Il consigliere togato intervistato dallo sceneggiatore e regista, Alberto Castiglione

Il rapporto tra mafia e politica è un "problema antico quanto Cosa Nostra". "Da sempre, dagli albori dell'attività di questa organizzazione mafiosa, Cosa nostra si è caratterizzata, da tutte le altre organizzazioni mafiose italiane”, poiché ha nel suo Dna la "ricerca del contatto politico". Tale rapporto ha "condizionato, in maniera più profonda, incisiva e grave la vita politica non soltanto locale, non soltanto siciliana, ma in certi frangenti anche nazionale".
Così il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo ha detto nella prima parte di una lunga intervista curata dal regista, sceneggiatore e documentarista Alberto Castiglione. Ricordiamo che ha realizzato in passato film come 'Al cuore dello Stato', 'Una voce nel vento', 'Danilo Dolci, memoria e utopia', 'La memoria y la historia', 'Divina' e 'Mario soffia sulla cenere'.
Oltre a questo è anche docente del corso di Cinema e Giustizia presso la cattedra di storia degli ordinamenti e dei diritti d'autore dell'Università di Cassino e docente nel Master in Scritture per il Cinema presso il Dams di Udine.
Oltre a lui hanno partecipato alla realizzazione dell’intervista anche Piero Ceraulo Segr. Gen. Fillea Cgil Palermo e Giovanni Pistorio Segr. Gen. Fillea Cgil Sicilia.
Nel corso dell'intervista, svoltasi il 24 settembre scorso, Di Matteo ha ricordato il discorso che aveva fatto Paolo Borsellino a Bassano del Grappa nel 1989 in merito ai contatti tra uomini della politica e uomini appartenenti alla mafia: "Disse sostanzialmente che non sempre quei contatti integrano un reato. Ma quei contatti dovrebbero essere sanzionati a livello politico perché sono contatti che rafforzano il prestigio, l'immagine e la potenza criminale di Cosa Nostra. Il secondo dato che io vorrei ricordare è questo: non esiste più, mi dispiace dirlo, una politica che sappia fare un'azione di denuncia e un'azione incisiva antimafia, prima e a prescindere dalle inchieste e dalle sentenze della magistratura".
"Veniamo accusati come magistratura
- ha continuato Di Matteo - di volere invadere il campo della politica. Io dico che invece, nella maggior parte dei casi, è la politica che ha rinunciato, per certi aspetti, al suo compito, accollando tutto il peso sulle spalle della magistratura".
Rispondendo alle domande il consigliere togato ha anche parlato dei meccanismi con cui la mafia si infiltra nella gestione degli appalti, mettendo anche l'attenzione sul rischio che i fondi del Pnrr potrebbero finire in mano alle cosche.
È noto come le forze dell’ordine e la magistratura abbiano i mezzi per reprimere determinati fenomeni. Tuttavia non bastano. La lotta alla mafia, ha detto il magistrato, "deve essere una lotta anche di popolo. Non può essere mera repressione affidata alla magistratura e alle forze dell'ordine. Deve essere una lotta da affrontare intanto a livello politico. In questa campagna elettorale abbiamo poco sentito parlare da parte dei partiti politici di programmi che riguardano la lotta alla mafia".
Questa è una lotta che deve partire "dal basso", da "un cambiamento di mentalità", dai giovani e dalla volontà dei "lavoratori, degli operai e del popolo di denunciare determinati fenomeni".
"Perché quei fenomeni alla fine sono fenomeni che vanno contro gli operai, le classi economiche più deboli e contro il popolo".

(Continua)

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