tra Stato e Cosa nostra. La vicenda ancora tutta da decifrare del mediatore misterioso che sostiene di aver offerto alla Dna la cattura di Provenzano, tra il 2003 e il 2005, in cambio di una taglia di due milioni di euro, è la degna conclusione di una lunga stagione attraversata dal dialogo sotterraneo tra i boss e le istituzioni. Il mediatore, tale Vittorio Crescentini (che dice di aver collaborato con la Cia) è un commercialista che si accredita come persona di fiducia dei finanzieri di Rieti: nei tre incontri con i magistrati di via Giulia, rivela che «Binnu è stanco», che «vuole andare in pensione» e che è disposto a lasciarsi catturare, a condizione che l’arresto risulti come il frutto di un «tradimento». Il commercialista però non viene creduto e il suo «patto di Giuda», secondo la ricostruzione ufficiale, rimane solo una proposta indecente, per lo scetticismo manifesto di due capi della Procura nazionale antimafia: prima Pier Luigi Vigna e poi Piero Grasso. Ma la fiducia accordata a quella «trattativa» abortita, da altri due pm Al di là delle prove acquisite della Dna, Vincenzo Macrì e Alberto Cisterna, riapre oggi molti interrogativi. In primo luogo, perché Provenzano viene effettivamente catturato cinque mesi dopo l’ultimo incontro tra Crescentini e Grasso, con una sorprendente coincidenza temporale che fa dire al mediatore, informato dell’arresto al telefono da un finanziere: «L’avete venduto». E poi perché Cisterna, l’ex braccio destro di Grasso, indagato (e archiviato) a Reggio Calabria per corruzione in atti giudiziari, a un certo punto (il 17 giugno 2011) si ritrova interrogato proprio da Giuseppe Pignatone, il magistrato che l’11 aprile 2006, dalla Procura di Palermo, coordinò l’arresto del boss corleonese a Montagna dei Cavalli. Risultato? Tanti riferimenti allusivi e promesse (o minacce) di vuotare il sacco sui retroscena di un blitz raccontato ai media di tutto il mondo come un successo epocale dello Stato. Uno sceneggiatore di questi vent’anni di berlusconismo italiano non poteva scegliere un finale migliore – e ovviamente del tutto aperto – della trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra per raccontare la Seconda Repubblica, inaugurata, come dice Antonio Ingroia, «sul sangue dei servitori dello Stato». E arrivata ormai al capolinea, con Provenzano che tenta (o simula) in una cella di Parma un maldestro suicidio.
Non sappiamo cosa ci aspetta e quale sarà l’epilogo della Seconda Repubblica e del ventennio berlusconiano. La transizione, infatti, «potrebbe essere infinita o finire con la scomparsa dello Stato Italia, frantumato in più staterelli o sussunto in uno Stato europeo. Potrebbe concludersi in un regime non più democratico». 4 Potrebbe. Se noi abdichiamo al nostro diritto-dovere di vigilanza democratica. Per questo è importante rileggere e capire i fatti accaduti. Per questo abbiamo chiesto a un magistrato come Ingroia, fino a pochi giorni fa procuratore aggiunto di Palermo e protagonista negli ultimi vent’anni dell’indagine sui «Sistemi criminali», su Contrada, sulle holding di Berlusconi, su Dell’Utri, sul delitto Rostagno, sulla scomparsa di Mauro De Mauro, e sulla trattativa tra Stato e mafia, di offrirci la sua analisi sul ventennio trascorso. Ingroia è un uomo che sa. Anzi, è l’uomo che sa più di tutti. È l’allievo di Falcone e Borsellino, ed è un testimone privilegiato dei fatti e dei misfatti del ventennio berlusconiano. È il magistrato che, da quella trincea del diritto che è stata e continua a essere la Procura di Palermo, ha conosciuto e interrogato mafiosi,
pentiti, 007, ministri, parlamentari ed ex capi dello Stato, faccendieri ed estremisti di destra, protagonisti e comprimari del tragico teatrino della politica italiana tra la Prima e la Seconda Repubblica. Quello che Ingroia sa, lo sa non solo in virtù delle sue voluminose indagini e della sua esperienza investigativa, ma anche perché è un osservatore che, secondo l’insegnamento di Pasolini, «coordina fatti anche lontani, mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero». 5 In una parola: un uomo che pensa. Il ventennale delle stragi è anche per lui un giro di boa: dopo avere concluso le indagini sulla «trattativa» e avere assistito alla sentenza della Cassazione che ha di fatto confermato il bollo di mafiosità su Marcello Dell’Utri (sia pure con distinguo temporali), illuminando tutta l’ambiguità di Berlusconi nei suoi rapporti con Cosa nostra, Ingroia ha lasciato la magistratura per una nuova avventura professionale sotto l’egida delle Nazioni Unite, sempre nel segno della difesa di quei valori di legalità e giustizia che hanno segnato la sua
carriera. Ora che non è più un pubblico ministero, ora che Ingroia è un cittadino libero dai vincoli di stretto riserbo che la toga gli ha finora imposto, può regalarci una riflessione ampia sulla stagione berlusconiana che spazia dalla cronaca giudiziaria alla politica, dall’economia alla cultura, e che non va letta come una requisitoria, ma come la testimonianza di una fedele sentinella della Carta costituzionale. «Un giudice» ha detto Ingroia nell’intervento pubblico che gli è costato una censura del Csm «ha il dovere di essere imparziale, ma fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgerla, io so da che parte stare». Le sue parole suonano come la più vibrante dichiarazione d’amore che si possa rivolgere al proprio paese, ricordando i colleghi uccisi, senza rinunciare al dovere civico di dire quello che si pensa. Attenendosi alla verità dei fatti, ma a prescindere dalle prove e dai processi.

