I primi processi del magistrato a Cosa Nostra nel Palazzo di Giustizia di Trapani ed altre singolari vicende (1967-1978)
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“Mi sono fatto le ossa a Trapani come sostituto procuratore. La mafia è entrata subito nel raggio dei miei interessi professionali con uno dei grandi processi del dopoguerra. Dieci assassinii e la mafia di Marsala dietro le sbarre. Era il novembre del 1967” raccontò Giovanni Falcone a Marcelle Padovani.
Il nostro volume ricostruisce, in modo puntuale ed avvincente, proprio l'intento è pressoché sconosciuto tirocinio di giudice antimafia di Giovanni Falcone a Trapani (1967-1978), attraverso i processi da lui istruiti.
Racconta, al contempo, grazie alle molteplici testimonianze di amici, colleghi e cronisti di quel tempo, la spumeggiante sfera sociale e l’interessante côté privato della sua vita.
Pagina dopo pagina emerge che gran parte degli "uomini d'onore" e delle "famiglie" mafiose del Trapanese di un certo rilievo finirono, in qualche misura, nel suo raggio d'osservazione: da Mariano Licari a Salvatore Zizzo, dai Rimi al giovanissimo Francesco Messina Denaro.
Il libro racconta anche taluni singolari processi di natura diversa di cui il magistrato ebbe ad occuparsi.
Oggi Mugno lo ri-consegna ai trapanesi così come effettivamente Falcone è stato; senza la pedante monotonia del biografo ma col brio incalzante del romanziere ne accarezza i dettagli caratteriali, colorandoli di umanità.
Per un Giudice artefice mondiale del vero debutto della vera antimafia, Trapani fu la sua dolce culla, incubatrice affettuosa e sapiente del difficile esordio palermitano, denso di diffidenze e di ostilità interne ed esterne al Palazzo.
Mugno lo sa bene, lo ha ben compreso e oggi ce lo impone con parole non retoriche né celebrative, ma corteggiando la nostalgia che ognuno di noi ha dei propri anni scolastici, quasi che Falcone fosse un nostro comune compagno di scuola.
Ma lo fa non dimenticando anche che qui in Città il Giudice conobbe la cultura e l'agire mafioso, di quella Mafia alta e forte che all'epoca veniva dolosamente confusa con un fatto quasi nobile di costume e che invece comandava e sparava come un esercito imbelle, dominatrice assoluta in una provincia storicamente votata alla subalternità mafiosa.
Dino Petralia
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