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Ucciso lo scorso 29 ottobre il reporter Fredy López Arévalo

In Messico gronda altro sangue. I narcos mafiosi continuano a uccidere i giornalisti che indagano i loro crimini. L'ultimo omicidio si è consumato pochi giorni fa nel Comune di San Cristobal de las Casas, nello Stato del Chiapas, regione sudoccidentale del Messico. Fredy López Arévalo (in foto) è il nome del collega freddato lo scorso 29 ottobre da un sicario con un colpo di pistola dietro la nuca mentre entrava in casa sua, davanti agli occhi terrorizzati della moglie e dei figli. Una ferocia e una crudeltà tipica dei cartelli della droga.

È ormai assodato che la strategia della tensione in America Latina è presente e rappresenta un'emergenza continentale. Un fenomeno dilagante la cui matrice è anche italiana. Ebbene sì, perché in Messico - ma il discorso è comune anche per gli altri Paesi del continente - i cartelli della droga sono legati a doppio filo con le cosche della ‘Ndrangheta calabrese: da un lato per il traffico di cocaina; dall'altro, invece, per l'assimilazione da parte dei narcos delle condotte mafiose usate sistematicamente per garantire i propri traffici e quindi la propria economia. E per questo, quella di Fredy López Arévalo è anche una strage italiana.

Il legame che stringe il mondo criminale messicano a quello italiano è stato ampiamente dimostrato da inchieste, processi, operazioni antidroga e addetti ai lavori. Come nel libro "Oro Bianco" (Ed. Mondadori) ad esempio, scritto a quattro mani dall'attuale procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri e dallo scrittore Antonio Nicaso. Nel capitolo "Messico", tra i vari elementi riportati, due in particolare, facilitano la comprensione dei legami tra i cartelli della droga messicani e la 'Ndrangheta. 

Il primo riguarda la figura di Joaquín Guzmán Loera, detto "El Chapo", il più grande narcotrafficante vivente al mondo che più di ogni altro ha sognato di entrare in affari con la ’Ndrangheta. "Sono più affidabili, sono come noi" ripeteva ai suoi, riferendosi agli uomini delle 'ndrine. La sua arma vincente è stata priorizzare le relazioni internazionali. Ed ecco il ruolo fondamentale della 'Ndrangheta: patrona indiscussa dei traffici internazionali di droga nonché mafia più ricca e potente del mondo (assieme a Cosa nostra) considerata - si legge in "Oro Bianco" - “l’alleata ideale per esplorare il crescente mercato europeo, dove la cocaina tira molto più dell’oro e del petrolio".

Il secondo elemento, invece, è l’inchiesta italo-americana Reckoning-Solare del 2008, "un colpo al cuore del narcotraffico internazionale: 632 arresti, più di 88 milioni di dollari americani sequestrati tra denaro contante e beni immobili, veicoli e armi, oltre ad alcune decine di tonnellate di cocaina, eroina, marijuana e metanfetamina finite nelle mani della polizia antidroga americana. L’abbraccio è di quelli mortali: 'Ndrangheta e cartello del Golfo - di cui allora i Los Zetas erano il braccio armato - con i messi - cani che riforniscono di cocaina la famiglia Schirripa, originaria di Gioiosa Ionica e proprietaria di una pizzeria nel quartiere Corona di New York".

Tra le altre cose, quell'inchiesta evidenziò il ruolo chiave della 'Ndrangheta. "Vincenzo e Giulio Schirripa tenevano i contatti con Gris Castellano, del cartello del Golfo, mentre in Calabria si occupavano di tutto, della madre, dei due fratelli Schirripa e il padre, Pasquale, i quali, a loro volta, tramite alcuni mediatori, fornivano la cocaina a esponenti dei clan Ierinò, Coluccio-Aquino e Longo-Versace - riporta "Oro Bianco" -. [...] I soldi per pagare la droga venivano inviati tramite i più diffusi circuiti di trasferimento di denaro all’estero e attraverso una ricevitoria di Marina di Gioiosa, riconducibile al cognato di uno dei fratelli Coluccio, legati agli Aquino". Un’indagine che partì da Marina di Gioiosa ma che si incrociò con altre due operazioni, “Vertigo” e “Dos Equis”, condotte dall’Immigrations and Customs Enforcement (Ice) e dalla Drug Enforcement Administration (Dea) in Stati Uniti, Messico, Colombia e Guatemala.

Ma di tutto questo in Italia nessuno ne parla perché la ‘Ndrangheta è protetta da una "rete di invisibili", come ha ricordato più volte il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. All'interno dell'organizzazione criminale, infatti, c'è una sorta di doppia dimensione: una visibile ed una invisibile, appunto. Quella che conta è quest’ultima, come testimonia il boss Sebastiano Altomonte in uno storico dialogo con la moglie, registrato nell'ambito dell'inchiesta "Bellu lavuru": “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano. Perché c’è la visibile e l’invisibile (…) noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta". Quella è la chiave di lettura per leggere l’intricato crocevia di interessi del sistema criminale.

Si tratta di “soggetti significativamente definiti dagli stessi indagati come ‘gli invisibili’ (…) - si legge nelle sentenze del processo "Meta" - la cui adesione alla ‘Ndrangheta, anche per ragioni di maggiore tenuta della stessa organizzazione, è e deve rimanere ignota agli stessi altri affiliati”. Il tutto inserito nell'ambito di "un’ulteriore strategia di auto-protezione verso attacchi esterni ed interni”, quindi “segreta persino rispetto agli ordinari affiliati ‘visibili’ ossia quelli dei quali è nota (…) l’appartenenza all’organizzazione ‘ndranghetistica”.

Ed è a causa di tutto ciò che “non fa notizia” l'omicidio del collega giornalista Fredy López Arévalo. La favola folkloristica del ricatto "plata o plomo" non esiste più: ora la criminalità organizzata calabrese gode di un terzo livello intriso tra massoneria, servizi segreti, funzionari di Stato, alta finanza e mondo dell'informazione. Per questo non si parla di 'Ndrangheta in Italia.
(Prima pubblicazione: 31 Ottobre 2021)
 
Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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