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato «golpe» (e che in realtà è una serie di «golpe» istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove.
Pier Paolo Pasolini

Parafrasando Pasolini, io so che lo Stato ha avuto una responsabilità nella morte di Paolo Borsellino, e non mi riferisco soltanto a una responsabilità morale ed etica. Sono convinto che uomini dello Stato hanno avuto una responsabilità penale in quell’eccidio. E le cose emerse negli ultimi anni sul clamoroso – a dir poco – e criminale depistaggio, non fanno che confermare questa convinzione.
Antonio Ingroia

1 Richiesta di archiviazione dell’indagine «Sistemi criminali» (Licio Gelli + 13), Palermo, 2001.
2 Ibidem.
3 Ibidem.
4 Lucio Caracciolo, L’Italia alla ricerca di se stessa, in Giovanni Sabbatucci, Vittorio Vidotto, Storia d’Italia, vol. VI, Laterza, Roma- Bari 1999.
5 Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo golpe?, in «Corriere della Sera», 14 novembre 1974, poi in Scritti corsari (Garzanti, Milano 1975) con il titolo Il romanzo delle stragi.


“Ai lettori dico di non fidarsi delle ricostruzioni distorte delle indagini sulla trattativa. Sarà un processo foriero di tensioni: guardate ai fatti, non alle versioni delle parti in causa. E lo stesso chiedo ai giornalisti. Una parte del paese non vuole la verità sulle stragi, e mi stupirei del contrario: non la voleva vent’anni fa, non la vuole adesso.”

“C’è una verità indicibile nelle stanze del potere, un potere non conoscibile dai cittadini che si nasconde, che si sottrae a ogni forma di controllo. La ragion di Stato rischia di diventare un ombrello difensivo sotto il quale proteggere la parte oscura del potere, il suo volto osceno, e la storia occulta dei patti inconfessabili, compresi quella tra Stato e mafia.”
Antonio Ingroia

“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.”
Giovanni 8, 32


SCHEDA

Le stragi e le bombe del ’92-93, la nascita della Seconda Repubblica, la corruzione come sistema, l’attacco alla Costituzione e alla magistratura, la debolezza della sinistra, le indagini sulla trattativa, il conflitto con il Quirinale. Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Procura di Palermo, racconta vent’anni di berlusconismo e la difficoltà di ricostruire la verità sui rapporti tra mafia e Stato.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, cronisti giudiziari, hanno lavorato per “L’Ora” di Palermo, oggi scrivono per “Il Fatto Quotidiano” e “MicroMega”. Insieme hanno pubblicato per Editori Riuniti RITA BORSELLINO. LA SFIDA SICILIANA, e IL GIOCO GRANDE. IPOTESI SU PROVENZANO; per Chiarelettere L’AGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINO, PROFONDO NERO, L’AGENDA NERA DELLA SECONDA REPUBBLICA.

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