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Prove inconfutabili

 di Giorgio Bongiovanni

Il coraggio e la professionalità del pubblico ministero di Palermo Nino Di Matteo, che ha preferito rinunciare al suo incarico di rappresentare l’accusa al processo Cuffaro perché non condivide più con gli altri titolari dell’inchiesta il capo d’accusa, segnano il passo. Richiamano a gran voce l’urgenza di un’antimafia che, come ha giustamente detto Don Ciotti a conclusione di Contromafie, non ha più tempo. Non ha più tempo per le mediazioni, i compromessi, le polemiche, i giri di parole. Antonino Di Matteo è un magistrato rigoroso, silenzioso, lontano dalle luci della ribalta, dalle dispute politiche. E’ un tecnico, abituato a studiare le carte, a comprovare i fatti e soprattutto ad applicare la legge senza fare sconti a nessuno.Tutto si può pensare di questo professionista tranne che, se ritiene valido e serio richiedere il concorso esterno in associazione mafiosa per il Presidente della Regione siciliana Totò Cuffaro, lo faccia per carrierismo o per motivi politici. Se lo fa è perché è convinto dei fatti. E’ convinto che l’impianto probatorio a sua disposizione sia sufficientemente solido per addentrarsi nel paludoso terreno del concorso esterno che ancora il legislatore non si decide a definire a dovere. E’ convinto che intercettazioni telefoniche e ambientali, riscontri effettuati dai tecnici sulle collocazioni cellulari dei telefoni, dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia e sicuramente quanto accertato dalla sentenza di condanna del delfino del presidente Mimmo Miceli siano un’ottima base su cui istruire un processo con un’imputazione più grave. Già due anni fa il pm Paci, in aperta divergenza con i colleghi Pignatone, Prestipino, De Lucia e lo stesso Di Matteo, si era dimesso per la stessa ragione.Ciò non significa che i magistrati che la pensano in modo differente siano direttamente ascrivibili di una qualche responsabilità di tipo politico o altro, ma forse di una eccessiva prudenza che è il risultato di anni di sentenze contraddittorie frutto del forte clima di garantismo che regna nel nostro Paese. Sempre più similmente governato da un’oligarchia tutta proiettata a proteggere se stessa da qualsivoglia insidia al suo potere.Ancora più onore alla scelta del pm Di Matteo che ci ricorda che, invece, non è finito il tempo per inchieste ardite, anche da parte di noi giornalisti, intimiditi dalla minaccia di querele con richieste di risarcimenti mirabolanti. Non è finito il tempo per processare i potenti collusi con la mafia che corrono al revisionismo per cercare di cancellare dalla già labile memoria degli italiani anni vergognosi di corruzione e connivenze criminali.Che non è finita la guerra frontale a Cosa Nostra e al suo potere ce lo dice anche uno dei capi più vecchi e astuti. Nino Mandalà, capo della cosca di Villabate, uomo di fiducia di Provenzano, oggi agli arresti, non ci pensa nemmeno a pentirsi, ma non rinuncia a lanciare i suoi messaggi. Nel corso del processo a Gaspare Giudice, il deputato di Forza Italia, imputato per associazione mafiosa, il boss, che era anche presidente del club di partito del suo paese, ha spiegato in tutta tranquillità la natura delle sue relazioni con esponenti politici di primo piano. Con il presidente della Provincia Francesco Musotto: "Dopo le sue vicissitudini giudiziarie gli sono stato particolarmente vicino, lui scendeva da Pollina e si fermava da me a Villabate. Un rapporto molto stretto per un certo periodo che andava oltre la comune militanza di partito". Con l’ex ministro La Loggia i cui rapporti erano "di amicizia e familiari": "In particolare - ha affermato - avevo rapporti con il padre di Enrico La Loggia e poi li ho avuti con lui con il quale abbiamo fondato una società di cui lui era presidente". Il sodalizio sarebbe finito nel 1995 quando fu arrestato suo figlio Nicola. Storia affine anche con il senatore Renato Schifani e altri. Basta davvero. Davvero non c’è più tempo da perdere in chiacchiere. Al pm Di Matteo tutto il nostro appoggio, a tutti gli altri impegnati a diverso titolo nella lotta alle mafie, noi compresi e ultimi, buon lavoro. Che delle differenze si faccia virtù, ma della direzione e degli obiettivi non vi sia dubbio.

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